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Israele, perché Biden non ha ancora fermato Netanyahu

Netanyahu Biden

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden esprime “supporto” a Israele ma è “preoccupato” per i palestinesi. Vorrebbe fermare Netanyahu, ma potrebbe non essere pronto a pagarne il prezzo politico

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel colloquio telefonico con il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso “grande supporto” a Israele, ma anche “preoccupazione” per le vittime civili e la protezione dei giornalisti.

Biden ha poi parlato, per la prima volta, anche con il leader palestinese Mahmoud Abbas, il quale ha spiegato di essere al lavoro per fermare l’aggressione israeliana nei confronti del suo popolo e raggiungere il cessate il fuoco.

COSA STA SUCCEDENDO

Fin da quando sono riprese le tensioni tra israeliani e palestinesi, sfociate ormai in un conflitto, lo sguardo si è spostato su Biden, l’unico tra i leader da cui ci si aspetta un intervento che faccia la differenza. Come ricordavamo una settimana fa, sebbene Unione europea e Stati Uniti abbiano espresso preoccupazione e invitato a una de-escalation, nessuno sembra intenzionato a intervenire.

L’amministrazione Biden, nei primi mesi di mandato si è concentrata su pandemia e crisi economica, ma ha anche iniziato a intraprendere lentamente una nuova politica verso Israele e Palestina.

Secondo Foreign Policy, lo staff di Biden che si occupa di Medio Oriente ha avuto molto da fare dopo l’era Trump e in un memorandum politico redatto a febbraio intitolato “Il reset Usa-Palestina e il percorso in avanti”, i funzionari hanno suggerito di riattaccare il “tessuto connettivo” distrutto negli ultimi anni, riaffermando una soluzione a due Stati e ripristinando i finanziamenti ai palestinesi.

Certo, i funzionari pensavano di avere più tempo a disposizione, ma la violenza è esplosa prima del previsto. I coloni ebrei, minacciando di sfrattare i palestinesi da un quartiere conteso di Gerusalemme Est, hanno dato il colpo di grazia a uno status quo già molto fragile. Sono seguiti poi gli attacchi ai palestinesi alla Porta di Damasco e alla Moschea Al-Aqsa. Hamas ha risposto lanciando razzi su Israele mentre a Gaza si susseguivano raid aerei, imboscate nei tunnel sotterranei e bombardamenti come quello alle sedi di Associated Press e Al Jazeera.

LA STRETEGIA DI BIDEN

La “farsa” del processo di pace – come la definisce Foreign Policy – è finita con Trump. Biden ha visto due segretari di Stato, Hillary Clinton e John Kerry, fallire nella pace in Medio Oriente e “ha zero appetito per il martirio”.

La strategia dichiarata da Biden è quella di impegnarsi pubblicamente per una soluzione a due Stati e allo stesso tempo dedicare i propri sforzi al miglioramento delle condizioni dei palestinesi. Per questo l’amministrazione ha già promesso 235 milioni di dollari ai palestinesi attraverso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (UNRWA) e sovvenzioni dirette.

Biden spera di ripristinare la missione palestinese a Washington e il consolato generale degli Stati Uniti a Gerusalemme, entrambi eliminati sotto Trump. Il memorandum del Dipartimento di Stato sembra anche suggerire l’apertura di un consolato nei territori palestinesi.

IL VICOLO CIECO DI BIDEN

Queste, prosegue Foreign Policy, sono misure utili, ma modeste e che non risolverebbero l’“apartheid” a cui sono sottoposti i palestinesi. Qualsiasi mossa intrapresa da Biden si scontrerebbe “non solo con Israele ma con il Congresso degli Stati Uniti, dove Netanyahu gode di un sostegno più ampio che in Israele”.

Israele Cisgiordania

Qualunque cosa Biden decida di fare, dovrà lavorare attraverso i Paesi filo-israeliani, così come l’Egitto e la Giordania e forse il Qatar, ognuno dei quali ha vari gradi di influenza sia con Israele che con i palestinesi. Tra i suoi obiettivi dovrebbe esserci quello di porre fine all’opprimente blocco di Gaza, liberare gli spostamenti in Cisgiordania, porre fine agli sfratti e alle demolizioni, rafforzare l’autogoverno palestinese, affrontare le lamentele degli arabi israeliani e reprimere la violenza dei gruppi di destra, alcuni dei quali fanno parte della stessa coalizione di governo di Netanyahu.

Ognuno di questi obiettivi sarebbe stato molto difficile da raggiungere anche durante il momento più stabile del mandato di Trump; ora, sembra quasi impossibile.

“Il nuovo presidente degli Stati Uniti vuole aiutare”, conclude Foreign Policy, ma “potrebbe non essere pronto a pagarne il prezzo”.

Leggi anche: Cosa ha fatto riaccendere lo scontro tra Israele e Gaza?

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