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Oltreconfine

Il riarmo di Germania e Giappone, niente Africa per Taiwan. Che si dice Oltreconfine

Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker

GERMANIA, PISTORIUS VUOLE L’ESERCITO PIÙ FORTE D’EUROPA

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha presentato martedì scorso la prima vera strategia militare della Germania dal dopoguerra. Come riferisce il Financial Times, si chiama “Responsibility for Europe” ed è un documento di 35 pagine che segna una svolta netta per Berlino. Pistorius ha detto chiaro che la nazione più popolosa dell’Unione Europea sta prendendo sul serio le sue responsabilità dentro la Nato e punta a diventare la prima potenza convenzionale del continente. L’obiettivo è rafforzare la Bundeswehr in fretta, aumentando il numero di soldati e la prontezza operativa.

Il cambio di rotta arriva dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Da allora la Germania ha aumentato enormemente le spese per la difesa ed è diventata il principale fornitore di armi a Kiev, soprattutto dopo che Donald Trump ha ridotto drasticamente l’aiuto americano. Per decenni Berlino aveva evitato di parlare di “interessi nazionali” per non sembrare militarista, scaricando tutto sulla Nato. Ora invece riconosce che la Russia è la minaccia più immediata alla libertà e alla sicurezza euro-atlantica e che Mosca si sta preparando a colpire i Paesi dell’Alleanza. Il documento sottolinea che la Germania, come grande economia europea, ha una responsabilità speciale: rassicurare gli alleati, esercitare deterrenza contro Mosca e promuovere la difesa collettiva. Parla poco delle perplessità sull’affidabilità degli Stati Uniti sotto Donald Trump, anche se Pistorius ha ammesso che naturalmente ci pensa. Ha spiegato che certe parti del documento restano classificate proprio per non dare vantaggi a Vladimir Putin. Gli Usa restano “essenziali” per la Nato, ma si stanno spostando verso l’Indo-Pacifico e chiedono di più all’Europa. Per questo la Bundeswehr dovrà essere in grado di agire con maggiore autonomia.

La strategia guarda anche al futuro della guerra: confini sempre più sfumati tra obiettivi militari e civili, guerra ibrida, droni autonomi e intelligenza artificiale. Servono tecnologie innovative, capacità di intelligence e armi a lungo raggio per colpire in profondità. Sul piano numerico si punta a passare dagli attuali 185 mila soldati professionali a circa 260 mila, e a raddoppiare i riservisti fino a 200 mila. Non mancano le critiche. I partner di coalizione del centrodestra spingono perché si vada più veloci, mentre alcuni analisti trovano il testo troppo generico e astratto, soprattutto perché non affronta la questione della base industriale della difesa.

GIAPPONE: CADE IL VETO ALLE VENDITE DI ARMI ALL’ESTERO

Il governo giapponese ha fatto un altro passo concreto per uscire dal pacifismo stretto che gli era stato imposto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Martedì scorso, riporta il New York Times, la premier Sanae Takaichi ha riunito il suo governo e ha deciso di togliere gran parte dei limiti sulle vendite di armi made in Japan all’estero.

La mossa arriva in un momento delicatissimo: la Cina che alza il tono, la Corea del Nord e la Russia che spingono, e soprattutto l’incertezza su quanto gli Stati Uniti di Donald Trump siano ancora disposti a fare da scudo nel Pacifico. Takaichi, che non ha mai nascosto la sua linea dura contro Pechino, lo ha spiegato chiaro su X: “Nessun Paese può più garantire da solo la propria sicurezza”.

L’obiettivo è duplice: dare ossigeno all’industria della difesa giapponese e costruire una rete di alleati più larga e meno dipendente da Washington. Concretamente, i produttori giapponesi potranno ora vendere armi letali a 17 Paesi amici. Si parla di fregate avanzate per le Filippine, sottomarini per l’Indonesia, ma anche missili, radar e sistemi anti-drone. L’unico paletto rimasto è che non si possono trasferire armi a Paesi in guerra attiva, salvo casi eccezionali decisi ai massimi livelli per ragioni di sicurezza nazionale.

È una svolta importante ma non improvvisa. Già con Shinzo Abe nel 2014 si era cominciato ad aprire qualche breccia, poi nel 2023 era arrivato l’ok per vendere sistemi di difesa aerea agli americani. Adesso si va oltre. E non è un caso che arrivi pochi giorni dopo la visita di trenta ambasciatori Nato a Tokyo e dopo l’accordo da 6,5 miliardi di dollari per le fregate stealth da consegnare all’Australia dal 2029.

La Nato ha reagito con entusiasmo. Anche l’ambasciatore americano in Giappone ha twittato che la decisione rafforza la sicurezza di tutti gli alleati nell’Indo-Pacifico. Pechino, com’era prevedibile, ha risposto male. Accusa Takaichi di voler resuscitare il militarismo degli anni Quaranta e ha già usato ritorsioni economiche negli ultimi cinque mesi. Domenica scorsa ha pure mandato navi vicino a Kagoshima dopo che una nave giapponese era passata nello Stretto di Taiwan. Takaichi però tiene il punto: “Non cambiamo di una virgola il nostro impegno per la pace degli ultimi ottant’anni”.

PECHINO BLOCCA IL VIAGGIO DEL PRESIDENTE TAIWANESE IN AFRICA

Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha dovuto cancellare all’ultimo momento il suo primo viaggio all’estero dopo più di un anno. Come sottolinea Bloomberg, Lai era diretto in Eswatini per festeggiare i quarant’anni di incoronazione del re Mswati III, l’unico alleato diplomatico di Taiwan in Africa, ma Seychelles, Madagascar e Mauritius hanno ritirato all’improvviso il permesso di sorvolo dei loro spazi aerei.

Secondo l’ufficio presidenziale di Taipei la decisione è stata dettata da forti pressioni cinesi, compresa la coercizione economica: minacce di revocare condoni del debito, bloccare finanziamenti e imporre sanzioni. Taiwan ha parlato apertamente di “interferenza sfacciata” da parte di Pechino. Il capo del Consiglio di Sicurezza nazionale taiwanese Joseph Wu ha confermato la dinamica. Lai ha commentato su Facebook che queste azioni repressive non solo destabilizzano la sicurezza regionale ma feriscono i sentimenti del popolo taiwanese.

Non è la prima volta che un viaggio di Lai salta. Nel frattempo Xi Jinping ha incontrato a Pechino il leader del Kuomintang per ribadire la linea della Cina. Eswatini resta uno dei pochi Paesi che mantengono rapporti ufficiali con Taipei. Il viaggio doveva essere un segnale politico importante, ma alla fine il governo ha inviato il ministro degli Esteri Lin Chia-lung al suo posto.

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