Dal mondo

Accordo Usa-Talebani, Tunisia e Indonesia. Il taccuino estero di Orioles

In primo piano nel terzo numero della Summer Edition del Taccuino Estero, l’ultimo miglio dell’accordo di pace tra Usa e talebani che dovrebbe archiviare l’operazione militare più lunga nella storia americana. Nella sezione “notizie dal mondo”, la nomina di un’uigura-americana al National Security Council in un messaggio niente affatto obliquo alla Cina, i 26 candidati che si sfideranno il mese prossimo alle presidenziali in Tunisia, la nuova capitale dell’Indonesia che il presidente Jokowi vuole nel Borneo.

 

PRIMO PIANO: AFGHANISTAN, LA PACE DIETRO L’ANGOLO. OPPURE L’INFERNO

Mentre l’Italia è alle prese con il travaglio di una crisi di governo che folle è dir poco, c’è un Paese dall’altra parte del mondo che sta passando ore decisamente più drammatiche.

Se avete consultato le più recenti cronache internazionali avrete senz’altro capito che si tratta dell’Afghanistan, finito ripetutamente in prima pagina negli ultimi giorni con almeno due notizie di segno opposto che compendiano, in tutta la loro lacerante contraddizione, il destino gramo di una nazione che non conosce pace da 40 anni. Le richiamiamo qui, le due notizie, attraverso il tweet di sabato di Donald Trump e quello del giorno successivo dell’Agence France Presse:

https://twitter.com/realdonaldtrump/status/1162498956917706754?s=21

https://twitter.com/afpfr/status/1162978399050186753?s=21

La convivenza tra la notizia dell’ultimo miglio raggiunto  dai colloqui di pace tra Usa e talebani, e quella del micidiale attacco suicida con cui ieri il ramo afghano dello Stato Islamico ha insanguinato un’affollata festa di matrimonio sciita a Kabul facendo più di 60 morti e oltre 180 feriti, è qualcosa di molto difficile da inquadrare e soprattutto decifrare in una spiegazione coerente.

Il tentativo che faremo qui, più modestamente, è quello di riannodare brevemente i fili della cronaca e raccontare quel che sta succedendo ad un Paese da cui l’America sta chiaramente cercando di disimpegnarsi anche a costo di lasciarsi alle spalle il caos.

Partiamo dunque dalla notizia battuta all’inizio della settimana scorsa da tutte le agenzie: la conclusione, avvenuta lunedì, dell’ottavo round dei colloqui di pace tenutosi a Doha, in Qatar, tra la delegazione di Washington guidata dal plenipotenziario di Trump, Zalmay Khalilzad, e quella dei talebani.

Un incontro che Khalilzad, via Twitter, ha definito “produttivo” e dedicato alla rifinitura dei “dettagli tecnici” di un piano che, secondo una successiva cronaca della CNN, sarebbe stato ormai concordato al 99% dalle parti.

 

Da Doha, l’uomo che da un anno a questa parte sta cercando la soluzione al rebus afghano per conto del presidente degli Stati Uniti è quindi ripartito alla volta dell’America dove, come ha spiegato lui stesso su Twitter, avrebbe riferito al suo capo i risultati dell’ultimo pour parler con i mujaheddin.

L’atteso briefing ha avuto luogo venerdì pomeriggo nel “golf resort” del tycoon a Bedminster, nel New Jersey, dove era radunato al completo il team della sicurezza nazionale della Casa Bianca trumpiana. Come desumiamo dal tweet di Mike Pompeo, ad ascoltare il resoconto di Khalilzad c’erano, oltre allo stesso Segretario di Stato, il vicepresidente Mike Pence, il capo del Pentagono Mark Esper, quello del Consiglio di Sicurezza Nazionale John Bolton, quello degli Stati Maggiori Riuniti delle forze armate, Joseph Dunford, e il direttore della CIA, Gina Haspel.

https://twitter.com/secpompeo/status/1162496982528798721?s=21

Ci ha pensato un comunicato del portavoce della Casa Bianca Hogan Gidley, che vediamo riprodotto nel tweet del corrispondente di Voice of America Steve Herman, a far sapere al mondo di cosa si è parlato in New Jersey a pochi passi da uno dei tanti campi dove The Donald si diletta nel suo trastullo preferito.

https://twitter.com/w7voa/status/1162498850332041216?s=21

“Le discussioni” – recita il comunicato di Gidley – “sono state incentrate sui negoziati in corso (con i talebani) e sull’accordo di riconciliazione tra i talebani e il governo dell’Afghanistan. L’incontro è andato molto bene e il negoziato sta andando avanti”.

Altri dettagli del meeting sono emersi dalla successiva dichiarazione di Pompeo, con cui ha sottolineato come il suo governo rimanga “impegnato ad ottenere un accordo di pace complessivo, inclusi una riduzione della violenza e un cessate il fuoco, assicurando che il suolo afghano non sia più usato per minacciare gli Stati Uniti o i loro alleati, e riunendo gli afghani affinché lavorino per la pace”.

Le parole di Pompeo non contengono nulla di nuovo se non i termini generali, noti da mesi, di un accordo tra Usa e talebani basato sostanzialmente su un patto: noi ritiriamo le nostre truppe e voi vi impegnate solennemente affinché l’Afghanistan non torni ad essere, com’era negli anni in cui eravate al potere (1996-2001) e ospitavate volentieri lo “sceicco del terrore” Osama bin Laden e la sua banda di jihadisti, la piattaforma di lancio di attentati contro gli Usa e l’Occidente.

A questo do ut des, Pompeo aggiunge altre due condizione su cui negli ultimi tempi gli americani hanno cominciato ad insistere: un cessate il fuoco e la riconciliazione tra i talebani e il governo di Kabul, con cui i primi si sono sempre rifiutati di confrontarsi perché considerato un “burattino” dell’Occidente.

Non si tratta di dettaglio, ma di ciò che potrebbe fare la differenza tra uno scenario tipo Vietnam, dove l’uscita delle truppe Usa prelude all’esplodere di un violento conflitto intestino seguito dall’inesorabile prevalere dei cattivi sui buoni, e uno scenario di possibile pacificazione che salverebbe quanto meno la faccia al poliziotto del mondo dopo 18 anni di impegno militare onerosissimo in termini economici e di morti lasciati sul terreno.

Proprio qui, però, cominciano i problemi di questo piano di pace su cui gli Usa parrebbero pronti ad apporre subito la propria firma. Se infatti i talebani sembrano disposti ad accettare la condizione n. 1, ossia la presa di distanza dal terrorismo internazionale, sul secondo e terzo punto – fine delle ostilità e dialogo con il presidente legittimo Ashraf Ghani e il suo governo – i miliziani non hanno lasciato spiragli aperti.

E se ciò fa già pregustare il sapore amaro di una sconfitta sul piano morale – cosa c’è di peggio del lasciare le istituzioni e il popolo afghano alla mercé dei sostenitori della rinascita dell’Emirato Islamico che solo due decenni fa lapidava le donne e convocava il popolo negli stadi per le esecuzioni capitali collettive? – le brutte notizie per l’Afghanistan, e per quegli americani che considerano folle questo patto col diavolo, non finiscono qui.

Donald Trump infatti sembrerebbe addirittura disposto, pur di intascare un risultato in politica estera – la presunta pace e il ritorno dei boys back home – da rivendicare nella campagna in corso per la sua rielezione, addirittura a riportare a casa fino all’ultimo soldato.

È una prospettiva, quella della completa smobilitazione del dispositivo Usa e Nato schierati in Afghanistan, non confermata in realtà dalle fonti multiple sentite dalla CNN, secondo le quali il piano di pace dovrebbe formalizzare solo “un significativo ritiro delle forze Usa dall’Afghanistan”, che da “15 mila uomini” scenderebbero a “8 o 9 mila”.

Ieri tuttavia bastava cambiare medium, e rivolgersi alla PBS, per sentire una campana completamente diversa: quella di Kathy Gannon, senior correspondent dall’Afghanistan e dal Pakistan dell’Associated Press.

“Penso”, ha spiegato Gannon nell’intervista concessa all’emittente pubblica Usa, “che l’accordo che i talebani firmeranno chiederà che tutti (i soldati americani) se ne vadano”. A restare in Afghanistan sarà, secondo lei, solo un contingente ridotto ai minimi termini e composto soprattutto da personale d’intelligence il quale “continuerà a dare battaglia allo Stato Islamico. Ma sono sicura” – ha aggiunto significativamente la corrispondente – che quegli uomini “non saranno lì come truppe Usa”.

A corroborare l’atroce sospetto avanzato da Gannon ci ha pensato nel fine settimana un articolo corrosivo di Politico che ha ricordato come lo stesso Trump abbia ripetutamente messo in discussione l’impegno militare Usa in Afghanistan.

Tanto per cominciare, Politico ricorda come il resort di Bedminster dove si è tenuto venerdì l’incontro del team Trump è lo stesso in cui, esattamente due anni fa, quel team aveva convinto un presidente riluttante a irrobustire il contingente in Afghanistan e intensificare gli strike aerei. Peccato che, nel discorso in diretta televisiva con cui pochi giorni dopo spiegò al popolo americano quella decisione, il capo della Casa Bianca disse testualmente: “Il mio istinto originario era di ritirarsi e, storicamente, io seguo i miei istinti”.

Parole che, secondo Politico, seminarono il panico nel Pentagono e al Congresso, dove non pochi presero ad “aspettare ansiosamente il prossimo tweet presidenziale” con il quale The Donald avrebbe potuto rottamare ex abrupto la sua stessa strategia per assecondare, per l’appunto, i suoi istinti.

Questo timore si materializzò nel dicembre 2018, quando proprio con un tweet il presidente Usa ordinò il ritiro immediato delle truppe schierate in Siria, provocando le polemiche dimissioni dell’allora capo del Pentagono James Mattis.

Non è tutto. Poco dopo aver capovolto la strategia siriana, ricorda Politico, Trump prese di mira anche quella afghana. “Perché siamo lì a 6000 miglia di distanza?”, chiese ad esempio ai suoi ministri durante una riunione a cui erano presenti svariati reporter che hanno puntualmente annotato l’uscita presidenziale.

A tutto ciò occorre aggiungere le parole rivolte dallo stesso Trump il mese scorso al primo ministro pakistano Imran Khan, in presenza del quale definì “ridicola” la lunghissima durata dell’impegno militare Usa in Afghanistan, sottolineando anche quanto fosse inopportuno il fatto che l’America “non stesse combattendo per vincere” in quel paese ma fosse lì per “costruire distributori di benzina” e “ricostruire scuole”. “Gli Stati Uniti”, affermò, “non dovrebbero fare questo. Questo spetta a loro”.

Le altalenanti posizioni di Trump mettono in chiaro una cosa: la completa assenza di sintonia tra gli umori del presidente e le convinzioni dell’establishment militare, persuaso che il ritiro delle truppe dall’Afghanistan rappresenti una scelta, oltre che ignominiosa, illogica dal punto di vista della sicurezza.

Ad assumersi la resposabilità di contraddire Trump, e di ammonirlo, è stato il mese scorso il generale dell’Esercito Mark Milley, che il mese prossimo assumerà l’incarico di Capo degli Stati Maggiori Riuniti. Durante un’audizione alla Commissione Forze Armate del Senato, il prossimo successore di Dunford disse a chiare lettere che un ritiro frettoloso dei soldati dall’Afghanistan sarebbe non solo prematuro, ma rappresenterebbe un “errore strategico”.

Il monito di Milley è risuonato quindi pochi giorni fa dalle colonne del Wall Street Journal, dove ha fatto la sua comparsa un op-ed firmato da David Petraeus. Nel prendere carta e penna, il generalissimo che comandò l’esercito Usa in Iraq e poi in Afghanistan si è sentito in dovere di spiegare agli americani, e al loro presidente, che una “exit militare completa dall’Afghanistan oggi sarebbe ancora più sconsiderata e rischiosa del disimpegno di Obama dall’Iraq”.

Il parallelo con quello che è successo in Iraq subito dopo l’uscita delle truppe Usa – la nascita, dalle ceneri del movimento sconfitto dal surge di George W. Bush, dell’Isis e, subito dopo, del califfato del terrore sul territorio di un terzo dell’Iraq e di mezza Siria – è studiato ad arte per essere inteso dal suo destinatario, che è ovviamente Donald Trump. Non commettere lo stesso errore del tuo predecessore che tanto ami denigrare, è il messaggio.

Ma è proprio sullo sfondo di queste diffuse perplessità, e delle angosce esistenziali espresse da un esercito che contempla all’orizzonte la disfatta, che l’amministrazione Trump sembra in procinto di fare questo salto nel buio.

Come scrive PBS, “sia il Segretario Pompeo che Khalilzad sono stati chiari” sul fatto che “vogliono un accordo entro il 1 settembre”. Khalilzad è addirittura già in volo per Doha, dove secondo la CNN nella stessa giornata di oggi potrebbe “finalizzare” l’accordo coi talebani. “Nel frattempo”, aggiunge la tv all news, “l’amministrazione Trump sta valutando di mandare in Afghanistan un altro suo membro di alto livello, come Pompeo o Bolton, per firmare una dichiarazione di pace”.

All’America, spiega ancora la CNN, spetta ora il compito di studiare la “coreografia” giusta per la cerimonia della firma dell’accordo. Non è un dettaglio poiché – come ha spiegato una fonte al corrente dei preparativi –  gli Usa dovranno sforzarsi di “non dare l’impressione che stanno svendendo gli afghani ai talebani”.

Così, con una cerimonia che salva l’apparenza ma non la sostanza, potrebbe finire l’operazione militare più lunga della storia degli Stati Uniti. E, con essa, l’illusione che più di qualcuno nutrì quasi due decenni fa di vedere l’Afghanistan mondato una volta per tutte da un morbo – quello dell’islam radicale – che sta per intascare la vittoria più clamorosa degli ultimi tempi. Con la benedizione di Donald Trump.

 


TWEET DELLA SETTIMANA

A un mese dal sequestro della petroliera iraniana Grace 1 effettuato con un blitz dei Royal Marines al largo di Gibilterra con l’accusa di aver tentato di violare le sanzioni Ue che proibiscono di rifornire di petrolio il regime siriano, le autorità dell’enclave britannica sul Mediterraneo hanno rilasciato la nave, che ha ripreso il mare nonostante la richiesta contraria dell’ultimo minuto del Ministero della Giustizia Usa.

 


NOTIZIE DAL MONDO

Un’uigura-americana al National Security Council. Con una mossa dal forte significato simbolico, l’organo della Casa Bianca che si occupa di minacce strategiche imbarca, come nuovo direttore per la Cina, un’americana di etnia uigura, Elnigar Iltebir, accademica e figlia di un noto intellettuale e giornalista uiguro. La nomina rappresenta un messaggio inequivocabile da parte di un governo che ha denunciato ripetutamente quella che il Segretario di Stato Mike Pompeo ha definito il mese scorso “la macchia del secolo”, ossia il trattamento riservato da Pechino ai membri delle minoranze musulmane dello Xinjiang, reclusi in centinaia di migliaia in campi di rieducazione e sottoposti ad altre odiose misure restrittive. Onde non aggravare un contenzioso già gravato dai difficili negoziati sul commercio, l’amministrazione Trump ha al momento accampato però l’idea di elevare sanzioni alla Cina per questo. A giugno, ad esempio, il vicepresidente Mike Pence avrebbe dovuto tenere un discorso che annunciava le sanzioni, ma secondo Bloomberg  The Donald avrebbe chiesto al suo n. 2 di lasciar stare per non compromettere l’esito del bilaterale che lo stesso Trump avrebbe dovuto avere pochi giorni dopo con il collega cinese Xi Jinping a margine del G20 di Osaka. Il mese scorso, frattanto, il presidente Usa ha formulato quelle che si ritengono essere le sue prime dichiarazioni pubbliche sul caso degli uiguri quando, ricevendo alla Casa Bianca le vittime delle persecuzioni religiose perpetrate in vari paesi del mondo, si è trovato di fronte Jewher Ilham, figlia di un noto studioso uiguro. Quando Ilham gli ha riferito dei campi di rieducazione in cui sarebbero relegati tra 1 e 3 milioni di persone, Trump le ha risposto: “Where is that? Where is that in China?”. La settimana scorsa, intanto, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sui campi dello Xinjiang che smentisce le dichiarazioni con cui, a fine luglio, il governo cinese ha affermato che i detenuti sono stati tutti liberati. “I reporter del New York Times”, si legge nell’articolo della Gray Lady, “in sette giorni di viaggio nella regione hanno scoperto che la vasta rete dei campi di detenzione (nello Xinjiang) continua ad operare, e si sta anzi espandendo”. Approfondisci su Foreign Policy New York Times.

  

26 ai nastri di partenza per le presidenziali in Tunisia. La commissione elettorale ha annunciato mercoledì di aver approvato 26 candidati – di cui due donne – e di averne rigettati 71 per le elezioni presidenziali con le quali, il prossimo 15 settembre, i tunisini sceglieranno il successore di Beji Caid Essebsi che, morto il mese scorso a 92 anni, è stato il primo uomo politico asceso alla presidenza con un voto democratico dopo la rivoluzione dei gelsomini del 2011. Tra i nomi più in vista che si sfideranno in quelle che saranno le terze libere elezioni nel paese nordafricano dopo le primavere arabe ci sono quelli del primo ministro Youssef Chahed, del ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, dell’ex presidente Moncef Marzouki. dell’ex premier Mehdi Joma, del vicepresidente del partito islamista Ennahda Abdel Fattah Mourou, e del proprietario dell’emittente privata Nessma TV, Nabil Karoui. Le candidate al femminile sono Salma Loumi, ex ministro del turismo, e Abir Moussi, nota per essere stata una strenua sostenitrice dell’ex capo dello Stato estromesso otto anni e mezzo fa, Zine El Abidine Ben Ali. Approfondisci su Reuters.

 

Jokowi lancia il piano per la nuova capitale. Il presidente indonesiano ha illustrato venerdì al Parlamento il piano per spostare la capitale da Giacarta al Borneo. “Rispettati membri del Parlamento – ha affermato in aula Joko Widodo nel suo discorso di commemorazione del 74mo anniversario dell’indipendenza del Paese  – chiedo il vostro permesso e supporto, e quelli dell’intero popolo dell’Indonesia (…), a ricollocare la capitale della nazione nell’isola di Kalimantan”. Come lo stesso Jokowi aveva spiegato in precedenza, le ipotesi al vaglio sono tre e corrispondono alle tre province della porzione indonesiana del Borneo (condiviso con Malaysia e Brunei): Kalimantan centrale, Kalimantan orientale e Kalimantan. Secondo i calcoli del Ministero della Pianificazione dello Sviluppo Nazionale, il progetto dovrebbe durare cinque anni e costare 466 trilioni di rupie, pari a 32,5 miliardi di dollari. Meno del 10% dei fondi saranno di origine statale: i restanti capitali verranno soprattutto da partnership pubbliche-private. Come ha spiegato la settimana scorsa il ministro Bambang Brodjonegoro, le infrastrutture chiave della nuova capitale saranno realizzate nel 2020-21, mentre nei due anni successivi saranno costruiti gli edifici governativi e le strutture di supporto. È molto vivo in Indonesia il dibattito su un progetto che risale all’era del primo presidente Sukarno ed è stato rilanciato da Jokowi. I suoi sostenitori condividono le preoccupazioni del governo per i fenomeni che piagano Giacarta come la subsidenza (che vede la superficie della città abbassarsi di dieci e anche venti centimetri l’anno, con intere porzioni finite ormai sotto il livello del mare), il traffico da incubo e il conseguente inquinamento record, e l’incremento incontrollato del prezzo degli immobili. Riscuote entusiasmo anche l’idea di dare una sferzata allo sviluppo economico della parte orientale del Paese. I critici mettono invece in discussione la sostenibilità del progetto, destinato ad appesantire un debito pubblico già in forte crescita a causa degli ambiziosi piani infrastrutturali del presidente in carica, paventando inoltre possibili derive corruttive. Approfondisci su Asia Nikkei.

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

Nel mese di agosto, il Taccuino non va in ferie ma esce in edizione ridotta.

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