Dal mondo

Come Russia, Turchia, Usa e Cina vanno all’attacco sulla Difesa

In Primo Piano nel Taccuino Estero di questa settimana, la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’air show MAKS-2019, ospite del collega russo Putin. Nella sezione “Notizie dal mondo”, i mille nuovi soldati Usa schierati in Polonia, l’appello del capo della Marina indiana per la costruzione di una terza portaerei in funzione anti-cinese, la parata militare in preparazione in Cina con tante armi nucleari da esibire al pubblico Usa.

 

PRIMO PIANO: ABBRACCIO AL VELENO TRA PUTIN E ERDOGAN

La scorsa settimana c’è la visita fatta in Russia dal presidente turco Erdogan che, come possiamo vedere dal tweet partito dall’account in lingua inglese del Cremlino, è stato l’ospite d’onore di Vladimir Putin all’inaugurazione dell’International Aviation and Space Salon MAKS-2019.

Che ci fosse la volontà, da parte del padrone di casa, di mostrare al mondo i crescenti legami nutriti con la massima carica di un Paese che fa parte della Nato, e di fargli anche qualche proposta destinata a suscitare l’ira di Washington, lo ha dimostrato l’attenta regia mediatica dell’evento.

Si prenda, ad esempio, il gelato offerto dallo Zar al collega. Un gesto fatto a favore di innumerevoli fotografi e telecamere che hanno potuto documentare l’idilliaco momento fino al momento in cui lo Zar ha allungato alla gelataia una banconota da 5 mila rubli (equivalente di circa 60 euro), sentendosi rispondere che le mancava il resto. Per i curiosi, la risposta di Putin alla gelataia è stata di consegnare la somma più tardi al Ministero dell’Aviazione.

Se dobbiamo prestare fede a The Sun, nel siparietto consumatosi a margine di MAKS-2019 ci sarebbe addirittura lo zampino dei servizi segreti russi. Secondo il quotidiano britannico, la bionda che ha servito il gelato ai due capi di Stato sarebbe infatti un agente segreto, prontamente battezzato “Cornetto” dalla redazione del Sun.

La mossa di public relations naturalmente non era fine a se stessa, ma si inseriva all’interno di una più vasta operazione che ha avuto il suo momento clou quando la coppia presidenziale, fiancheggiata dai rispettivi ministri della Difesa, ha ispezionato – sempre davanti ad una folta schiera di reporter e fotografi – la cabina del gioiellino dell’aviazione russa in mostra a MAKS-2019: il caccia di quinta generazione SU-57.

L’SU-57 non è l’unica creazione dell’industria della Difesa russa che Erdogan ha potuto ammirare da vicino in compagnia dell’amico Putin. Le cronache segnalano il passaggio del presidente turco davanti al caccia Su-35, a vari elicotteri e ad un aereo anfibio.

Il senso di tutto ciò è stato rivelato dallo stesso Putin quando, accanto al suo collega, ha non solo esaltato “le capacità tecniche dell’ultimissima generazione delle forze aeree russe”, ma rimarcato che esse “apriranno nuove opportunità per una benefica mutua cooperazione”.

“La Turchia”, ha ribadito all’air show il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, “è un nostro stretto partner, è il nostro alleato”. Un alleato al quale il presidente russo – come rivela la conversazione con Erdogan trascritta nel sito web del Cremlino –  ha deciso non solo di mostrare “una serie di vari prodotti, sia militari che civili” che “dimostrano le capacità russe nell’aerospazio”, ma soprattutto di prospettare “una varietà di opportunità di cooperazione”.

“Nella mia opinione”, ha spiegato a Erdogan il presidente russo, i modelli visionati a MAKS-2019 “hanno attirato molto l’attenzione dei nostri partner turchi e non solo dal punto di vista di (eventuali) acquisti, ma anche da quello di una produzione congiunta”. Parole che, chiosa Reuters, lasciano intravedere all’orizzonte la proposta di una cooperazione, tutta da scrivere, nella produzione tanto dei jet Su-35, quanto degli Su-57.

Che il destinatario della profferta fosse non solo lusingato, ma anche pronto a prenderla in seria considerazione, lo ha dimostrato le dichiarazione rilasciate dallo stesso Erdogan al suo ritorno in patria.  La Turchia, ha spiegato il presidente con parole raccolte dalle agenzie, considera ottima cosa acquistare e possibilmente produrre congiuntamente gli Su-35 e gli Su-57. I quali, ha precisato, rappresentano delle valide alternative agli aerei made in Usa.

Nel duetto aereo Putin-Erdogan c’è insomma un terzo incomodo: sono quegli americani che quest’estate hanno estromesso la Turchia dal programma degli F-35 come ritorsione per la decisione di Ankara di acquistare da Mosca il sistema di difesa anti-aerea S-400 che Usa e Nato ritengono incompatibile con il possesso simultaneo del caccia multiruolo prodotto dalla Lockheed Martin.

Ed è proprio per questo che, nello stesso servizio in cui Erdogan accenna agli aerei russi come alternative a quelli Usa, Reuters riferisce che il presidente turco ha intenzione di parlarne con Donald Trump a margine dell’Assemblea Generale Onu che si terrà alla fine del mese a New York. A quel punto, ha spiegato il Sultano, “(s)e gli Stati Uniti manterranno la loro attuale posizione sugli F-35”, le conseguenze, se ne deduce, saranno inesorabili.

Peccato che, dalle parti di Washington, la pazienza nei confronti dell’irascibile e camaleontico alleato turco sia ridotta al lumicino. Proprio nei giorni dell’Air Show russo,  l’ira americana è andata anzi alle stelle a causa della notizia della consegna, presso la base dell’aviazione turca di Mürted , della seconda tranche di componenti degli S-400 (la prima batteria era arrivata in Turchia tra il 12 e il 15 luglio).

Sono bastate poche ore perché da oltreoceano fosse diramato il pensiero in proposito dell’amministrazione Trump. La prima a parlare è stata la sottosegretaria alla Difesa Ellen Lord, che ha sottolineato come la Turchia sarà definitivamente espulsa dal programma F-35 “di qui ad un anno”.

Le immagini di Putin e Erdogan pappa e ciccia a MAKS-2019 davanti agli ultimi ritrovati dell’industria della Difesa russa hanno anche spinto la Commissione Esteri della Camera Usa a chiedere a Trump via Twitter di smetterla di temporeggiare e mettere finalmente sotto sanzioni la Turchia:

Dal Pentagono, invece, sono partiti in simultanea un messaggio di inflessibilità e una timida e ovviamente condizionata apertura. “Con la mia controparte turca”, ha spiegato il Segretario alla Difesa Mark Esper, “sono stato molto chiaro sia nelle mie dichiarazioni pubbliche che in privato: o gli F-35 o l’S-400”.

Quando un giornalista gli ha chiesto se ci fosse qualche speranza di una riammissione turca nel programma JSF, Esper ha aggiunto che “prima che noi possiamo prendere in considerazione questo loro (d)evono, lo ripeto ancora una volta, sbarazzarsi del programma S-400”. Per Esper non basta, come qualcuno ha suggerito in queste settimane, che la Turchia mantenga disattivo il sistema russo:. Il sistema deve sparire del tutto dai confini del paese.

Per capire come andrà a finire questa saga bisognerà attendere, dunque, l’apertura della nuova Assemblea Generale Onu e il colloquio che si ritaglieranno due dei tre protagonisti, ossia – oltre ad Erdogan – quel Donald Trump che l’ultima volta, al G20 di Osaka, non sembrò particolarmente smanioso di scagliare tuoni e fulmini sul collega turco.

L’amministrazione Trump, d’altra parte, è perfettamente consapevole che la relazione tra la Russia e la Turchia, che tanto inchiostro hanno fatto versare ad analisti e commentatori pronti a pronosticare la fine di sessant’anni di alleanza tra Washington e Ankara, non è proprio tutta rose e fiori.

Al contrario, se prestiamo ascolto ad altre campane, il viaggio russo di Erdogan aveva a che fare, più che con la prospettiva di partnership militari-industriali, con una bella gatta da pelare per il presidente turco: la nuova offensiva che il regime siriano di Bashar al-Assad ha lanciato, con il pieno sostegno dell’aviazione di Mosca, contro la provincia ribelle di Idlib, violando una tregua di cui erano garanti gli stessi Erdogan e Putin.

Dalle parti di Idlib, si sono registrati negli ultimi giorni due episodi che ad Ankara hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme: l’attacco siriano ad obiettivi molto vicini ad uno dei dodici punti di osservazione istituiti dalla Turchia nella zona, e un raid condotto da aerei siriani o russi che ha preso di mira un convoglio militare turco. Incidenti che hanno spinto il Ministero della Difesa turco ad emettere una dura nota di condanna con la quale si spiegava che tutto ciò va contro “gli accordi esistenti e la cooperazione e il dialogo con la Russia”.

Visto sotto questa luce, il passaggio in Russia di Erdogan assume ben altro significato. Come scrive la Foundation for Defense of Democracies, think-tank Usa molto vicino alla Casa Bianca, “per diversi giorni Putin si era rifiutato di rispondere al telefono ad Erdogan, fino a che il Cremlino ha informato Ankara che il presidente russo poteva incontrare la sua controparte turca all’air show MAKS. Così, la priorità numero uno di Erdogan in questo suo viaggio frettoloso a Mosca era impedire che altri avamposti e truppe turchi a Idlib subissero lo stesso destino” di quelli finiti sotto le bombe russe e siriane pochi giorni prima.

In Siria, va ricordato, Erdogan si gioca molta parte della sua reputazione. Dopo essersi imposto come attore chiave nella lunga crisi che attanaglia il paese confinante, ma anche come garante – insieme a Putin –  della tregua nell’ultima ridotta dei ribelli, il presidente turco non può accettare il colpo di mano di Assad che ora, con il prezioso contributo degli strike russi, si è lanciato all’assalto del territorio che ancora si oppone al suo disegno di riconquista globale.

Tra l’altro, il prossimo 16 settembre Erdogan accoglierà ad Ankara lo stesso Putin e il presidente iraniano Hassan Rouhani per fare il punto sul dossier siriano e sulla situazione a Idlib. E l’ultima cosa che il presidente turco vuole è che il summit certifichi la sua umiliazione. Di qui, dunque, il tentativo last minute di abbordare Putin e convincerlo a riportare a terra i suoi aerei e la calma a Idlib.

L’argomento ha ovviamente fatto capolino nella conferenza stampa che Erdogan e Putin hanno tenuto insieme dopo la visita all’air show. Il leader turco ne ha approfittato per definire inaccettabile che l’esercito siriano (con la partecipazione di Mosca) stia “facendo piovere morte sui civili dall’aria e da terra con il pretesto di combattere il terrorismo”.

Lo Zar gli ha risposto dicendosi disponibile a fare “passi aggiuntivi congiunti” per “normalizzare” la situazione ad Idlib, reiterando però la propria storica posizione che suona, di fatto, come un niet: Mosca non vuole che quella zona sia un “rifugio sicuro” per i “terroristi”.

Il risultato è che, già il giorno dopo, le agenzie di stampa battevano la notizia di nuovi bombardamenti a Idlib, scatenando l’irrisione del direttore del programma di studi turchi al Washington Institute for Near Est Policy:

Tutto sommato, il titolo dell’articolo della Foundation for Defense of Democracies sembra calzare a pennello: “Putin Plays Erdogan Like a Fiddle”.

 

 


TWEET DELLA SETTIMANA

Ieri il vicepresidente Usa Mike Pence ha incontrato il nuovo presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, a cui ha ribadito il sostegno dell’America. Peccato che, come riferito all’inizio della settimana Politico, l’amministrazione Trump abbia appena congelato 250 milioni di fondi del programma “Ukraine Security Assistance Initiative” destinati, tra le altre cose, all’acquisto di armi per i soldati di Kiev e al loro addestramento.

 


NOTIZIE DAL MONDO

 

Mille nuovi soldati Usa a rotazione in sei basi polacche. L’intesa tra Washington e Varsavia sulla collocazione dei nuovi soldati Usa che il presidente Trump ha deciso lo scorso giugno di schierare in Polonia a seguito di un accordo con il suo collega Duda è stata annunciata venerdì dal ministro della Difesa polacco Minister Mariusz Blaszczak durante una conferenza stampa congiunta con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa John Bolton. A dare l’annuncio, in verità, doveva essere lo stesso Trump, invitato a prendere parte alle celebrazioni per l’80mo anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale: partecipazione saltata, però, a causa del devastante uragano che incombe sul Sudovest dell’America. Secondo l’accordo siglato a giugno da Trump e Duda, gli Usa aumenteranno di mille unità le truppe già schierate in Polonia: non si tratta però di un dispositivo permanente, perché quegli uomini ruoteranno dalle basi Usa in Germania. Diventano così 4.500 i militari americani presenti nel territorio dell’alleato dell’Est che gode a Washington di forti simpatie. “La Polonia”, ha sottolineato Bolton durante la conferenza stampa con Blaszczak, “è un partner eccezionale degli Usa e della Nato, che spende più del 2% del suo Pil nella difesa”.

 

L’appello del campo della Marina indiana per una nuove portaerei in funzione anti-cinese. È stato un discorso improntato all’allarme per la rapida espansione della marina di Pechino, quello con cui l’ammiraglio Karambir Singh ha perorato l’urgente costruzione di una nuova portaerei con l’obiettivo di colmare il gap con il rivale e potenziare le capacità operative della flotta di Delhi. Al momento, l’India dispone della sola INS Vikramaditya, basata a Karwar, cui va aggiunta un’altra portaerei in costruzione a Kochi, la Vikrant, che una volta completata sarà di stanza a Visakhapatnam. Troppo poco per bilanciare i piani della Cina che, ha sottolineato Singh, conta di schierare “da cinque a sei portaerei entro il prossimo decennio e fino a dieci entro il 2049”, ma sarebbe comunque un segnale importante. E’ vivo da tempo in India il dibattito sulla necessità di una terza portaerei. Il ragionamento fatto da chi è favorevole è che è indispensabile assicurare la costante presenza in mare di almeno due portaerei: la terza sarebbe schierata a rotazione ogni qual volta una delle altre due avesse bisogno di riparazioni. Il progetto ora al vaglio del governo prevede che l’eventuale terza portaerei abbia una stazza di 65 mila tonnellate e sia, dunque, più grande delle altre. Per quanto riguarda la propulsione, dovrebbe disporre di un sistema ibrido da sviluppare in partnership con un’azienda Usa. La nave sarebbe del tipo CATOBAR (catapult assisted take off but arrested recovery). Ma il progetto non gode del favore dell’establishment della Difesa, scettico sugli ingenti investimenti necessari.

 

L’arsenale nucleare cinese in bella mostra (per il pubblico Usa) alla prossima parata. Pechino – rivela il South China Morning Postintende approfittare della parata militare del prossimo 1 ottobre per mettere in bella mostra, in una prima assoluta che rappresenta anche un messaggio niente affatto velato agli Usa, i propri missili nucleari strategici e i jet di ultima generazione, trasferiti proprio in questi giorni nel luogo in cui si terrà l’evento. Secondo gli analisti militari sentiti dal quotidiano di Hong Kong, la Cina vuole dimostrare agli avversari americani “la propria migliorata deterrenza” e la propria “second strike capability”. Secondo queste fonti, dovrebbero fare la loro comparsa i missili balistici intercontinentali DF-41, capaci di portare testate nucleari multiple in un raggio di almeno 12 mila km, i missili JL-2 (raggio d’azione 7 mila km) e i missili balistici da sottomarino J-2, Alzando gli occhi al cielo, gli spettatori potranno ammirare le evoluzioni dei jet J-20, che è il primo caccia stealth sviluppato dalla Cina. A detta di altre fonti sentite dal SCMP, non è esclusa la presenza di altri sistemi d’arma come i missili anti-nave DF-26 e i missili ipersonici DF-17 e DF-20. Secondo una di queste fonti, alla parata non dovrebbe fare invece la propria comparsa il missile balistico nucleare a lungo raggio DF-27, dotato di una gittata particolarmente lunga e di estrema precisione. Si tratta infatti, sottolinea il quotidiano, di “evitare i necessari giudizi sbagliati degli Usa”,

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

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