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Dal G7 al D10. Il progetto delle dieci più grandi democrazie al mondo

Politica Estera 12-18 Aprile

Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Giappone e Canada potrebbero unirsi ad Australia, Corea del Sud e India per creare un fronte democratico. Una sfida alla Cina? L’articolo di Giuseppe Mancini

Dal G7 al D10. Dai sette grandi alle dieci più grandi democrazie al mondo. Mentre l’Italia eserciterà per il 2021 la presidenza del G20, il raggruppamento informale ma influente delle venti più grandi economie, il G7 a guida britannica sta per trasformarsi in qualcosa di molto diverso: a Usa, la stessa Uk, Germania, Francia, Italia, Giappone e Canada, verrebbero ad aggiungersi Australia, Corea del Sud e India – per l’appunto, altre tre democrazie.

Questo progetto, dal forte significato geopolitico, non è nuovo: e inoltre si sovrappone alla proposta del nuovo presidente Joe Biden di un summit mondiale delle democrazie da convocare durante il suo primo anno di mandato. Se l’iniziativa americana ha una forte connotazione ideologica – democrazie contro autoritarismo – il D10 ha un’ulteriore dimensione geopolitica, manifestamente anti-cinese: i tre nuovi membri sono infatti potenze regionali orientate verso il Pacifico, dove la competizione con Pechino è sempre più forte.

L’idea è in elaborazione dal 2014; anzi, un D10 in effetti esiste già: con l’Unione europea al posto dell’India. Si tratta di un gruppo di discussione strategica, che coinvolge funzionari ed esperti ma non leader politici, avviato dallo Scowcroft Center dell’Atlantic Council; nel 2019 la proposta era per l’appunto diventata quella della trasformazione del G7 in D10, con l’India tra i membri.

Poi di invito a Canberra, Seul e New Delhi si era già parlato per il summit del 2020, saltato invece per il Covid; ma Trump aveva in mente di ricoinvolgere anche la Russia di Putin, espulsa nel 2014 dopo l’annessione della Crimea: una presenza che avrebbe creato un ibrido, sia ideologico sia geopolitico. Mosca è stata definitivamente esclusa, il D10 è sempre in rampa di lancio.

In realtà, né gli inviti né il nuovo format sono stati ufficializzati: il lavoro preparatorio per il vertice estivo nel Regno Unito è stato rallentato anche in questo caso dalla pandemia. Mancano documenti di lavoro, o dichiarazioni esplicite, che indichino quali obiettivi perseguirà. La convergenza di approccio con la conferenza di Biden è comunque evidente, almeno in parte: il D10 avrebbe un carattere anti-cinese più marcato, il summit delle democrazie manterrebbe l’enfasi sulla retorica dei valori.

Anche il “Summit Globale della democrazia” ha un’origine più lontana: la “Comunità delle democrazie”, creata nel 2000 su impulso dell’allora Segretario di Stato Madeleine Albright, che però ha avuto un impatto e una visibilità praticamente nulli. Il presidente eletto in ogni caso ha già annunciato le finalità che gli vorrebbe affidare: coordinamento su scala planetaria nella lotta alla corruzione, nella difesa dall’autoritarismo, nell’affermazione dei diritti dell’uomo. Resta però il grande dubbio, data la sua inclusività, su chi verrà invitato e chi rimarrà escluso – su quali sono, cioè, i criteri per la membership.

La scelta del D10 è stata già compiuta e segue per l’appunto un preciso disegno geopolitico: contenere la Cina, la sua espansione e la sua influenza. Tra l’altro, i tre nuovi membri designati, oltre che la geografia e il sistema politico (l’India meno degli altri, in effetti), hanno in comune un’altra caratteristica rilevante: un ruolo avanzato nella ricerca e nella produzione di nuove tecnologie informatiche, cioè uno dei settori in cui la rivalità e la competizione con il gigante cinese sono più evidenti e strategiche.

Ed è proprio questo l’aspetto potenzialmente più controverso del D10: quello di porsi in modo non dichiarato ma palese contro la Cina, sul piano sia ideologico sia geopolitico sia tecnologico. È questo l’approccio giusto, un approccio binario e potenzialmente conflittuale tipico della Guerra Fredda, per un mondo che invece – a partire dal Covid e dai cambiamenti climatici – sembra richiedere risposte condivise e perciò coordinamento tra gli Stati?

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