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Oltreconfine

Il destino del caccia europeo, le navi USA ad Haiti, Mosca blocca WhatsApp: che si dice Oltreconfine

Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

OLTRECONFINE: IL FUTURO DELL’FCAS, TRA CRISI INDUSTRIALE E VOLONTÀ POLITICA

Come scrive Euractiv, il Future Combat Air System (FCAS), il programma europeo da 100 miliardi di euro per l’aereo da combattimento di sesta generazione, è arrivato a un bivio decisivo. Francia, Germania e Spagna puntano a sostituire Rafale ed Eurofighter con un sistema integrato: un jet di nuova generazione, droni collaborativi e un cloud AI per il combattimento connesso. Ma da mesi il progetto è bloccato da una feroce disputa tra Dassault (Francia) e Airbus (Germania) su leadership e quote di lavoro.

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha smorzato i toni: “Se dovesse fallire, non sarà la fine del mondo e l’amicizia franco-tedesca continuerà”. In un’intervista a ZDF ha ribadito che l’Europa ha alternative per sviluppare nuovi jet e che un eventuale stop non comprometterebbe l’architettura di difesa continentale. I tre Paesi avrebbero dovuto trovare un accordo entro fine 2025, ma la decisione è stata rinviata sine die. Ora, secondo Pistorius, la palla passa ai capi di governo: “Abbiamo provato di tutto. Nelle prossime settimane si chiuderà la partita”.

A Berlino si parla apertamente di soluzione rapida. Una delle ipotesi sul tavolo è proprio la separazione del pilastro “jet”: Germania e Francia potrebbero sviluppare ciascuno il proprio aereo, salvando almeno il resto del sistema (droni e cloud). Come segnala però Reuters, dall’Eliseo arriva però un segnale opposto. Il presidente Emmanuel Macron ha detto chiaramente: “L’FCAS non è morto”. In interviste a Le Monde e Financial Times ha definito il programma “un ottimo progetto” e ha annunciato l’intenzione di discuterne presto con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Non ho sentito una sola voce tedesca che lo consideri sbagliato”, ha aggiunto. Le prossime settimane saranno dunque decisive. Pistorius, con il suo tipico pragmatismo, ha ironizzato: “Quelli che vengono dati per morti vivono più a lungo”. Il futuro dell’FCAS – simbolo dell’autonomia strategica europea – oscilla tra il rischio di una rottura storica e la possibilità di un rilancio, magari su basi più realistiche.

NAVI USA A PORT-AU-PRINCE MENTRE SCADE IL CONSIGLIO DI TRANSIZIONE

Tre navi militari americane – il cacciatorpediniere USS Stockdale e le due unità della Guardia Costiera USCGC Stone e USCGC Diligence – sono arrivate nella baia di Port-au-Prince. L’ambasciata Usa l’ha confermato martedì, osserva The Haitian Times, precisando che le navi fanno parte dell’Operazione Southern Spear: una missione di supporto alla sicurezza e alla stabilità di Haiti, non un intervento armato vero e proprio. L’idea è scoraggiare le gang e dare una mano alle forze locali in un momento in cui tutto sembra sul punto di esplodere.

Le foto delle navi hanno cominciato a rimbalzare sui social già il 3 febbraio, scatenando un’ondata di reazioni tra gli haitiani in patria e nella diaspora. C’è chi le vede come un barlume di speranza in mezzo al terrore quotidiano, e chi invece le considera l’ennesimo segno di ingerenza straniera proprio quando il Paese è più fragile.

La situazione sul terreno è drammatica. Le gang controllano interi quartieri, sfidano apertamente la polizia e colpiscono i civili senza sosta. Alla fine di gennaio a Kenscoff hanno ucciso almeno sette persone, tra cui un bambino, bruciato case e ferito decine di innocenti. Pochi giorni dopo, uomini di 400 Mawozo hanno devastato e dato fuoco in parte al centro nazionale di allenamento calcistico a Croix-des-Bouquets: un attacco simbolico contro tutto ciò che rappresenta un futuro per i ragazzi. La polizia, dal canto suo, sta rispondendo con operazioni più incisive contro coalizioni come Viv Ansanm e 400 Mawozo: alcuni capi sono stati uccisi, sono state sequestrate armi pesanti e munizioni. Eppure gli attacchi non si fermano. A complicare tutto c’è l’avvenuta scadenza del Consiglio Presidenziale di Transizione (CPT) il 7 febbraio. Ancora non si trova un accordo su cosa succederà adesso. I tentativi di mediazione della CARICOM sono in panne.

Sul tavolo ci sono idee diverse: affidare la transizione a un giudice della Corte di Cassazione, creare un consiglio più piccolo, passare i poteri al Consiglio dei ministri. Tre membri del CPT – Edgard Leblanc, Lesly Voltaire e Gérald Gilles – hanno proposto un triumvirato che includa il presidente della Corte suprema, ma la spaccatura resta enorme. Gli Stati Uniti stanno spingendo forte. A fine gennaio il Segretario di Stato Usa Marco Rubio, in un’audizione al Senato, ha definito le gang haitiane “organizzazioni terroristiche criminali transnazionali”, armate come veri eserciti e pericolose per tutta la regione: traffico di droga, ondate migratorie, instabilità diffusa. Ha lasciato intendere che serve “una postura militare più decisa”, in accordo con i partner.

L’arrivo delle navi arriva mentre l’amministrazione Trump punta a riprendersi un ruolo da protagonista nei Caraibi e in America Latina, mettendo la sicurezza al centro. Washington ha già dato un segnale chiaro: cinque membri del CPT e un ministro haitiano sono finiti nella lista delle restrizioni sui visti per aver provato a sfiduciare il premier Alix Didier Fils-Aimé.

WHATSAPP BLOCCATO IN RUSSIA: ADDIO ALL’APP PIÙ USATA

WhatsApp non funziona più in Russia. Lo riferisce Reuters, secondo cui il Cremlino ha bloccato del tutto l’app di messaggistica perché Meta non ha voluto rispettare le leggi locali. Lo ha confermato giovedì scorso il portavoce di Putin, Dmitry Peskov: “La decisione è stata presa e messa in pratica”. E ha aggiunto subito il consiglio: “Passate a MAX, la nostra app nazionale: è comoda, sta crescendo ed è già disponibile per tutti”. Fino a ieri WhatsApp era l’app di messaggistica più usata nel paese, con più di 100 milioni di persone che la aprivano ogni giorno.

Ora invece diversi domini collegati sono spariti dal registro russo: l’app non riesce più a prendere gli indirizzi IP e senza una VPN è praticamente morta. Non è successo da un giorno all’altro. Già da agosto Roskomnadzor aveva iniziato a disturbare le chiamate vocali, accusando le piattaforme straniere di non collaborare con la polizia su frodi e terrorismo. A dicembre le restrizioni si sono fatte pesanti: multe, richieste di aprire un ufficio in Russia, accuse di essere usato per organizzare attentati e reclutare. Meta ha replicato che isolare così tante persone da una comunicazione privata e sicura è un grave passo indietro per la sicurezza di tutti. Il blocco di WhatsApp è solo l’ultimo capitolo di una strategia più ampia.

La Russia vuole un internet “sovrano”: le grandi aziende tecnologiche o si adeguano – condividendo dati, cancellando contenuti, mettendo radici sul territorio – oppure spariscono dal mercato. Facebook, Instagram, YouTube e Snapchat sono già ridotti male o del tutto inaccessibili. Intanto le autorità spingono MAX con forza. Dicono che integra servizi pubblici e semplifica la vita quotidiana; i critici invece lo vedono come un potente strumento di controllo e sorveglianza. A Mosca le opinioni sono spaccate. C’è chi si indigna: “È una limitazione dei diritti costituzionali, ci tolgono la libertà di scegliere”. Altri sono più tranquilli: “Tanto ci sono alternative”.

Qualcuno giura che userà la VPN il più a lungo possibile prima di arrendersi e passare a MAX. In poche parole: un altro tassello nella progressiva chiusura del web russo verso l’esterno e nella costruzione di un sistema digitale interamente controllato da Mosca.

 

 

 

 

 

 

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