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Conte alle prese con il Sud

No. Contrariamente a quanto avrà pensato l’arbasiniana  casalinga di Voghera sentendo annunciare di sabato sera in televisione l’ennesima ma stavolta imprevista conferenza stampa da Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha ceduto a vanità o protagonismo. Non ha voluto cioè essere da meno del Papa, che il giorno prima aveva scioccato il mondo sotto minaccia di infezione e di morte benedicendolo da una spettrale piazza vuota e infine bagnata di San Pietro, o del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che subito dopo, sistemandosi i capelli alla svelta, aveva voluto parlare in diretta  del coronavirus  agli italiani e a certi governanti europei -tedeschi e affini- impegnati ancora a misurare i nostri debiti prima di decidere se allargare la borsa e ad aiutarci davvero,  prima che sia “troppo tardi” anche per i loro Paesi, sotto attacco virale pure loro.

Più realisticamente e politicamente Conte è tornato sugli schermi televisivi, affiancato a distanza sanitaria dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, spinto da quello che potremmo chiamare “il vento del Sud”, socialmente più minaccioso e pericoloso di quello soffiato sinora dal Nord Italia. Dove il coronavirus ha fatto più morti che nell’originaria Cina.

A mettere le ali a Conte sono state le notizie sui primi saccheggi  meridionali da paura e povertà, gli appelli disperati dei sindaci e dei governatori, il più convinto ed efficace, pur nella sua simpatica teatralità, rimane sicuramente quello della Campania Vincenzo De Luca, e infine le conferme di un ordine pubblico in pericolo giuntegli dal Viminale diretto non da un politico a caccia di voti, come poteva essere sospettato ai suoi tempi recenti il “capitano” leghista Matteo Salvini,  ma da una donna di Prefettura arrivata al vertice della sua carriera come Luciana Lamorgese.

Il professore, aggiungendo un altro “dpcm”, acronimo di decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, a quelli già impostigli dal vento del Nord e lamentati da fior di giuristi e costituzionalisti per la scorciatoia in cui si traducono rispetto ad altri provvedimenti che debbono affrontare le Termopoli parlamentari, ha destinato a tutti i Comuni, in anticipo rispetto alla scadenza ordinaria di maggio, 4 miliardi e 300 milioni di euro da investire, praticamente, in soccorsi alla povertà e alla rabbia. Se basteranno, con altri 400 milioni azionati diversamente, a fermare o ridurre il vento meridionale della protesta o della rivolta, al netto delle complicazioni che dovessero subentrare per la diffusione del coronavirus in terre dove gli ospedali non sono paragonabili a quelli del Nord, ed hanno anche l’inconveniente di essere devastati da folle inferocite di parenti e amici di chi vi muore dentro, lo vedremo presto.

Temo che potremmo aspettare anche meno dei quattordici giorni accordati o presisi dalla cancelliera tedesca Angela Merkel per decidere se usare la guerra del coronavirus per costruire davvero l’Europa nello spirito solidale e davvero comunitario concepito dai suoi predecessori o per affondarla con quel nome un po’ troppo ottimista datole chiamandola Unione.

Conte ha colto l’occasione fornitagli dalla spinta del vento del Sud per assicurare – in polemica con una sortita a sorpresa della presidente tedesca della Commissione di Bruxelles Ursula Von der Leyen, poi ridimensionata, e in risposta  alle poche domande di giornalisti questa volta ammesse in teleconferenza –  di non voler “passare alla storia” per uno che si è piegato al vento stavolta del Nord d’Europa, non d’Italia. Ma fra il dire e il fare, si sa, di solito c’è di mezzo il mare.

L’articolo da I Graffi di Damato

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Il detto e il non detto di Mattarella in tv

Premesso che a pensare male si fa peccato ma spesso s’indovina, come scherzava Giulio Andreotti parlando anche di politica, il presidente della Repubblica ha confermato il sospetto di una certa delusione per le comunicazioni del capo del governo sull’emergenza virale e per il dibattito che n’è seguito in Parlamento, se ha ritenuto opportuno tornare sull’argomento con un suo inatteso messaggio televisivo. Che è peraltro arrivato immediatamente dopo il toccante appuntamento di preghiera del Papa con la piazza deserta di San Pietro e la benedizione con indulgenza plenaria.

Di Mattarella ha giustamente colpito soprattutto la forte richiesta di una maggiore e più unitaria partecipazione dell’Unione Europea, “prima che sia troppo tardi”, alla difesa dal coronavirus e alla ricostruzione economica e sociale che dovrà seguire a questa specie di guerra. Ma il presidente non ha ripetuto quel “sennò faremo da soli” detto  in videoconferenza ai suoi colleghi europei dal presidente del Consiglio. Il quale “ha tolto la parola di bocca a Salvini”, ha osservato persino Il Fatto, che stima Conte quanto disprezza il sovranista leader della Lega.

Tuttavia Mattarella nel suo messaggio si è appellato proprio all’opposizione, chiamandola per nome, molto più chiaramente di quanto non avesse fatto il presidente del Consiglio alle Camere. D’altronde, che sul problema cruciale del rapporto col centrodestra in periodo di emergenza le cose non fossero state per niente chiarite nel dibattito prima a Montecitorio e poi a Palazzo Madama, lo aveva denunciato il senatore Pier Ferdinando Casini parlandone al Corriere della Sera. Cui aveva aveva detto, con allusioni a grillini, piddini e quant’altri, se non  a Conte in persona, che “è fuori dal mondo” chi si ritiene autosufficiente con la maggioranza giallorossa realizzatasi nella scorsa estate.

Un altro giudizio critico sul dibattito parlamentare e sullo stesso approccio di Conte era arrivato, in una intervista ad Avvenire, da un esponente autorevole del Pd come il tesoriere ed ex capogruppo al Senato Luigi Zanda. Il quale, pur avendo “apprezzato la puntualità” della “descrizione dei provvedimenti del governo”, aveva osservato: “Avrei avuto piacere anche di poter cogliere una visione di prospettiva”. E aggiunto: “come ha fatto Draghi” nel suo intervento sul Financial Times, a molti apparso propedeutico, volente o nolente, alla formazione di una maggioranza e di un esecutivo, prima o poi, di quella vera e propria unità nazionale più volte evocata dal presidente della Repubblica da quando è esplosa l’emergenza virale. Altro che “la blindatura di Conte” vista nelle parole televisive e intenzioni di Mattarella dal giornale di Marco Travaglio.

Su questa storia di Draghi, della sua disponibilità e di quando potranno esserne utilizzati a Palazzo Chigi il prestigio internazionale e le competenze, il più esplicito è stato il già ricordato senatore della maggioranza, ed ex presidente della Camera, Casini nell’intervista al Corriere della Sera. Eccone le parole: “Sarà il presidente della Repubblica a decidere il percorso. Certo, io penso che le persone che hanno più credibilità difficilmente possano rifiutare la chiamata della patria”, chissà perché al minuscolo nel testo del Corriere.

L’articolo da I Graffi di Damato

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