La Corte Suprema venezuelana ha investito Delcy Rodríguez — finora vicepresidente e ministra degli Idrocarburi — della carica di presidente ad interim dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi. Riuscirà a resistere alle pressioni di Washington?
Figura di lungo corso del chavismo, Delcy Rodríguez è l’erede politica legittima nel Venezuela post-Maduro, dopo l’incarico di presidente ad interim affidatole dalla Corte suprema e il voto di fedeltà dell’esercito.
Ma molto dipenderà dal possibile voltafaccia di Trump: ieri il presidente Usa ha minacciato un nuovo attacco alla leadership del Paese sudamericano nel caso in cui la neo-presidentessa non si pieghi ai desiderata di Washington, chiama le riserve venezuelane il “nostro” petrolio e afferma di avere il controllo totale del Venezuela.
DELCY RODRÍGUEZ, LA FAVORITA (PER POCO?) DELLA CASA BIANCA
Sulla carta, Delcy Rodríguez sembrava la favorita della Casa Bianca per la guida del Venezuela, dopo che Trump aveva liquidato in fretta le ambizioni della Nobel per la pace Machado.
L’investitura le arrivava direttamente dalla Corte Suprema del Venezuela, che nella notte del blitz aveva dichiarato “temporanea” l’assenza del presidente, attribuendo a Rodríguez i poteri necessari per garantire la continuità amministrativa.
Poi, nel suo discorso alla nazione, Delcy ha affermato che Maduro è l’unico leader legittimo del Venezuela e ne ha chiesto l’immediata liberazione. “Siamo pronti a difendere le nostre risorse naturali”, ha dichiarato durante la seduta del Consiglio di difesa trasmessa in diretta alla tv nazionale, al fianco dei vertici delle forze armate e del ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che le hanno giurato fedeltà.
Affermazioni che non sono piaciute al volubile presidente Usa, che dapprima ha accolto in favorevolmente la disponibilità di Rodríguez a cooperare per una transizione pacifica, ma adesso sembra già disposto a voltarle le spalle: “se non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”, ha dichiarato il tycoon in un’intervista al The Atlantic.
CHI È DELCY RODRÍGUEZ
56 anni, nativa di Caracas, Delcy Rodríguez si è formata all’estero dopo la laurea in legge all’Universidad Central del Venezuela. Parigi, Londra, poi il ritorno a Caracas per entrare nella macchina di governo chavista.
è figlia di Jorge Antonio Rodríguez, fondatore della Lega Socialista e figura chiave della sinistra rivoluzionaria. Il padre fu responsabile del rapimento, nel 1976, dell’affarista americano William Nehous, accusato di essere uomo della Cia e legato al regime di Pinochet in Cile. Arrestato, morirà in carcere per le torture subite dalla polizia politica venezuelana.
I DUE FRATELLI RODRÍGUEZ AL POTERE
Critici e analisti internazionali indicano nei fratelli Rodríguez figure chiave di una rete che unisce partito, apparati di sicurezza e interessi economici: uno dei pilastri su cui, oggi, si regge il potere in Venezuela. Con questo tragico imprinting, che entra a pieno titolo nella narrazione anti-imperialista, i due figli di Jorge Antonio si uniscono all’establishment chavista.
Lei ministro della Comunicazione dal 2013 al 2014, quindi prima donna ministra degli Esteri del Venezuela, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente e infine vicepresidente della Repubblica dal 2018. Lui vice di Chavez nel 2007-2008, poi Ministro del potere popolare per la comunicazione e l’informazione tra il 2017 e il 2020 con Maduro, quindi Presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, ruolo che ricopre tuttora.
IL DOSSIER PETROLIO
Negli ultimi anni Delcy ha assunto la guida del ministero del Petrolio e dell’Autorità economica del Venezuela, accreditandosi come interlocutrice per le élite attive nel Paese e cercando di stabilizzare produzione e finanze in un contesto molto complicato per la crisi nel Paese e l’inasprirsi delle misure autoritarie.
È proprio questo ruolo ad averla resa, agli occhi di Washington, una potenziale interlocutrice affidabile per una transizione controllata. Ma la difesa della sovranità energetica rischia ora di trasformare il dossier petrolifero nel principale terreno di scontro con gli Stati Uniti.


