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Oltreconfine

Il prezzo del Golden Dome, i contatti Usa-Cuba, il caos in Mali: che si dice Oltreconfine

Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

GOLDEN DOME, IL COSTO ESPLODE

Un rapporto del Congressional Budget Office (CBO) pubblicato martedì stima che il sistema di difesa missilistica nazionale voluto da Trump, il cosiddetto “Golden Dome”, potrebbe costare ai contribuenti americani 1.200 miliardi di dollari in vent’anni. Lo scrive il New York Times, che sottolinea come, per proteggere gli Stati Uniti continentali, l’Alaska e le Hawaii servirebbero quattro livelli di difesa integrati: diverse migliaia di satelliti armati in orbita bassa, una mezza dozzina di siti radar e missilistici per intercettare i missili balistici intercontinentali e ben 35 nuovi impianti regionali per contrastare ipersonici e missili da crociera.

Il rapporto avverte però che, anche se realizzato, il sistema potrebbe essere saturato da un avversario come Russia o Cina dotato di un grande arsenale nucleare: alcune testate riuscirebbero comunque a colpire i loro obiettivi. Circa il 60% della spesa totale sarebbe assorbito dai satelliti armati, una costellazione di circa 7.800 unità che, orbitando a bassa quota, subirebbero il trascinamento atmosferico e dovrebbero essere sostituite ogni cinque anni circa, con un ulteriore aumento dei costi. Trump aveva parlato di una cifra molto più contenuta, intorno ai 175 miliardi, ispirandosi al modello israeliano dell’Iron Dome.

L’analisi del CBO è però basata sull’executive order firmato dal presidente a gennaio 2025. Secondo Tom Karako, esperto di difesa missilistica del Center for Strategic and International Studies, nessun sistema può proteggere l’intero territorio nazionale in ogni momento: si tratterebbe di dare priorità assoluta agli obiettivi strategici più critici. Il Golden Dome nasce anche per rispondere alla nuova minaccia rappresentata da armi convenzionali di precisione a lungo raggio, capaci di colpire obiettivi sensibili negli Stati Uniti senza necessariamente provocare una risposta nucleare.

Il rapporto non quantifica i costi per i territori d’oltremare, ma prevede un sistema dedicato e molto esteso per Guam, mentre Samoa americane, Isole Marianne Settentrionali, Portorico e Isole Vergini potrebbero essere coperti da siti regionali separati. Sul piano geopolitico, c’è già chi teme che il progetto spinga Mosca e Pechino ad aumentare ulteriormente i propri arsenali nucleari. Va ricordato che il Trattato ABM del 1972 vietava sistemi di questo tipo, finché l’amministrazione Bush non decise di uscirne nel 2001.

RATCLIFFE A CUBA: VERTICE CIA-DIRIGENZA DELL’AVANA

Giovedì scorso il direttore della CIA John Ratcliffe è atterrato all’Avana per un incontro ad alto livello con i vertici cubani. Lo riferisce l’Associated Press, secondo cui tra gli interlocutori c’era Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl Castro, che in passato è stato la sua guardia del corpo e poi capo dei servizi di sicurezza dell’isola, il ministro dell’Interno Lázaro Álvarez Casas e il responsabile dell’intelligence cubana. Secondo fonti americane, Ratcliffe ha consegnato personalmente un messaggio di Trump: gli Stati Uniti sono pronti a impegnarsi seriamente su economia e sicurezza, ma solo se Cuba farà cambiamenti di fondo.

Washington ha ribadito che l’isola non può continuare a essere un rifugio per avversari degli Usa nell’emisfero occidentale. I cubani hanno risposto che non rappresentano alcuna minaccia per la sicurezza americana e hanno contestato la loro permanenza nella lista dei paesi sponsor del terrorismo.

L’incontro arriva in un momento di fortissime tensioni. Cuba sta vivendo un collasso della rete elettrica, con blackout prolungati soprattutto nelle province orientali, aggravati dal blocco americano sulle forniture di carburante. La popolazione affronta orari di lavoro ridotti e cibo che va a male nei frigoriferi spenti. Gli Stati Uniti hanno offerto 100 milioni di dollari di aiuti umanitari e supporto per internet satellitare, ma solo se il regime lo permetterà.

Questo non è il primo contatto recente: a febbraio Rodríguez Castro aveva già incontrato segretamente il segretario di Stato Marco Rubio ai margini di un summit caraibico. Le riunioni di quest’anno segnano inoltre i primi voli governativi americani sull’isola (escluso Guantánamo) dal 2016. Nel frattempo Trump ha minacciato dazi contro chiunque venda petrolio a Cuba e, pur avendo ventilato un intervento, un’azione militare non sarebbe imminente. Díaz-Canel ha comunque risposto che il paese è pronto a combattere se necessario. Il comunicato cubano ha parlato di colloquio avvenuto “in un contesto di relazioni bilaterali complesse”, confermando il clima di sfiducia reciproca che accompagna ogni passo di questo riavvicinamento forzato.

MALI IN BILICO: L’OFFENSIVA RIBELLE JIHADISTA-TUAREG METTE IN CRISI LA GIUNTA

In queste settimane il Mali è di nuovo precipitato in una fase di grave instabilità, sottolinea il Guardian. Le forze armate del Paese, sostenute da circa 2.000-2.500 mercenari russi dell’Africa Corps, stanno cercando di rispondere all’offensiva lanciata a fine aprile da un’alleanza tra jihadisti di JNIM legati ad Al-Qaeda e separatisti tuareg del FLA.

I ribelli hanno colpito con attacchi coordinati – imboscate, autobombe, droni e raid – diverse postazioni militari, conquistando la simbolica città di Kidal nel nord. Lì i soldati maliani sono fuggiti e i mercenari russi si sono arresi. L’offensiva ha inferto colpi duri alla giunta militare arrivata al potere dopo i colpi di stato del 2020-2021. Il ministro della Difesa Sadio Camara è stato ucciso in un attentato suicida nella caserma di Kati, vicino a Bamako, e anche il capo dell’intelligence militare ha perso la vita. I ribelli hanno inoltre attaccato l’aeroporto internazionale della capitale e la residenza del leader della giunta, Assimi Goïta. La risposta governativa è arrivata con raid aerei, alcuni effettuati da piloti russi, e con elicotteri che supportano convogli e basi isolate. Tuttavia, finora le forze di Bamako non sono riuscite a riprendere gran parte dei territori persi. I ribelli hanno imposto un blocco stretto sulla capitale, aggravato dalla scarsità di carburante già causata da precedenti misure di JNIM.

La città vive sotto coprifuoco, con arresti diffusi. Sul fronte civile la situazione è drammatica: centinaia di morti, soprattutto nel centro del Paese, dove JNIM ha attaccato villaggi accusati di collaborare con le autorità o di aver violato accordi precedenti. Gli analisti, come Nina Wilén dell’Egmont Institute, notano una certa resilienza della giunta, che non è crollata nonostante i colpi ricevuti e continua a combattere senza ammutinamenti evidenti.

Allo stesso tempo si sottolinea che i mercenari russi si stanno concentrando sulla difesa di Bamako, confermando il loro ruolo principale: proteggere il regime piuttosto che stabilizzare il Paese. Il contesto è quello di un Sahel sempre più violento, dove jihadismo, tensioni etniche, marginalizzazione dei tuareg e fallimenti statali si alimentano a vicenda. L’Onu ha lanciato l’allarme su una crescente emergenza umanitaria fatta di sfollati, fame e violenze contro i civili.

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