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Destra divisa, sinistra spappolata

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Lo stato di salute della maggioranza di governo e delle opposizioni. I Graffi di Damato

Purtroppo i 32 miliardi di euro, di cui 23 di maggiore deficit, annunciati dal Consiglio dei Ministri di ieri, in continuità col governo di Mario Draghi, per fronteggiare l’emergenza energetica, avvertita come caro-bollette dalle famiglie, saranno pure “il bazooka di Giorgia” esposto nel titolo di apertura del Giornale della famiglia Berlusconi ma non basteranno di certo né a risolvere alla radice il problema specifico, né a ricompattare davvero la maggioranza nel difficile percorso parlamentare delle misure urgenti disposte su raduni, ergastolo “ostativo” dei detenuti di mafia, lotta al Covid e riforma del processo penale, né a cambiare i rapporti con le opposizioni. Che pure quei 32 miliardi avevano reclamato opponendo la loro urgenza a quella data dal governo ad altri problemi.

“Al tridente dell’opposizione serve una scuola serale”, ha titolato Il Foglio su un articolo nel quale Giuliano Ferrara ha messo a nudo le contraddizioni che alla fine vanificano l’azione -nell’ordine della loro consistenza elettorale e parlamentare- sia del Pd ancora guidato da Enrico Letta, sia del MoVimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, sia del cosiddetto terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi.

Le debolezze al plurale dell’opposizione al singolare indicata nel già citato titolo del Foglio non potevano essere meglio rappresentate dalle due piazze che si contendono oggi, fra Roma e Milano, la battaglia per la pace in Ucraina: anche a costo della resa o comunque di una sconfitta del Paese aggredito dalla Russia, come si attribuisce, a torto o a ragione, alla piazza di Roma, o solo se alle condizioni volute o comunque accettate a Kiev, come si attribuisce alla piazza di Milano politicamente ascrivibile a Calenda.

Fra le due piazze, salvo sorprese all’ultimo momento, Enrico Letta ha preferito quella di Roma “dichiaratamente apartitica ma dalla forte valenza politica”, come l’ha definita sostenendola Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Al quale interessa poco o niente, forse, il fatto che sia riuscito a mettervi sopra il cappello Conte, come se ne fosse il capo. L’impressione che ne ha ricavato -credo non a torto, o non del tutto a torto- Stefano Rolli nella sua vignetta sul Secolo XIX, sotto il titolo “L’Ulivo della pace”, è di un Conte con un grosso bastone d’ulivo, appunto, dominante di fronte ad un Enrico Letta intimidito.

Sino a quando l’opposizione -sempre al singolare del Foglio– sarà questa, pur nella forzata limitatezza degli interventi sul caro-bollette e dintorni; pur nell’aggrovigliata nuova edizione del contrasto all’immigrazione clandestina gestita dal ministro dell’Interno alle prese con tre navi al largo di Catania, delle quali due battenti bandiera tedesca e una norvegese; pur nell’accidentato, a dir poco, varo delle misure urgenti su raduni, carcere ostativo, reintegro dei medici no vax negli ospedali e rinvio della riforma del processo che porta il nome della ex ministra della Giustizia Cartabia; nonostante tutto questo, ripeto, Giorgia Meloni potrà sentirsi relativamente tranquilla.

E fingere di non capire all’interno della maggioranza che pure guida -forte non solo di Palazzo Chigi ma anche della crescita del suo partito, giù salito nei sondaggi dal 26 per cento delle elezioni del 25 settembre al 28,7 appena rilevato dalle ricerche di Alessandra Ghisleri- il nuovo monito rivoltole da Silvio Berlusconi. Il quale, con l’aria di volere solo assicurare il controllo pieno che avrebbe del proprio partito, da cui ogni tanto continua pur ad uscire qualcuno insoddisfatto delle sue decisioni o dei suoi metodi, ha confermato -come racconta con tanto di virgolette il Corriere della Sera- un “sostegno convinto al governo di centrodestra”. Non quindi di “destra-centro”, come lo rappresentano orgogliosamente i fratelli meloniani d’Italia, e non solo le opposizioni denigratoriamente.

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