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Cosa cambia per l’Italia con l’approvazione del Tpi della Bce

TPI

Come funzionerà davvero il Tpi della Bce? Quali le conseguenze per l’Italia? L’analisi di Giuseppe Liturri 

“La Bce ha in mano il destino delle nazioni”. Così ha titolato in prima pagina martedì il Wall Street Journal, osservando l’esorbitante anomalia di una banca centrale chiamata ad esercitare un ruolo politico. “L’Europa sta per essere gestita dai funzionari della Bce”, si rincara la dose nell’articolo. Più specificamente, la Bce, avendo condizionato l’attivazione del nuovo programma di acquisto di titoli pubblici (Tpi) al rispetto delle regole di governance economica europea, si è assunta l’onere di imporre, di fatto, il rispetto di quelle regole che le istituzioni politiche europee sono state incapaci di applicare per quasi 10 anni. Insomma, per mettere riparo ad un assetto disfunzionale, a Francoforte hanno pensato bene di introdurre un’ulteriore distorsione. Facendo leva sull’immenso potere di ricatto esercitabile da chi ha in mano i cordoni della borsa.

Però, prosegue l’articolo – a 10 anni dal famoso “whatever it takes” di Mario Draghi – l’annuncio di Christine Lagarde non sembra godere della stessa credibilità del suo predecessore. Infatti la Lagarde – sin dalle incerte mosse del marzo 2020, per finire al consiglio straordinario convocato il 15 giugno sotto la pressione dei mercati delusi dalla mancanza di chiarezza – pare avere perso molta credibilità ed è probabile che gli investitori andranno presto a testare quale sia in concreto il livello dello spread oltre il quale potrebbe intervenire. Prova ne è che i mercati, all’annuncio di giovedì hanno reagito molto freddamente, mantenendo lo spread ben oltre i 200 punti. Ricordiamo che il 26 luglio 2012, le parole di Draghi fecero calare lo spread di 50 punti in pochi minuti da 520 a 470 punti, senza peraltro annunciare l’adozione di alcuno specifico strumento. Questo nuovo ruolo politico della BCE – conclude l’articolo – sarà presto messo alla prova in occasione di un esito “sgradito” delle imminenti elezioni italiane e delle possibili conseguenze sullo spread.

Insomma i mercati non fanno affatto mistero dei dubbi sull’efficacia del Tpi, perché anche il Financial Times ha prefigurato negli ultimi giorni un probabile test della risolutezza della BCE da parte degli investitori.

Confessiamo che, a questo punto, non sappiamo a chi credere perché lunedì avevamo letto Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera che inneggiava alle virtù del Tpi, attribuendogli il merito di aver evitato un aumento dello spread proprio nello stesso giorno delle dimissioni del governo Draghi. Secondo la professoressa, il Tpi segna una nuova epoca nell’evoluzione del funzionamento dell’eurozona. Si è passati dai programmi di aggiustamento alla greca con “pistola puntata alla tempia”, all’adesione condivisa, con spirito solidale, ad un corpo di regole preconcordate. Si passa dalla “condizionalità”, imposta ex post alla “conformità”, concordata ex ante.

Ci permettiamo di obiettare che, quando si passa dai sogni alla realtà, ci convince di più la spiegazione del WSJ perché più allineata alla lettera ed alla “ratio” che emerge dagli atti e dalle fonti ufficiali.

Il mondo idilliaco tratteggiato dalla Reichlin subisce il primo duro colpo perché esiste una impressionante sovrapposizione tra i criteri di ammissibilità adottati dalla Bce e quelli inseriti nel famigerato “allegato 3” del trattato del Mes riformato, ma in attesa di ratifica da parte del nostro Parlamento. Infatti, l’assenza di procedura per deficit eccessivo e squilibri economici eccessivi (oltre ad altri requisiti stringenti) sono la condizione per accedere alla linea di credito “light” (PCCL). Quello che, per il momento, è stato cacciato dalla porta non ratificando il Mes, è rientrato dalla finestra grazie alla Bce. Sotto certi aspetti pure rinforzato. Inoltre è la stessa Bce che, nel documento in cui illustra il Tpi, sente il bisogno di ribadire che il programma OMT – varato da Draghi nel settembre 2012 e mai applicato – è sempre a disposizione. Non avremmo potuto immaginare un modo migliore per confessare la inapplicabilità del Tpi. La Bce, di fatto, dichiara che interverrà solo quando i fondamentali del Paese sono sani e gli investitori fanno salire lo spread senza giustificazioni. Ma i mercati difficilmente attaccherebbero il nostro debito se non fosse in odore di insostenibilità, che è proprio il caso in cui Bce avrebbe le mani legate. A meno di esercitare la vasta discrezionalità politica che viene denunciata dal WSJ. Per ogni altro caso, c’è l’OMT con il suo ineliminabile corredo di prestito del Mes e programma di aggiustamento.

Insomma, quando pioverà la Bce starà lì a valutare che tipo di pioggia cade, prima di aprire l’ombrello.

In ogni caso, che siano adottate dalla Bce o dal Mes, purtroppo parliamo sempre di quelle regole che sono state da più parti dichiarate dannose e pro-cicliche e sono in attesa di riforma. Quello che spesso si trascura di evidenziare è che la clausola di salvaguardia, applicabile fino al 2023, consente agli Stati membri solo di deviare temporaneamente dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine, tuttavia essa non sospenda l’applicazione del Patto di Stabilità e Crescita, né le procedure del semestre europeo in materia di sorveglianza fiscale. Tali procedure a maggio hanno regolarmente prodotto il Country Report e le raccomandazioni Paese in cui la Commissione afferma esplicitamente che l’Italia manifesta squilibri macroeconomici eccessivi e non rispetta la regola del debito e del deficit. La valutazione dell’apertura della procedura per deficit eccessivo è solo rimandata al prossimo autunno.

Si tratta proprio delle valutazioni prese a riferimento dalla Bce ed il cui esito negativo potrebbe privarci dei suoi acquisti di titoli. La Reichlin lo chiama “conformarsi”, noi lo chiameremmo ricatto, perdipiù con una vecchia pistola.

 

(Articolo pubblicato su Start Magazine). 

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