Dal mondo

E se le testate nucleari di Incirlik finissero ad Aviano?

aviano

In primo piano nel Taccuino Estero di questa settimana, i rumor sul trasferimento nella base USAF di Aviano delle 50 testate nucleari Nato attualmente collocate nella base turca di Incirlik. Poiché il Taccuino sotto le feste non va in vacanza, ma esce in versione ridotta, oggi propone solo un approfondimento, relativo al cambio di denominazione in “Eco” del CFA, la valuta comune di 14 paesi dell’Africa Occidentale ancorata al franco francese (oggi all’euro).

Primo piano: e se le testate nucleari di Incirlik finissero ad Aviano?

Per ora è solo un’ipotesi di scuola, che riflette il malumore dei non pochi che, negli Usa, considerano la Turchia un alleato sempre più inaffidabile – reo, tra le altre cose, di trescare con quel bullo di Zar Vladimir e di acquistare da lui sistemi d’arma letali come i famosi S-400 – e sono soliti pretendere che Ankara ne paghi il prezzo.

Ma l’idea che le cinquanta testate nucleari che gli Usa da decenni stazionano nella base di Incirlik, in Anatolia, vengano trasferite in altra sede – e il nome che si fa è quello della base USAF di Aviano, in provincia di Pordenone – ha trovato un autorevole portavoce in seno alle forze armate della superpotenza a stelle e strisce.

Il nome del militare in questione è Chuck Wald, è un generale Usa che serve presso l’Alleanza Atlantica, e le sue dichiarazioni, ripescate l’altroieri dai quotidiani “Gazzettino” e Fatto Quotidiano, sono contenute in un’intervista rilasciata qualche tempo fa  all’agenzia Bloomberg.

Riflettendo sui rapporti sempre più tesi tra il suo Paese e la Turchia, Wald aveva espresso il suo preciso auspicio circa la nuova collocazione delle famose cinquanta testate di Incirlik. “Idealmente – aveva detto – la loro nuova destinazione dovrebbe essere sul suolo europeo ed una possibilità potrebbe essere la base italiana di Aviano. Da un punto di vista logistico non ci sarebbero difficoltà”.

Tanto è bastato perché in Italia scoppiasse la polemica, sollevata per primo dal coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli. L’ipotesi del trasferimento delle testate nella località del pordenonese viene definita da Bonelli un “fatto di una gravità inaudita perché (quegli ordigni) si sommerebbero ad altre 30 testate già presenti nella base (…) L’Italia diventerebbe il deposito di armi nucleari più imponente di tutta Europa”, ha rimarcato il coordinatore, che ha chiesto al governo di riferire quanto prima alle Camere.

A sconcertare Bonelli non è infatti tanto “l’orientamento degli Usa che decidono di trasformare l’Italia nel maggiore deposito di armi nucleari d’Europa”, quanto “il silenzio del governo italiano”, definito inaccettabile’ dal leader verde.

Ricordiamo – en passant – che pure tre anni or sono si diffuse la notizia di un imminente trasloco delle testate dall’Anatolia ad Aviano, ma poi non si fece né si seppe più nulla.

 


Exit CFA, Enter Eco 

Dopo lunghi colloqui tenutisi lo scorso fine settimana ad Abuja, i leader delle nazioni dell’Africa Occidentale hanno concordato insieme al presidente francese Emmanuel Macron di dare un nuovo nome alla loro valuta comune, il famoso franco CFA, che tanta acredine suscitò un anno fa nel leader grillino Alessandro Di Battista, lesto a puntare il dito contro il neo-colonialismo di Parigi.

Si chiamerà, d’ora in poi, Eco, e – secondo gli accordi presi nella capitale nigeriana – continuerà ad essere ancorato all’euro. Ma per i paesi che lo adottano – ecco la novità che forse piacerà a Dibba e forse no – non sarà più necessario detenere almeno il 50% delle sue riserve nelle casse del Tesoro francese, né sarà più indispensabile la presenza di un rappresentante di Parigi nel board che la amministra.

“Questo è un giorno storico per l’Africa Occidentale”, ha commentato un esultante Alassane Ouattara, presidente della Costa D’Avorio, durante la conferenza stampa congiunta con il collega francese.

I cambiamenti adottati ad Abuja non saranno sufficienti agli occhi di quei paesi del blocco che prima adottava il CFA e ora l’Eco, come Nigeria e Ghana, che da tempo invocano la creazione di una propria moneta del tutto svincolata da Parigi, ritenendola una panacea in grado di rilanciare il commercio nella regione e di favorire un boom di investimenti.

Né è chiaro se i passi concordati in Nigeria siano in linea con le parole pronunciate dallo stesso presidente francese nel 2017, quando – pur lodando il CFA e la stabilità monetaria che porta in dote – auspicò, per i paesi che lo adottano, maggiore autonomia.

“Sì”, disse allora il capo dell’Eliseo, “è la fine di certe reliquie del passato. È il progresso (…). Non voglio che l’influenza della Francia si basi sul fatto che faccia da guardiano, non voglio che questa influenza assuma la forma dell’intrusione. Questo non è il secolo che stiamo costruendo oggi”.

Dalla settimana scorsa parte in ogni caso un capitolo nuovo nella storia di una valuta che era nata all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale scegliendo come nome l’acronimo di “Colonies Francaises d’Afrique”.

Ci volle del tempo perché quel nome così equivoco trasmutasse nel più benigno  “Communaute Financiere Africaine”, ulteriormente evoluto poi in “Cooperation Financiere en Afrique Centrale”.

Sono 14 gli Stati, con una popolazione combinata di 150 milioni di persone e un Pil complessivo pari a 235 miliardi di dollari, che adottano il CFA.

Per quasi mezzo secolo, il valore del CFA in relazione al franco francese è rimasto stabile, fino a che – correva l’anno 1994 – fu presa la decisione di svalutarlo del 50% onde favorire le esportazioni dalla regione.

A partire dal 1 gennaio 2002, giorno di entrata in vigore dell’euro, il tasso di cambio è stato fissato a 1 euro per 656 CFA.


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

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