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Elezioni israele

Chi governerà Israele e perché il voto non chiude l’era Netanyahu. L’intervista al prof. Campelli (LUMSA)

Le elezioni israeliane hanno lasciato la Knesset senza una maggioranza e aperto la fase delle trattative per il nuovo governo. Cosa succederà adesso? Lo abbiamo chiesto a Enrico Campelli, professore di Comparative Constitutional Law (Università LUMSA) 

Il 27 ottobre le elezioni in Israele non hanno ridato lo scettro a Bibi, ma quasi. Con un’affluenza del 77,9%, mai cosi numerosa dal 1999, il Likud, partito della destra nazional-conservatrice guidato da Benjamin Netanyahu, ha ottenuto il 20,52% dei voti e 27 seggi, seguito da Yashar, la formazione di centrodestra dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, con il 16,05% e 21 seggi. Con lui all’opposizione anche l’alleanza B’Yachad, che riunisce la destra di Naftali Bennett e il partito di centro Yesh Atid di Yair Lapid, con il 9,34% e 12 seggi, e  Yisrael Beiteinu, partito della destra laica e nazionalista guidato da Avigdor Lieberman, con il 5,93% e 7 seggi. 

La sinistra ebraica, un tempo protagonista della politica israeliana, è oggi rappresentata principalmente dai Democratici di Yair Golan, nati dalla fusione tra il Partito laburista e Meretz, che hanno ottenuto il 6,44% e 8 seggi.

Nel blocco di Netanyahu, Otzma Yehudit, formazione dell’estrema destra nazionalista di Itamar Ben-Gvir, ha raccolto il 5,74% e 7 seggi, mentre l’alleanza Sionismo Religioso–Zehut, che unisce la destra religiosa di Bezalel Smotrich al movimento di Moshe Feiglin, ha ottenuto il 5,10% e 6 seggi. Completano lo schieramento i due partiti ultraortodossi, Shas di Aryeh Deri, espressione soprattutto dell’ebraismo sefardita e mizrahi, con il 5,26% e 6 seggi, e United Torah Judaism di Yaakov Asher, legato alle comunità ashkenazite, con il 5,49% e 7 seggi.

I partiti arabi hanno conquistato complessivamente 19 seggi. La Joint List, guidata da Yousef Jabareen, ha ottenuto l’8,79% e 11 seggi. Riunisce tre formazioni politiche distinte: Hadash, movimento comunista ebraico-arabo; Ta’al, partito arabo laico guidato da Ahmad Tibi; e Balad, di orientamento nazionalista palestinese e laico. Ra’am, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas, ha invece raggiunto il 5,93% e 8 seggi.

Il risultato elettorale lascia aperti diversi scenari per la formazione del nuovo governo. Il blocco di Netanyahu dispone di 53 seggi, le forze di opposizione raccolte attorno a Eisenkot di 48 e i due partiti arabi di 19. Nessuno dei principali schieramenti raggiunge i 61 seggi necessari per governare. Ora spetterà al presidente Isaac Herzog avviare le consultazioni e affidare l’incarico di formare il governo.

I due principali contendenti, Netanyahu ed Eisenkot, si assomigliano più di quanto divergano. Potrebbero alla fine unirsi tra loro?

Sì, potrebbero, ma a un prezzo, soprattutto per Eisenkot. È stato Capo di Stato maggiore per tre anni durante il governo Netanyahu e ha fatto parte del War Cabinet, da cui si è ritirato accusando Bibi di curare soltanto i propri interessi. Quindi i due si conoscono benissimo. Ma Eisenkot ha fatto tutta la sua campagna promettendo ai suoi elettori che avrebbe messo fine all’epoca Netanyahu. C’è anche l’ipotesi di convincere il Likud a fare fuori Bibi, ma non mi sembra realistico. Perché mai un partito uscito così forte dalle elezioni, il primo partito, dovrebbe rinnegare il proprio leader per entrare in un governo guidato da quelli che gli vanno contro? 

Per Bibi queste elezioni sono il risultato peggiore del Likud dal 2013, ma certamente non ha perso. Rispetto al 2022 ha preso oltre 52 mila voti in più, ma con un’affluenza molto più alta il loro peso percentuale si è ridotto e i seggi sono scesi da 32 a 27. È al governo da circa 19 anni, sommando i diversi periodi, ed è ancora il primo partito. Per usare un’espressione del diritto comparato, “regna ma non governa”. In ogni caso avrebbe molto meno difficoltà a giustificare un governo di unità nazionale con i suoi alleati. 

Quanto all’incarico di formare il nuovo governo, mi aspetto che il mandato venga affidato a Eisenkot. Darlo a Netanyahu non avrebbe senso, perché non ha i numeri per formare una maggioranza. Mi aspetto anche che Eisenkot si prenda un po’ di tempo. Non deve sembrare troppo veloce nel formare un governo con Netanyahu. Deve sembrare un processo sofferto, una scelta che ha cercato in tutti i modi di evitare. 

Quello che Netanyahu spera davvero è che salti il banco e si torni alle elezioni. Rimarrebbe in carica alla guida del governo per gli affari correnti e, in primavera, potrebbe sbaragliare le opposizioni. Se poi ci fosse un’operazione militare, il suo potere decisionale si espanderebbe per tutta la durata della guerra. Non è un caso che si sia tornati a parlare di un’operazione in Iran…

Le opposizioni sanno benissimo che se si tornasse a votare in primavera, stra-perderebbero. Si metterebbe in discussione la leadership di Eisenkot, le 67 mila persone che sono tornate a votare probabilmente non tornerebbero tutte, i voti dei piccoli partiti di destra rimasti sotto la soglia confluirebbero negli altri partiti di destra e probabilmente gli arabi non tornerebbero a votare con un’affluenza così alta. Le opposizioni sanno che è ora o mai più. Dovrebbero avere il coraggio di rompere finalmente la convenzione ad excludendum nei confronti dei partiti arabi. Questo inaugurerebbe in Israele una stagione di trasformazione molto profonda. È più probabile che cercheranno di inventarsi una coalizione che escluda gli arabi e permetta di formare un governo adesso. Probabilmente ricorreranno a una stramba alleanza, che terrà dentro pezzi e pezzetti, rinnegando parte della campagna elettorale per andare avanti con una maggioranza ibrida. 

Prima delle elezioni si è cercato di impedire ai partiti arabi di partecipare alla competizione elettorale. Su quali basi giuridiche e con quali conseguenze? 

Non c’era una reale base giuridica per la squalifica. E secondo me anche per questo molti palestinesi d’Israele sono andati a votare: è stata una provocazione talmente forte, un abuso talmente violento e ridicolo, che probabilmente ha ottenuto l’effetto opposto. 

La base giuridica invocata era l’articolo 7a della legge sulla Knesset, che prevede l’esclusione di candidati e partiti che non riconoscono Israele come Stato ebraico e democratico. Ma Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze del governo Netanyahu e leader del Sionismo Religioso, ha più volte auspicato uno Stato halakhico, fondato sui principi del diritto ebraico anziché sullo Stato di diritto. Una teocrazia. In questo senso è un’applicazione chiaramente asimmetrica e selettiva del principio della cosiddetta democrazia protetta,  quella dottrina sviluppata in Germania dopo la Seconda guerra mondiale per proteggere il sistema democratico anche attraverso l’esclusione dei partiti estremisti. Qui si cerca di escludere i partiti arabi, mentre la destra radicale può partecipare. Ed è per questo che dico che un governo con gli arabi cambierebbe il paradigma dello Stato. Non si tratterebbe soltanto di avere una nuova maggioranza, ma di un cambiamento di lungo periodo nella teoria dello Stato.

Non sono proprio questi voti a mettere Israele davanti alla faccia che dovrebbe avere? 

In un certo senso sì. I palestinesi del 1948, i cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana, godono formalmente dei diritti politici, ma restano sotto rappresentati e penalizzati sul piano dei diritti sostanziali. Oggi sono il 20% della popolazione. I partiti arabi hanno ottenuto 19 seggi, Eisenkot ne ha ottenuti 21. Qual è la differenza tra 19 e 21? L’etnia.

I partiti arabi hanno ottenuto complessivamente un peso molto superiore a quello di Israel Beitenu, Otzma Yehudit o Golan. Eppure continuano a essere esclusi da qualunque ipotesi di governo. Israele ha un senso di identità collettiva molto diviso, mentre il voto arabo è mediamente coeso, pur con le sue divisioni interne. Il primo che riesce a normalizzarlo farà un affare per parecchio tempo. Ma nessuno se la sente di assumersi la responsabilità di questo cambiamento. 

Gli stessi leader dell’opposizione, guai a chiamarli leader della sinistra, hanno chiarito di non voler governare con gli arabi. Lieberman dice sempre: né con Bibi né con Tibi, riferendosi ad Ahmad Tibi, uno dei leader dei partiti arabi. È una formula per dire che non si siederà né con Netanyahu e gli ultraortodossi né con gli arabi. Anche Eisenkot è delle stesse vedute. E io qui credo che Netanyahu abbia ragione quando dice: dovete scegliere, o me o gli arabi. Lui fa una provocazione, ma questa è esattamente la domanda che oggi si pone Israele.

Eisenkot è figlio di ebrei marocchini. Che peso hanno le sue origini? Possono in qualche modo favorire una coalizione con i partiti arabi?

Eisenkot sarebbe il primo capo di governo israeliano non ashkenazita. Gli ashkenaziti sono gli ebrei di origine europea, la componente che storicamente ha dominato la classe dirigente israeliana. L’arrivo al governo di un figlio di ebrei marocchini mostrerebbe una trasformazione sempre più evidente della società israeliana. Gli israeliani sono sempre meno sensibili al mondo occidentale perché, anche in termini demografici, sono sempre meno occidentali. 

C’è una crescita demografica molto forte degli ebrei mizrahi, di origine araba e nordafricana, e dei sefarditi, di origine spagnola. Molti hanno conosciuto l’espulsione dai paesi d’origine. Storicamente sono molto a destra, con una marcata affiliazione verso forze ultraortodosse o partiti come il Likud. Il fatto che Eisenkot sia figlio di ebrei marocchini non crea necessariamente un ponte con i partiti arabi.

Dov’è, nei programmi dei principali candidati, una prospettiva politica diversa nei rapporti con i palestinesi?

Non c’è. Non si parla di occupazione. L’occupazione non è un tema elettorale perché buona parte degli israeliani ritiene che il contenimento del terrorismo palestinese sia una questione esistenziale. Tra i partiti ebraici, soltanto i Democratici, nati dalla fusione tra Avodà, i laburisti e Meretz, il partito più a sinistra dello spettro politico ebraico israeliano, parlano esplicitamente di occupazione e della ripresa di un piano di pace. 

E il fronte dell’opposizione è talmente variegato che comprende Israel Beitenu, uno dei partiti più falchi, più a destra, più duri che ci siano in Israele, che semplicemente non sta con Netanyahu perché lo detesta ed è profondamente laico, quindi non vuole governare con gli ultraortodossi. C’è Bennett, che viene dal mondo della destra high-tech. Un tempo rappresentava una delle forze più a destra che esistessero, e adesso è nelle opposizioni. Appartengono a un mondo diverso da quello di Netanyahu, ma nel quale ci sono due paletti teorici importanti: l’esercito e la difesa come pilastri centrali dell’esistenza dello Stato, e il contenimento dei diritti palestinesi, quindi la prosecuzione dell’occupazione.

In Cisgiordania la violenza dei coloni contro i palestinesi si è intensificata. Eisenkot ha una posizione diversa da Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich. Ma può bastare contenere i coloni senza mettere in discussione il sistema che produce quella violenza?

Eisenkot ha delle politiche tendenzialmente più dure nei confronti dei coloni rispetto a quelle di Netanyahu. Ma bisogna capire fino a che punto arrivi questa differenza. Si cerca di limitare i coloni perché fanno male alla reputazione. Non sono considerati il terrorismo di Stato fascista e suprematista che andrebbe estirpato perché distruggerà le future generazioni. 

Eisenkot non va interpretato come il sol dell’avvenire. Per carità, con lui non si andrà allo scontro con la Corte Suprema, si vorrà fare chiarezza attraverso una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e si cercherà di riavvicinare un pochino Israele alla comunità internazionale. Avrà un atteggiamento più duro nei confronti dei coloni e terrà fuori dalla sua coalizione le destre più radicali. Resta però da capire quanto questa maggiore severità inciderebbe realmente sulla situazione in Cisgiordania.

C’è poi qualcosa di ancora più profondo che emerge da queste elezioni e riguarda la trasformazione della società israeliana. Netanyahu ha alimentato l’idea di una minaccia esistenziale permanente. È la logica del noi o loro, del mors tua vita mea. La sinistra ebraica ha ottenuto appena otto seggi e lo spettro politico israeliano si è spostato talmente a destra che Netanyahu viene persino accusato, da alcuni esponenti della destra, di essere stato troppo morbido. Ovviamente questo non può essere letto come un fenomeno soltanto israeliano. Viviamo in un momento storico in cui ci sono Trump, Meloni, Le Pen, l’estrema destra europea, l’AfD in Germania… È una logica che riguarda il mondo intero.

Ma c’è anche una realtà con cui Israele deve fare i conti: i coloni sono centinaia di migliaia e i cittadini arabi rappresentano circa un quinto della popolazione. Ignorare le implicazioni di questi numeri significa ostinarsi a immaginare un mondo che non esiste più, se mai è esistito. Non si tratterebbe soltanto di cambiare alcune politiche contingenti, ma di ripensare Israele, il suo stesso modello di Stato. E secondo me Eisenkot non si prenderà la responsabilità di questo cambiamento. Non credo che ne abbia il coraggio.

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