Dal mondo

Cina e Hong Kong, Usa e jihadismo. Il Taccuino estero

Cina

In primo piano nel Taccuino Estero la cronaca da Hong Kong, la stima fantasmagorica del costo complessivo per le casse Usa di quasi vent’anni di guerra al terrorismo, le nuove rivelazioni sui campi di detenzione per musulmani nella provincia occidentale cinese dello Xinjiang, e l’ultima mossa della Marina Usa nel braccio di ferro con la Cina nello stretto di Taiwan

La notte di scontri durissimi a Hong Kong tra manifestanti arroccati nel Politecnico e la polizia ha registrato un totale di 38 feriti, di cui 5 in condizioni gravi, secondo il bilancio stilato dalla Hospital Authority. Sono invece 18 le persone segnalate in condizioni stabili, mentre 6 sono state dimesse. Un totale di 24 persone, invece, sono state ricoverate tra la mezzanotte e le 7:30 del mattino locali, e tra questi c’è anche un uomo di 84 anni. Intanto l’Alta Corte dichiara incostituzionale il divieto di indossare maschere emanato dalla governatrice Carrie Lam. La polizia di Hong Kong ha lanciato l’appello alla resa agli studenti arroccati nel campus della PolyU, invitati a deporre le armi e a uscire in modo ordinato. Tutti, ha assicurato un portavoce in una conferenza stampa in streaming, saranno arrestati perché “sospettati di rivolta” in vista degli accertamenti del caso. (Redazione Policy Maker)


TWEET DELLA SETTIMANA

La settimana scorsa a Washington si è tenuta la ministeriale della Global Coalition contro l’Isis, in cui il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha fatto da ospite ai colleghi di decine di paesi, tra cui l’Italia, giurando che la lotta contro il mostro jihadista prosegue finché non abbandonerà le sue “ambizioni globali” e ciò che rimane di esso sarà “distrutto”.


NOTIZIE DAL MONDO

Il prezzo, in dollari e vite umane, della Long War degli Usa contro il jihadismo

La guerra degli Usa contro il terrorismo islamista iniziata dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 è costata ai contribuenti americani all’incirca 6,4 trilioni di dollari, più o meno quattro volte il Pil italiano.

È la stima fatta dal Cost of Wars Project, una ricerca condotta congiuntamente dal Brown University’s Watson Institute of International and Public Affairs e dal Boston University’s Frederick S. Pardee Center, che ne hanno illustrato i risultati mercoledì scorso.

Viene dal Pentagono la parte più consistente delle risorse investite per combattere il terrorismo, inclusi i 2 trilioni di dollari del fondo per le operazioni speciali condotte in Paesi come Afghanistan, Iraq e Siria. A questi bisogna aggiungere i 900 miliardi di dollari stanziati per mantenere delle basi operative all’estero.

Ma non è solo l’impegno degli uomini in divisa a determinare questo massiccio stanziamento di risorse finalizzato a rimettere nella bottiglia il genio jihadista. Nel computo bisogna mettere il trilione di dollari circa investiti in patria in misure anti-terrorismo, i 131 miliardi fuoriusciti dal budget del Dipartimento di Stato per spese speciali di guerra, i 437 miliardi di dollari destinati all’assistenza dei reduci e i 925 miliardi di interessi maturati per pagare le operazioni militari.

Nonostante i costi della Long War siano in declino anche grazie al generale disimpegno americano da fronti come l’Afghanistan, la Siria e l’Iraq, dalle casse dello Stato sono comunque usciti 500 miliardi di dollari nei soli mesi compresi tra il novembre dell’anno scorso e oggi.

E se anche la Long War finisse da un momento all’altro, e tutti i soldati Usa tornassero a casa, il portafogli dello Zio Sam continuerebbe comunque a dimagrire a causa del trilione di dollari circa previsti di qui al 2059 per le cure mediche degli uomini e delle donne in divisa che hanno servito il Paese in questi diciotto anni di guerra.

Quella montagna di danaro non è l’unico dato spaventoso dell’indagine presentata mercoledì: spiccano anche gli 800 mila morti, tra combattenti e civili, seminati in un’ottantina di paesi del mondo – a partire da Afghanistan, Pakistan, Iraq, Siria e Yemen – dalle varie branche delle forze armate Usa coinvolte nelle operazioni di contro-terrorismo. E si tratta, specificano gli autori del rapporto, di una stima sicuramente per difetto, viste le difficoltà nell’effettuare una esatta contabilità delle vittime.

Anche gli Usa, ovviamente, hanno pagato un tributo di sangue, valutato in 7.014 soldati, 7.950 contractors e 22 funzionari civili del Pentagono. E insieme alla superpotenza, piangono anche i suoi alleati occidentali, che hanno lasciato sul campo più di 12 mila uomini.

Ma questo è niente di fronte ai 173 mila morti circa mietiuti tra i ranghi delle forze armate e di polizia dei paesi in cui sono intervenuti gli Usa, un numero di vittime che rappresenta all’incirca la metà di quelle (più di 300 mila) che si contano tra le fila dei nemici.

Oltre 182 i campi di detenzione per i musulmani cinesi dello Xinjiang

Sarebbero più di cinquecento i campi di detenzione e le prigioni che la Cina ha realizzato nello Xinjiang per confinarvi, con la scusa della “de-radicalizzazione”, un numero imprecisato ma comunque spaventoso e superiore rispetto alle stime circolanti di un milione di musulmani uiguri e di altre etnie residenti nella provincia occidentale dello Xinjiang.

Sono i numeri forniti dall’East Turkistan National Awakening Movement, gruppo basato a Washington che lotta per l’indipendenza dello Xinjiang, che li ha ottenuti studiando a fondo le immagini satellitari fornite da Google Earth.

Oltre a trovare riscontri dei 182 “campi di concentramento” di cui è nota l’esistenza, il gruppo sostiene di aver scoperto, incrociando le informazioni ottenute dalle immagini satellitari con quelle raccolte sul campo, 209 prigioni e 74 campi di lavoro.

“In larga parte” – ha dichiarato il direttore della ricerca, Kyle Olbert, durante la conferenza stampa in cui è stato presentato il rapporto – questi siti “non erano stati identificati precedentemente, pertanto potrebbero essercene molti di più”. Ne è convinta anche Andsers Corr, analista del gruppo con un passato nell’intelligence Usa, secondo la quale almeno il 40% dei siti scoperti durante il loro lavoro risultava finora sconosciuto.

Alla luce del numero di simili strutture presenti nello Xinjiang, è facile pensare che il numero di persone sottoposte a restrizioni sia molto superiore alla stima di un milione fatta dalle organizzazioni per i diritti umani. Per Randall Schriver del Pentagono, siamo “vicini a tre milioni di cittadini”: un dato scioccante se comparato al numero complessivo (dieci milioni) di abitanti della regione.

Nuova FONOP della U.S. Navy nello Stretto di Taiwan

Prosegue il braccio di ferro tra Usa e Cina nel Pacifico, con la Marina a stelle e strisce che ha compiuto una mossa lo scorso martedì che ha fatto infuriare non poco Pechino.

Come ha riferito la U.S. Navy in un comunicato, l’incrociatore USS Chancellorsville, normalmente stanziato nella prefettura giapponese di Yokosuka, Kanagawa, ha “condotto un transito di routine nello Stretto di Taiwan”, con il proposito di “dimostrare l’impegno degli Usa per un Indo-Pacifico libero e aperto”.

Nonostante risalisse a settembre l’ultima volta in cui navi da guerra americane sono passate per il braccio di mare che separa l’isola di Taiwan dalla terraferma, il 2019 ha visto un’intensificazione di quelle che nel lessico del Pentagono vengono chiamate “Freedom of Navigation Operations” (FONOP), comprensiva di ben nove passaggi nello stretto di Taiwan.

E non vi è la minima intenzione di rallentare l’attività: la Marina Usa ha al contrario annunciato, dopo la missione di martedì, la sua intenzione di “continuare ad operare ovunque la legge internazionale lo consenta”. Non può sfuggire, inoltre, un dettaglio: il passaggio dell’ USS Chancellorsville è coinciso con la visita del Capo degli Stati Maggiori Riuniti, il generale Mark Milley, in Giappone, e del viaggio asiatico del n. 1 del Pentagono, Mark Esper, che ha fatto trappa in Corea del Sud, Thailandia, Filippine e Vietnam.

Tutto ciò fa presagire tempi bui a venire, considerato che la Cina ha ribadito lo scorso luglio, nel nuovo libro bianco della Difesa, di non voler rinunciare ad un eventuale uso della forza per costringere Taiwan alla riunificazione con la madrepatria.

L’Esercito di Liberazione Popolare , recita il libro bianco, “sconfiggerà risolutamente chiunque tenti di separare Taiwan dalla Cina” e si adopererà “per salvaguardare a tutti i costi l’unità nazionale”. E non sono solo parole, quelle cinesi: a gennaio e a marzo dell’anno scorso, Pechino ha inviato nello stretto di Taiwan la sua sola portaerei, e quest’anno ha compiuto di nuovo, come nel 2018, esercitazioni su larga scala volte a simulare “l’accerchiamento” dell’isola.

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

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