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Cosa farà l’Ue con Polonia e Ungheria sul veto al bilancio comunitario

Polonia Ungheria

La Commissione europea è pronta a tirare dritto se Polonia e Ungheria intenderanno mantenere il veto sul bilancio comunitario, che contempla il “Next Generation Eu” e cioè il recovery plan da 750 miliardi di euro per far fronte alla crisi economica conseguente alla pandemia di coronavirus. L’articolo di Guido Keller

La Commissione europea è pronta a tirare dritto se Polonia e Ungheria intenderanno mantenere il veto sul bilancio comunitario, che contempla il “Next Generation Eu” e cioè il recovery plan da 750 miliardi di euro per far fronte alla crisi economica conseguente alla pandemia di coronavirus.

Alla base della mossa delle cancellerie di Polonia e Ungheria vi sono leggi in contrasto con la normativa quadro ma anche con lo spirito stesso che anima l’Unione Europea, iniziative che hanno portato i due paesi in area di infrazioni.

Nell’Ungheria del “sovranista a corrente alterna” Viktor Orban è stata ad esempio approvata una legge che prevede per il migrante l’obbligo di chiedere la protezione internazionale attraverso un’ambasciata ungherese in un paese extracomunitario prima di presentarsi in Ungheria, e difatti Orban ha tweettato che l’Ue vuole usare il Recovery Plan per “ricattare chi si oppone all’immigrazione”.

La Polonia tenta invece di fare pressioni dopo che Bruxelles l’ha deferita alla Corte di giustizia europea per aver contravvenuto all’articolo 7 del Trattato di adesione, ovvero per la riforma costituzionale controversa che mina l’indipendenza della magistratura e che nel paese ha portato milioni di persone in piazza. La riforma è stata voluta dall’euroscettico Jaroslaw Kaczynski, leader del partito al potere Diritto e Giustizia e prevede tra l’altro la scelta dei giudici della Corte suprema da parte del Parlamento (e quindi della maggioranza al potere), una forte influenza del ministro della Giustizia (e quindi del governo) sulla Corte suprema e la nomina dei presidenti dei tribunali ordinari da parte del ministro della Giustizia (e quindi del governo).

Con Ungheria e Polonia si è schierata anche la Slovenia, il cui premier Janez Jansa se l’è presa con la maggioranza politica che guida l’Unione Europea, invocando un “organo giudiziario indipendente” per valutare il comportamento dei singoli paesi.

La Commissione tuttavia ha fatto sapere di non essere intenzionata a sottostare a ricatti che bloccherebbero in un momento delicatissimo l’intera Unione, con le aziende di ogni dimensione che annaspano a causa dei provvedimenti decisi in tutti i paesi per arginare la pandemia, per cui ha prospettato un “piano B” da attuarsi nel momento in cui al prossimo Consiglio, indetto per il 10 e 11 dicembre, non si trovasse la quadra e i due paesi continuassero a puntare i piedi sul bilancio 2021-2027.

L’idea sarebbe quella di procedere per il 2021 ed eventualmente per ogni anno successivo con un bilancio ridotto che prevedrebbe il blocco di molti programmi come pure dei pagamenti in corso; si tratta a tutti gli effetti di un esercizio provvisorio previsto dai Trattati, che permetterebbe la possibilità per l’Unione Europea di spendere un dodicesimo del bilancio precedente. Tale provvedimento richiederebbe la maggioranza qualificata dei paesi membri e non l’Unanimità, come nel caso del bilancio pluriennale.

In soldoni significherebbe che non verrebbero finanziati importanti programmi tra cui quello sulla salute (EU4Health), quello sugli aiuti umanitari e la protezione civile (RescEU), i finanziamenti diretti alle politiche agricole, il programma per la ricerca (Horizon Europe), il programma per la cultura (Creative Europe), l’Erasmus+, il programma per i controlli delle frontiere esterne, quello per la conversione energetica (Just Transition Fund), e il Life+, per l’ambiente. Per gli altri programmi, quelli perseguibili, la spesa deve essere di un dodicesimo rispetto a quella dell’anno precedente.

Per salvare le economie si procederebbe comunque con il Next Generation Eu, tagliando però fuori alcuni paesi, o passando attraverso l’emissione di eurobond garantiti dai paesi partecipanti, o tramite una cooperazione congiunta.

Con tutta probabilità al Consiglio del 10 e 11 dicembre Ungheria e Polonia ammorbidiranno le loro posizioni, dal momento che sono paesi fortemente beneficiari del sostegno europeo: i finanziamenti di Bruxelles coprono il 60% degli investimenti pubblici della Polonia, ed il 55% di quelli dell’Ungheria. Con il bilancio provvisorio Varsavia e Budapest si tirerebbero la zappa sui piedi, verrebbero a percepire poco o nulla, se si pensa che solo per la coesione alla Polonia spettano 75 miliardi.

Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha commentato che “adottare quelle decisioni anche a 25, sarebbe doloroso, sarebbe una ferita, ma non possiamo fermarci”.

Articolo pubblicato su notiziegeopolitiche.net

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