Dal mondo

L’islamofobia contagia l’Austria di Kurz dopo gli attentati

kurz terrorismo

La gravità dell’azione terroristica che lo scorso 2 novembre ha sconvolto la serena Vienna sta spingendo il governo di Sebastian Kurz all’isteria islamofobica, esattamente come sta accadendo nella Francia di Emmanuel Macron. L’articolo di Enrico Oliari

La gravità dell’azione terroristica che lo scorso 2 novembre ha sconvolto la serena Vienna, costata la vita a 5 persone (incluso l’attentatore) e il ferimento di 23, sta spingendo il governo di Sebastian Kurz all’isteria islamofobica, esattamente come sta accadendo nella Francia di Emmanuel Macron.

Il terrorismo infatti non è un prodotto della religione, qualunque essa sia, bensì di un’orrenda strategia politica che comodamente viene fatta passare come fondamentalista islamica, ma che in realtà va letta in quel mondo sconvolto da guerre, rovesciamenti di governo, interessi internazionali e quant’altro che si trova al di là del Mediterraneo e in Africa.

Attribuire le stragi all’Islam in quanto tale sarebbe come affermare che la strage dei Catari e lo sterminio dei nativi americani siano stati dovuti al cattolicesimo, ma le ragioni alla base del terrorismo che conosciamo oggi sanno più di politica che di religione.

Nei soli ultimi anni, con scuse fondate o meno, l’Occidente ha rovesciato o tentato di rovesciare governi, dalla Libia all’Iraq, dalla Siria all’Afghanistan, ed è un dato di fatto che chi si è visto distruggere la casa con la famiglia dentro dai costosissimi Stealth statunitensi si adoperi per rispondere a modo suo. Di recente anche in Sudan è cambiata la forma di governo, e prontamente gli Stati Uniti hanno cancellato il paese dall’elenco dei paesi terroristici aprendo la strada ad investimenti e cooperazione.

In Afghanistan, qualcuno lo ricorda, siamo andati per l’attentato alle Torri Gemelle (nessun attentatore era afgano: erano quasi tutti sauditi) ma anche perché le donne portavano il burqa: dopo aver distrutto il paese e fatto saltare interi villaggi i talebani controllano oggi il triplo del territorio, gli statunitensi trattano con i talebani a Doha e le donne continuano a portare il burqa.

Mi è capitato di essere in Iraq nel 2016, sulla prima linea Peshmerga-Isis, e di passare in un villaggio appena ripreso dove erano morti un centinaio di abitanti che avevano imbracciato le armi per combattere e rimanere con l’Isis. Abitanti comuni, donne, uomini e minori, non miliziani.

La ragione è spiegata non solo con il rovesciamento del governo ad opera degli statunitensi, tra l’altro con la scusa di armi di distruzione di massa inesistenti, bensì con la defenestrazione di milioni di borghesi, ingegneri, avvocati, commercianti, medici, imprenditori ecc., ovvero di una fetta importante della popolazione solo perché conniventi con l’ancien régime, esattamente come avveniva in Italia durante il Fascismo.

Con la differenza che in Italia non si sono tenuti i processi di Norimberga per motivi di convenienza politica, le grandi aziende che fabbricavano armi hanno continuato a lavorare, i dirigenti pubblici sono solo stati spostati di ruolo, sono spariti i fasci littori dai baveri ed è comparso lo scudo crociato e chi si chiamava Benito ha semplicemente trasformato il nome in Beniamino.

Si intende: il terrorismo va combattuto in tutte le sue forme e con ogni mezzo, ma arrivare al “reato di ‘Islam politico” per poter procedere contro coloro che non sono terroristi, ma che creano loro il terreno fertile”, come ha testé affermato Kurz, significa buttare via il bambino con l’acqua sporca, perché l’Islam, come anche il Cristianesimo, ha per sua natura la declinazione sociale. La differenza non è quindi fra “civiltà cristiana” e “civiltà islamica”, come predicano i sovranisti “de noiartri”, bensì fra percorsi storico-culturali diversi, dove l’Europa ha conosciuto l’epoca dei Lumi e una Rivoluzione Francese che ne ha diffuso le idee.

Kurz ha anche annunciato “un’estensione delle possibilità di poter chiudere luoghi di culto”, l’introduzione di un registro degli imam e un inasprimento delle leggi sulle associazioni e i simboli, ma vien da sé che chiudere una moschea non significa cancellare né la preghiera né l’orazione, semmai portarle nella clandestinità degli scantinati, al di fuori di ogni controllo.

In realtà pesa come un macigno su Kurz l’accusa di macroscopiche falle nell’intelligence austriaca, basti pensare che l’attentatore, il 20enne austriaco di origini macedoni Kujtimi Fejzulai, era in libertà provvisoria dopo essere stato in prigione per aver tentato di raggiungere l’Isis in Siria; in estate era giunta a Vienna la segnalazione dalla Germania che l’uomo aveva incontrato altri sospetti jihadisti, come pure dalla Slovacchia era stato fatto sapere che si era recato a Bratislava per acquistare armi. Tutte informazioni ignorate dai servizi austriaci, un errore colossale che ha portato alle dimissioni del capo dei servizi di intelligence di Vienna, Erich Zwettler.

Solo oggi il cancelliere austriaco parla di detenzione a vita e di braccialetto elettronico per le persone condannate per terrorismo: più che radicare il sentimento anti islamico nella popolazione e chiudere le Moschee, Kurz dovrebbe assumersi le responsabilità di una lotta al terrorismo colpevolmente insufficiente.

Articolo pubblicato su notiziegeopolitiche.net

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