Dal mondo

Commissione, Brexit, Bce e non solo. Che cosa scalda i Palazzi europei

commissione

Tutti i più recenti dossier al centro delle questioni in Europa: dal risiko della Commissione di Bruxelles fino al nodo Brexit. Il Taccuino europeo a cura di Andrea Mainardi

RISIKO COMMISSIONE

LA FRANCIA GIOCA BRETON 

Non si può dire che a Emmanuel Macron non piaccia rischiare. Dopo la bocciatura del Parlamento europeo della sua candidata commissario Sylvie Goulard per presunte questioni etiche, adesso scommette su Thierry Breton. Imprenditore, ex ministro, per il governo francese è l’uomo giusto al posto giusto per un portafoglio al mercato interno rafforzato. La delega comprende industria, spazio, difesa e digitale. A Breton non mancano le competenze. Ma il suo background nel settore privato in società che si occupano delle materie che dovrebbe seguire a Bruxelles potrebbe procurargli un diniego per conflitto di interesse. Dubbi già manifestati da parlamentari socialisti, verdi e della sinistra radicale. E sai che smacco per Ursula von der Leyen.

CHI È IL SUPERCOMMISSARIO DI MACRON

Diplomato all’Ecole supérieure d’électricité, parigino, 64 anni, Breton è stato dirigente di aziende pubbliche e private. Ministro delle Finanze tra il 2005 e il 2007 (presidenza Jacques Chirac) è visto come un politico di destra e tra i primi En Marche con Macron. Pare abbia il pallino del debito pubblico. Attualmente è Ceo di Atos, leader europeo dei sistemi di information technology. Società che ha beneficiato di generosi aiuti europei. È stato vicepresidente di Groupe Bull, presidente e Ceo di Thomson-Rca e di France Télécom.

DUBITARE BRETON. TUTTA COLPA DEL PANTOUFLAGE. ANCORA

Non tutti sono entusiasti. Di “scelta incomprensibile e rischiosa per Macron” dice apertamente un funzionario francese a Politico. Che Breton sia poi un interprete di primo livello del pantouflage, il sistema di passaggio di alti funzionari pubblici al settore privato e dal privato alla politica – il revolving doors –, pratica diffusa in Francia quanto espressamente vietata in altri paesi, è questione che può provocargli una severa “grigliata” in audizione parlamentare. Breton intanto ha già pianificato l’uscita da Atos e in caso di conferma venderà le sue azioni. Un gruzzolo di circa 34 milioni di euro.

UN FRANCESE NELLO SPAZIO

Preparazione professionale e politica a parte, Breton è appassionato di fantascienza: a suo nome si trovano tre romanzi sul genere. Nel 1984 ha co-scritto Softwar, presentato come un thriller tecnologico incentrato su un attacco informatico americano su computer sovietici. Se passa audizione e voto parlamentare, Breton nella Commissione von der Leyen si occuperà anche di spazio. E di spazio ne ha scritto in altri due romanzi: Vatican III  e Netwar.

Per qualche tempo ha diretto “Futurscope” parco tematico a metà tra giochi per bambini e famiglie e divulgazione scientifica a nord di Poitiers.

Detesta le email, ma cura un blog.

SICUREZZA E DIFESA PRIMA DI TUTTO (E DI TUTTI)

Nel suo blog, tra l’altro, ha espresso – ben prima di Macron – l’idea di un Fondo per la sicurezza e la difesa europea: “Di fronte alla doppia sfida storica della sua sicurezza e del suo debito, l’Europa ha abbassato la guardia ed è ora a un bivio. Le tensioni geopolitiche, il terrorismo e la crisi dei migranti si stanno aggiungendo alle difficoltà economiche e alla disoccupazione. In assenza di un progetto unificante, i cittadini sono disillusi e talvolta tentati dalla facilità del ritiro nazionalista”.

COMMISSARI DA APPROVARE E NOMINARE. URSULA PAZIENTA. L’EUROPA NON HA GOVERNO

Ungheria verso l’ok

Anche l’Ungheria si è vista bocciare il primo candidato a commissario, l’ex ministro della Giustizia László Trócsányi. Il primo ministro Viktor Orbán si è affrettato a rivelare il nome del suo uomo per il “piano b”. Si tratta di Olivér Várhelyi, diplomatico esperto che ha già incontrato la commissaria eletta, Ursula von der Leyen. Se passa il voto del Parlamento, l’ungherese sarà il nuovo Dg per l’Allargamento.

Bucarest fa aspettare tutti

È ancora stallo, invece, per il commissario romeno, data la situazione di crisi politica. A seguito della sfiducia a inizio mese al primo ministro Viorica Dăncilă, in assenza di un governo Bucarest non può avanzare nomi dopo la bocciatura della prima scelta. Una crisi che potrebbe far macinare ulteriori settimane di ritardo alla partenza della nuova Commissione. Dopo il rinvio da novembre a dicembre, se la Romania non riuscirà a formare un nuovo esecutivo in tempo, il debutto di von der Leyen potrebbe slittare al 2020.

Londra non chiama

Okay, sul fronte commissari: that’s it, folks. Anzi no. Perché una delle condizioni della proroga alla Brexit a fine gennaio è anche la nomina di un britannico a Bruxelles.

APPUNTO, LA BREXIT

Le penultime sulla vicenda. Lunedì sera i parlamentari di Sua Maestà hanno respinto l’ultimo tentativo di Boris Johnson di elezioni al 12 dicembre. Dopo che l’insistenza di BoJo di lasciare il vecchio continente ad Halloween si è arresa, la nuova, ennesima proroga segna data 31 gennaio. Forse. Lo scapigliato ex sindaco di Londra capace di leggere i classici latini e greci all’impronta, senza vocabolari, ha dovuto accettare suo malgrado. La normalità ormai sarebbe un ulteriore colpo di scena; la sorpresa un percorso lineare con fine corsa al 31 gennaio 2020. Si vedrà. Intanto Bruxelles sembra intenzionata a insistere nel chiedere a Johnson di presentare una nomination di un britannico nella nuova Commissione fino all’uscita della Gran Bretagna. Lui non vuole. Questioni legali a parte – i commissari europei devono essere in numero uguale al numero degli Stati membri dell’Unione –, se Bruxelles si impuntasse, sarebbe un ulteriore elemento di incertezza (e impazienza) per von der Leyen, già in attesa di vedersi confermati i tre commissari di Francia, Ungheria e Romania.

Intanto il Parlamento – parte laburista – ha già ricambiato idea tra il vespro di lunedì 28 e l’ora media di martedì 29. Dovrebbe ridecidere sulle elezioni a dicembre chieste da Boris. Aspettiamo la data.

Order, order

Order, order. Così dice da mesi di improbabile cravatta vestito lo speaker di Westminster, John Bercow. Allora: keep calm. Stufi di aspettare i prossimi palleggi Londra-Bruxelles? Per chi si fosse annoiato dell’infinto romanzo d’appendice Brexit, segnaliamo: Londra non annoia mai. Da vedere la mostra alla Royal Academy of Arts di un gigante del Novecento Lucian Freud: The Self-portraits. Non fosse che Lucian era il nipote di Sigmund Freud e che ha ritratto pure la regina Elisabetta. Forse aiuterà a superare psicodrammi. Aperta domenica, prosegue fino al 26 gennaio. Giusto in tempo per un salto in Uk e brindare coi londoners alla Brexit o ad un suo ennesimo rinvio. O dolersene per l’una o per l’altro. Playlist imprescindibile: almeno Waterloo Sunset dei The Kinks e Boulevard of Broken Dreams di Marianne Faithfull.

DRAGHI PASSA LA CAMPANA. CHE SUCCEDE ALLA BCE

Parterre de rois per l’addio alla Bce di Mario Draghi. Angela Merkel, Emmanuel Macron, Sergio Mattarella. A Francoforte son squillati toni di elogio entusiasti. “La tua leadership è stata importante, direi cruciale, per il contributo alla stabilità dell’Eurozona”, ha detto la cancelliera tedesca. Solenne l’inquilino dell’Eliseo: “Oggi celebriamo l’azione di un uomo che ha portato molto in alto il sogno europeo”, “un degno erede dei padri fondatori dell’Europa quali Jean Monnet, Robert Schuman, Konrad Adenauer e i vostri illustri compatrioti Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli”. “Grazie, caro Mario” ha concluso il suo intervento di saluto Mattarella che ha ricordato come nel 2011 l’impatto della crisi finanziaria avesse imposto “all’Unione e alla Banca, in primo luogo, un cambio di passo”, pena “la dissoluzione dello stesso eurosistema. Una possibilità, e un rischio, che oggi possiamo considerare sconfitti”.

“È il momento di avere più Europa, non meno. Ci serve un’Europa più forte” ha detto l’ex allievo di Franco Modigliani nel suo discorso di commiato.

SUPERMARIO VERSO LA CAMPANELLA DI PALAZZO CHIGI? ITALICI POLVERONI

Che farà ora il “pensionato” Draghi? Nei giorni scorsi il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, ne ha profetizzato il futuro come premier di un governo tecnico dopo il Conte 2. Dopo avere consegnato il campanone dell’Eurotower, riceverà la campanella di Palazzo Chigi? Faceva polverone, Giorgetti. Lo scrive in un retroscena Francesco Verderami sul Corriere della Sera: “Lo ha detto per destabilizzare il campo avverso”. Per il quotidiano di via Solferino, Giorgetti avrebbe confidato ai suoi: “Draghi non ci pensa nemmeno a finire in quel manicomio. Altra cosa sarebbe il Quirinale…”. Ma il posto al Colle è occupato per i prossimi tre anni.

À LAGARDE COMME À LAGARDE

Con il passaggio delle consegne a Francoforte, Draghi lascia la presidenza a Christine Lagarde, chiamata a succedergli dal primo novembre. È una dama sofisticata da rive gauche parigina, anche se di simpatie centrodestra. È stata ministro al Commercio estero durante la presidenza Jacques Chirac; poi dell’Agricoltura e infine dell’Economia durante la presidenza di Nicolas Sarkozy. Più volte ribattezzata la Coco della finanza per il taglio dei capelli curatissimo – e un poco civettuolo –, gli abiti di alta sartoria e i gioielli discreti quanto di gran firma, è considerata una cattolica di sinistra in temi etici. Con una battuta o forse no, l’anno scorso Papa Francesco disse che sarebbe stata una buona idea chiamarla a dirigere lo Ior, l’istituto bancario vaticano. L’ex responsabile del Fondo monetario internazionale ha preso altre vie.

LE SFIDE DI CHRISTINE

Lagarde dovrà gestire la politica monetaria in un momento in cui i tassi di interesse sono vicini allo zero o addirittura negativi. Come capo della Bce dovrà lavorare a stretto contatto con i governi della zona euro. Addestrare i falchi. Guntram Wolff e Rebecca Christie
del think tank Bruegel (il Bruxelles european and global economic laboratory) così sintetizzano la sfida che la attende: “Ciò che determinerà il suo successo è se può ottenere il consenso tra i governi della zona euro e mettere a punto politiche fiscali che prepareranno il continente alla prossima recessione. Saranno le sue capacità di politico, più che altro, a definire il suo mandato presso la Bce e il futuro della zona euro”.

MAKE EUROPA GREAT AGAIN

Nei piani ad ampio raggio per i prossimi cinque anni, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea in arrivo, è determinata a rafforzare la capacità dell’Ue di competere a testa alta con gli Stati Uniti e la Cina su tutto ciò che è digitale. La definisce “sovranità tecnologica”. Come si legge su Politico, “Londra, Berlino e Parigi possono tutti rivendicare la loro giusta quota di startup del valore di almeno 1 miliardo di dollari. Ma queste cifre sono ancora ridotte rispetto a quelle di Silicon Valley e Cina”. In ballo questioni come il commercio elettronico, il ruolo dei social media, la gestione dei dati.

Due i nomi della nuova Commissione da tenere d’occhio come arbitri di una partita cruciale: la vicepresidente con delega alla Concorrenza, Margrethe Vestager, e chi prenderà il portafoglio al mercato interno. Al momento, come ricordato, il nuovo aspirante parigino al ruolo è Thierry Breton. Un forte sostenitore di politiche protettive.

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