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Coma sta andando Cop27?

Cop27

Il punto di ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionali, sulla Cop27

La Cop27 in Egitto non sta andando bene. E la colpa non è solo degli egoismi di alcuni paesi e dell’incapacità dei governi presenti di raggiungere accordi condivisi sul tema del ‘loss and damage’ e per contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. La scelta di tenere la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Egitto, un paese governato con il pugno di ferro da Abdel Fattah al Sisi, in cui la repressione del dissenso è all’ordine del giorno, si sta rivelando un errore di cui, a pagare le conseguenze, potrebbero essere gli stessi negoziati al centro dell’incontro. Molte delegazioni e organizzazioni di attivisti – rappresentanti della società civile dei paesi coinvolti – sono stati tenuti lontano dall’evento, costretti a file interminabili per ottenere un visto d’ingresso al loro arrivo in aeroporto e, talvolta, rimandati indietro senza alcuna spiegazione. L’accesso alla sede della conferenza, che si tiene a Sharm el Sheikh, è tutelato da un’intensa sorveglianza. L’autostrada che dal Cairo porta nella penisola del Sinai è costellata di posti di blocco e l’intera zona è sottoposta a controlli telefonici da parte delle forze di sicurezza egiziane. “Le liste dei nomi di chi può accedere nell’area passando ai posti di blocco sono controllate direttamente dal governo”, ha detto a MEE l’attivista per i diritti umani Samar Elhussieny, mentre secondo POLITICO diverse delegazioni sono state avvisate dai rispettivi governi di non scaricare l’app ufficiale del governo egiziano, nel timore che possa essere utilizzata per hackerare le loro e-mail private, i messaggi e persino le conversazioni vocali. In compenso, all’evento è presente un numero record di lobbisti delle aziende dei combustibili fossili: secondo il Guardian ce ne sono 600, un aumento di oltre il 25% rispetto allo scorso anno, e che supera di gran lunga il numero dei rappresentanti delle comunità colpite dalla crisi climatica.

Giustizia climatica senza diritti?

È in questo contesto che la Cop 27 – che il governo del Cairo voleva utilizzare per rilanciare l’immagine del paese a livello internazionale, a mo’ di greenwashing – sta invece contribuendo a scoperchiare un sistema di abusi e repressione sistematici, e potrebbe trasformarsi in un boomerang di dimensioni colossali. In diversi paesi gli attivisti hanno manifestato in solidarietà con i prigionieri politici egiziani con striscioni che recitavano: “Non ci può essere giustizia climatica senza diritti umani”. Il problema però non riguarda tanto l’evento organizzato dalle Nazioni Unite, quanto quello che accade, con o senza la presenza Onu nel paese. Secondo le ong, sono oltre 60mila i prigionieri politici detenuti nelle carceri egiziane, dove sono sottoposti a trattamenti inumani e degradanti e in cui la tortura è generalizzata e sistemica. Ad aggravare il quadro, nel novembre scorso, l’approvazione di un contestato emendamento alla legge anti-terrorismo, che attribuisce alle forze armate parte dei poteri vigenti durante lo stato di emergenza e stabilisce la creazione di tribunali militari che mettono ancor più in discussione l’indipendenza del potere giudiziario. In questo clima, anche lavorare contro il riscaldamento climatico in Egitto è divenuto impossibile e secondo Human Rights Watch (Hrw) gruppi ambientalisti locali sono stati costretti ad interrompere o ridimensionare le loro ricerche perché una legge del 2019 impone un’autorizzazione preventiva prima di rilasciare informazioni “sensibili” sull’inquinamento e i danni ambientali nel paese. In particolare, sono considerati ‘top secret’ i dati relativi a mega progetti infrastrutturali in cui il complesso militare egiziano è parte in causa, come la nuova capitale amministrativa o il progetto di sviluppo del Sinai meridionale nell’antica città di Santa Caterina.

Il fantasma della primavera passata?

Al di là delle critiche e accuse mosse da attivisti e organizzazioni non governative, ci sono un volto e un nome che gravano come un’immensa nuvola nera sull’evento in corso a Sharm el Sheik. Sono quelli di Alaa Abd el-Fattah, l’attivista egiziano simbolo della primavera araba, in carcere per la maggior parte degli ultimi nove anni per le sue critiche al governo egiziano, in sciopero della fame da oltre 200 giorni, e che il 6 novembre, in concomitanza con l’inizio della Conferenza, è in sciopero della sete. Per chiedere la sua scarcerazione, 13 premi Nobel per la Letteratura (praticamente tutti quelli ancora in vita) hanno rivolto un appello in una lettera aperta al governo egiziano. E sua sorella, Sanaa Seif, ha rivolto un duro j’accuse ai partecipanti del summit: “Voglio ricordare ai leader mondiali che c’è un uomo che sta morendo laggiù [nel carcere di Wadi al-Natrun] e voi siete tutti complici. Se muore, avrete le mani sporche di sangue”. Parole che riecheggiano quelle della mamma di Alaa, Laila Soueif, che pochi giorni prima aveva detto: “Tra un giorno, due o tre al massimo, quello che sta passando Alaa Abd El Fattah sarà finito. Se verrà rilasciato, sarà libero. Se morirà, sarà libero. Con così tanto sangue sulle mani, le autorità egiziane probabilmente pensano di poterla fare franca con un altro crimine. Potrebbero avere ragione. Che differenza può fare in questo paese, una morte in più nella cella di una prigione?”. “Sono il fantasma della primavera passata”, diceva di sé stesso Alaa nel 2019. Quel fantasma, oggi, sta perseguitando il summit.

 Negoziati compromessi?

Organizzare un vertice sul clima in un paese in cui i diritti umani sono costantemente violati nasconde una contraddizione che rischia di contaminare l’intera organizzazione del summit e il buon esito di negoziati già fortemente compromessi. Greta Thunberg e altri attivisti si sono rifiutati di partecipare all’evento, esprimendo vicinanza e solidarietà a tutti i detenuti del paese “ingiustamente detenuti per motivi politici o legati all’orientamento sessuale e al credo religioso”. L’attivista aveva anche avvertito che la conferenza sarebbe stata “un’occasione per i leader e per tutti i potenti per attirare attenzione, proponendo solo politiche di greenwashing”. Se possibile, le cose stanno andando anche peggio: “Con questo summit siamo passati dal bla, bla, bla al blood, blood, blood (sangue, sangue, sangue). […] Il sangue è quello di coloro che continuano a essere assassinati, che sono picchiati nelle strade e torturati nelle prigioni, spesso a morte”, denuncia Naomi Klein, e aggiunge: “Se la solidarietà internazionale è troppo debole per salvare Alaa Abdel Fattah — un simbolo dei sogni di libertà della sua generazione — che speranze abbiamo di salvare il nostro pianeta?”.

“La decisione di ospitare la Conferenza sul clima nella località turistica di Sharm El-Sheikh – uno dei simboli di un’industria egiziana del turismo ecologicamente insostenibile – e di presentarla come una ‘città verde’ semplicemente installando tecnologie a basse emissioni di carbonio e sistemi di gestione dei rifiuti, è un ulteriore esempio della narrativa politica egiziana sulla COP – e un indicatore della sensibilità del governo egiziano per l’azione sul clima”, ha commentato Aldo Liga, ISPI MENA Centre.

Testo pubblicato su ISPI.

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