Dal mondo

Brexit, 5G, Commissione, Bce e Cina. Che cosa combina l’Ue?

5g
Dalla Brexit al dossier 5G, passando per la successione in Bce ai rapporti con la Cina. Tutte le ultime novità dai palazzi Ue nel Taccuino europeo a cura di Andrea Mainardi

Una settimana missionaria tra Bruxelles, Parigi, Londra, Francoforte, Roma e Pechino. Con qualche sorpresa

5G. GROUND CONTROL TO MAJOR TOM

Le brecce di Merkel
Qualche settimana fa era stata Angela Merkel a decidere di non escludere nessuna azienda dalla gara per il 5G. Per preservare la sicurezza dei cittadini tedeschi e del territorio del centro-Europa, la cancelliera ha optato per un “catalogo di requisiti di sicurezza rigorosi estesi”. Che significa, quindi, aprire anche alla cinese Huawei. Provocando tensioni istituzionali in Germania. Bruno Kahl, capo dei servizi segreti della Repubblica federale, ha parlato esplicitamente di problemi sicurezza: Huawei dipende molto dal Partito Comunista della Repubblica popolare. Anche la politica si è interrogata e ha criticato la Cancelliera. (Qui e qui tutti i dettagli riportati da Startmag.it).

Ue dubbiosa
L’Unione europea non diversamente dagli Stati Uniti teme cyber attacchi e mette in guardia dai rischi sicurezza legati alle reti di quinta generazione. Minacce – è l’analisi – più pericolose da Paesi non Ue. E da “attori sostenuti dallo Stato”. L’indirizzo porta alla Cina. Appunto.

Di Maio apre la via della seta tecnologica
Da Shangai, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, rivendica: “L’Italia ha la normativa più restrittiva d’Europa. Spero che sul 5G tutti i Paesi europei possano adeguarsi alla nostra normativa”. A suo giudizio la regolamentazione sul 5G “riguarda tutte le società di tlc e riguarderà ogni provenienza”, quindi sia Huawei che Ericsson. E altri attori dei nuovi sistemi. Questo – precisa – perché “la Costituzione italiana impedisce di fare norme che colpiscano un soggetto di mercato”. Ma se il soggetto di mercato è controllato dallo Stato? Ad esempio dal regime di Pechino? Sottolineava un paio di settimane fa da Berlino Norbert Röttgen (Cdu), capo della politica estera del Bundestag: “Non si tratta di fidarsi del Gruppo Huawei, ma se ci fidiamo del Partito Comunista Cinese”. Appunto.

Tenere d’occhio Parigi
Mette in conto di ricordare un’intervista sul punto del commissario scelto da Parigi per il superportafoglio al Mercato interno – con cruciali deleghe su Digitale, Difesa e Spazio. Osservava Thierry Breton a Eukalypton: “Gli Stati Uniti da un lato sostengono un mondo aperto, ma dall’altro stabiliscono delle regole all’interno dei loro confini. Il loro cyberspazio è regolato e protetto, a vari livelli. Questo è ovviamente anche ciò che dobbiamo fare a livello europeo”.

VON DER LEYEN NEL LIMBO

A proposito di Breton
Breton (qui un ritratto di Policy Maker) passerà la “grigliata” di commissioni e Parlamento o inciamperà per conflitto di interesse? Tra i più influenti top manager francesi, ha ricoperto ruoli pubblici e politici – è stato ministro dell’Economia ai tempi di Jacques Chirac –, soprattuto ha guidato colossi come Bull, Thomson, France Telecom e Atos. Parigi ha già subìto il rifiuto della prima scelta di Emmanuel Macron, Silvye Goulard. Una seconda bocciatura sarebbe uno schiaffo difficilmente perdonabile dal presidente francese. Uno smacco per Ursula von der Leyen, che avrebbe dovuto inaugurare la sua presidenza il 1 novembre e invece aspetta.

Le caselle di Budapest e Bucarest
Oltre al commissario di Parigi, Bruxelles deve dare disco verde ai nuovi candidati di Ungheria e Romania dopo il diniego ai primi nomi. Il limbo della Commissione potrebbe terminare a inizio dicembre. Altri analisti scommettono per gennaio. Budapest ha già avanzato il nome di Oliver Varhelyi. Bucarest ha dovuto attendere la formazione di un nuovo governo dopo la caduta il mese scorso del socialdemocratico gabinetto di Viorica Dăncilă. Lunedì il liberale Ludovic Orban si è assicurato la maggioranza in Parlamento. La situazione politica garantisce ora lo sblocco anche per la nomina europea.

Fare a meno di Londra? Perché no?
Ma i mal di testa per von der Leyn potrebbero non essere terminati. A Brexit non consumata, teoricamente anche Londra dovrebbe esprimere un proprio commissario. Boris Johnson non ha assolutamente intenzione di pronunciarsi. E Bruxelles potrebbe anche battezzare la nuova Commissione facendo a meno del delegato Uk.

CINA E UNIONE EUROPEA

Macron passa la Grande Muraglia
“Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà”. Nota profezia di Napoleone (Bonaparte), non del giovane inquilino dell’Eliseo. Che però qualche domanda se la pone. Volando per conto dell’Europa nel Celeste impero finito comunista, viaggia per scongiurare che l’Unione finisca a knockout nella guerra con tregua Washington-Pechino. Se Donald Trump siglerà la pace commerciale con la Cina, i leader europei sono preoccupati di vedersi messi a bersaglio numero uno degli States. Di questo è fitta l’agenda di 48 ore di Macron in Cina. Che infatti si è portato il commissario europeo entrante per il Commercio, Phil Hogan, e il ministro tedesco dell’Istruzione e della ricerca Anja Karliczek come rappresentante del cancelliere Angela Merkel. Più qualche rappresentante di imprese francesi e tedesche. Fanno parte della delegazione: Bmw, Henkel, Merck, Siemens, Lufthansa e Volkswagen. Sul lato francese, tra gli altri, Bnp Paribas, Suez, L’Oreal e Lvmh.

La diplomazia del Panda
Parte della delegazione anche il direttore dello zoo di Beauval, Rodolphe Delord. Nel 2012, dopo difficili negoziati, la Cina aveva accettato di concedere alla Francia due panda, Huan Huan e Yuan Zi, per un prestito di 10 anni. E, si sa, per la Cina prestare i panda è come aprire ambasciate. Richiamarli in patria, equivale a richiamare una feluca.

Manu si incorona da solo?
Cosa significa la missione di Macron? La preoccupazione europea di rimanere schiacciata da Usa e Cina. Ok. Ma anche l’ambizione di Manu da Amiens di diventare sempre più ago della bilancia dell’Unione europea. Specie in questa fase di fine cancellierato per Angela Merkel. Come altro leggere il tweet dell’Eliseo che presenta il viaggio per mostrare “un fronte unito europeo nel dialogo con la Cina”? Ecco: Macron super-ambasciatore dell’Unione europea. Dentro e fuori i confini. Questo vuol rappresentare.

Le cartoline da Shanghai di Luigi di Maio
All’International Import Expo di Shanghai Shanghai è volato anche il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio. Mentre Macron si occupa delle mosse industriali, la Farnesina torna soprattutto sull’agroalimentare, per discutere come fare affari su riso e carne bovina. I ricchi cinesi pare abbiano grande interesse per il made in Italy; pare siano disposti a pagare anche più di 50 euro per una bottiglia di olio nostrano.

Clima franco-cinese
Nell’agenda macroniana in quel di Pechino entrano le mosse per arginare il riscaldamento globale. Sintesi Ansa: domani, mercoledì 6, Macron e Xi Jinping firmeranno a Pechino un documento congiunto sulla espressa “irreversibilità” del patto sul clima di Parigi del 2015, dal quale gli Stati Uniti si avviano a uscire entro un anno, secondo l’iter sul ritiro avviato il 4 novembre con la notifica alle Nazioni Unite.

E se Pechino stesse bluffando?
Clima, mercati. I sinologi più attenti giudicano l’Expo di Shanghai – occasione della missione europea – più uno spot di propaganda del regime, quando in realtà la Cina non sta aprendo i suoi mercati. Senza contare che la polizia cinese a Hong Kong si fa sempre più dura verso i manifestanti che da mesi chiedono garanzie democratiche. Così come poco raccontate sono le repressioni degli uiguri nello Xinjiang.

LAGARDE SI INSEDIA ALL’EUROTOWER

Il cielo a Francoforte (e sopra Berlino)
Tacco alto aggressivo, in completo scuro ingentilito da foulard colorato probabilmente di Hermès. Anzi: certamente di Hermès. In un lunedì mattina bagnato, Christine Lagarde è andata al lavoro all’Eurotower di Francoforte con scenografico arrivo a piedi. Prima settimana piena per la neo presidente della Banca centrale europea. Twitta: “Non vedo l’ora di incontrare il mio nuovo team e di lavorare con loro nei prossimi otto anni per i 340 milioni di europei che usano l’euro ogni giorno”.

In serata viaggio a Berlino, “la tana dei leoni quando si tratta di ostilità nei confronti della Bce”, come la definisce il Financial Times. Lunedì sera, a una cena di onore del presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble, l’ex ministro delle finanze architetto dell’austerity, Lagarde non ha parlato di politica monetaria o di quantitative easing. Solo discorsi di elogio per l’amico Schäuble.

La sfida? Non solo moneta
Comunque un debutto pubblico simbolico. Scrive Ft: Lagarde è ben consapevole che la rabbia per la politica della Bce è, oggi, in aumento a Berlino, dove la Bce è accusata di penalizzare i risparmiatori e di aiutare gli stati del sud. Superare il rancore della banca centrale tedesca, ma anche di quella francese, olandese e austriaca “sarà essenziale se intende migliorare le fortune economiche dell’area euro”. Priorità chiave – analizza il quotidiano della City – è la politica fiscale: “Probabilmente solleciterà i singoli paesi con una capacità di bilancio ridotta a fare di più in un contesto economico lento”. Lagarde ha già invitato Germania e Paesi Bassi a utilizzare le proprie eccedenze di bilancio per stimolare gli investimenti e la crescita. Mário Centeno, il presidente dell’Eurogruppo, ha offerto un messaggio simile alla Germania in un’intervista a Der Spiegel.

PRONTI PER LA BREXIT? MIND THE GAPE PLEASE

Boris Johnson, in missione per conto di Brexit, si è pubblicamente scusato. In un’intervista a Sky, il premier ha espresso “profondo rammarico” per aver mancato l’obiettivo del leave al 31 ottobre. L’Unione ha concesso la nuova proroga al 31 gennaio. BoJo punterebbe simbolicamente a uscire già a Capodanno, a suon di Radetzky March. Ma Londra non è Vienna. E Johnson deve prima di tutto affrontare le elezioni il 12 dicembre.

Sondaggi per Boris, ma le urne?
Sulla carta dei sondaggi i conservatori hanno la maggioranza per uscire dall’incertezza che aleggia in Uk e Continente dal referendum del 2016. Calendario alla mano: sono 41 mesi di discussione Brexit.

I Tories vinceranno?
Gli osservatori sono concordi: difficile prevedere l’esito delle elezioni. In proposito, è tutta da leggere l’analisi di Chris Hanretty della University of London. Ne riprendiamo due punti: gli elettori hanno ora maggiori probabilità di cambiare partito rispetto a qualsiasi altro momento nella storia britannica del dopoguerra. Per dire: alle elezioni del 2017, i conservatori hanno avuto una campagna disastrosa: per sei settimane, un vantaggio di 20 punti si è ridotto a soli 2 punti di voti reali. Inoltre, molti voteranno soprattutto su brexit e remain. E poiché nessun singolo partito cattura tutti i voti per lasciare o rimanere, “il partito Brexit proverà a riprendere gli elettori dai conservatori. I liberaldemocratici cercheranno di convincere gli elettori di remain che la politica di Labour sulla Brexit si limita a imitare quella dei conservatori”. Insomma: “Lungi dal fornire al Regno Unito un senso di stabilità, questa nuova elezione introdurrà ancora un’altra fonte di incertezza in un panorama politico già convulso dalla Brexit”.

Quindi: mettiamoci comodi. I sequel sono assicurati.

Spina Nigel…
“Ci ho pensato molto”. Nigel Farage, il leader del partito britannico Brexit, non si presenterà alle elezioni. Comunque: ha scelto di fare campagna a livello nazionale contro l’accordo di divorzio con l’Ue siglato da Johnson. A suo giudizio, un pessimo accordo. Spina nel fianco per BoJo. Lui, a sua volta, ha affermato che non firmerà un patto elettorale con il partito Brexit.

The Donald approva, auspica, avverte
Johnson incassa l’endorsement di Donald Trump – il presidente Usa lo ha definito “l’uomo giusto” – e pure qualche buffetto. L’inquilino della Casa Bianca vorrebbe vedere i suoi “amici” Boris e Nigel stringere un patto per garantire la maggioranza parlamentare pro-Brexit alle elezioni generali. Ha criticato l’accordo stretto con Bruxelles, avvertendo: “Se il Regno Unito divorzierà dalla Ue in modo chiaro e netto, a differenza di quanto farebbe con questa intesa che prevede di rimanere nell’unione doganale, gli Usa saranno in una posizione migliore per stringere con Londra un accordo bilaterale di libero scambio”.

Farage ha subito rilanciato le dichiarazioni di Trump

 

Soundtrack e video della settimana

“Esiste un club i cui membri sono destinati a fare grandi cose”. Posh o common people? Comunque finirà, è un gran Riot Club. (Alzare le casse qui).

COME ON BOYS: NELLE URNE C’È TANTO ALTRO

Johnson e Corbyn stufi di austerità
Attenzione: nel menu del dibattito elettorale c’è anche altro. A cominciare dai piani di spesa pubblica. Boris Johnson e Jeremy Corbyn hanno promesso nuovi investimenti in infrastrutture e servizi. Riassume Business Insider: chiunque vinca le consultazioni userà in modo più generoso le risorse nazionali, portando il rapporto tra spesa pubblica e Pil entro il 2023 tra il 41,3 e 43,3 per cento: un valore simile a quello degli anni Settanta, quando raggiunse in media il 42 per cento. A illustrare il dato è il think tank Resolution Foundation, che in un report analizza gli scenari a seconda della vittoria dei conservatori o dei laburisti. “Al di là delle differenze, si tratta di un approccio bipartisan, che potrebbero segnare la fine del rigore finanziario del periodo 2010-2019, durante il quale la spesa è cresciuta di soli 5 miliardi di sterline. In ogni caso, la Gran Bretagna continuerà a spendere meno rispetto a Francia, Italia e Germania”.

MARGRETHE COME CAMILLO

Domenica ricca di interviste dalle parti di via Solferino e largo Fochetti. Con singolari coincidenze. Margrethe Vestager a un pool di quotidiani europei, tra cui Repubblica, dice: “Con i sovranisti l’Europa si deve misurare”. Prego? Ma chi? La danese commissaria alla Concorrenza, vicepresidente della futura Commissione europea guidata da von der Leyen; esponente di punta di Renew Europe, la famiglia politica che ospita gli eurodeputati del vecchio Alde e i francesi di En Marche di Macron? Sì. Proprio lei. Quindi si può parlare anche con la Lega? “Questo è il Parlamento che abbiamo, lo hanno scelto gli elettori – afferma la danese – Non abbiamo scelta: a seconda dei dossier inviteremo i gruppi a collaborare e chiederemo loro i voti”.

Stesso giorno, al Corriere della Sera il cardinale Camillo Ruini, campione della stagione del cattolicesimo italiano impegnato nel campo della difesa dei principi non negoziabili nello spazio pubblico, dice ad Aldo Cazzullo: “Il dialogo con lui (Matteo Salvini, ndr) mi sembra doveroso”. E in due battute manda in tilt gli italici cattolici di sinistra. Reazioni varie e risentite alle parole dell’anziano porporato. Reazioni che al contrario non si registrano per le parole della liberaldemocratica campionessa del verbo europeo.

Sarà mica che la notizia non è che due pratici politici come Vestager e Ruini dicano l’ovvio – occorre parlare e mediare con tutti – ma che i cattodem leggono il Corsera e sfogliano distrattamente Repubblica?

 

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