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Israele si prepara a tornare alle urne, terzo voto in meno di un anno

Israele

L’articolo di Nello Del Gatto per Affarinternazionali sulle elezioni del prossimo 2 marzo in Israele, tutto con una costante, e ora incognita, Benjamin Netanyahu

Israele andrà il 2 marzo 2020 alle terze elezioni politiche consecutive in meno d’un anno. Era il 26 dicembre 2018 quando il 20° Parlamento israeliano, l’ultimo che abbia espresso un governo, fu disciolto; e bisognerà aspettare la metà di marzo del 2020 per vederne, forse, un altro esprimere un governo. In mezzo, due elezioni, una terza all’orizzonte; numerosi e vani tentativi di formare un esecutivo; guerre, lanci di razzi, proposte di annessione territoriale, minacce di impeachment, incriminazioni al premier per frode e corruzione. Tutto con una costante – e ora un’incognita -: Benjamin Netanyahu.

LA COSTANTE – E L’INCOGNITA – NETANYAHU

Era lui il primo ministro a dicembre del 2018 ed è ancora in carica oggi, nonostante i voti, le crisi di governo e le accuse formalizzate di essere un corrotto, di avere frodato e violato la fiducia dei suoi cittadini. E’ ritenuto in queste ore lui il maggiore responsabile del fallimento della possibilità per Israele di avere un nuovo governo e di non dover andare alle terze elezioni anticipate in 11 mesi, dopo quelle del 9 aprile e del 17 settembre 2019.

Eppure Bibi non ha fatto altro che il suo mestiere: il volpone della politica. Dopotutto, Netanyahu è l’unico che esce vincente da questa impasse politica, restando al timone di Israele per almeno altri tre mesi circa, allungando ancora il suo record di premier più longevo nella storia di Israele. E la dissoluzione anticipata anche della 23° Knesset rimanda di non poco anche il giorno che dovrà comparire alla sbarra per le accuse formulate dal procuratore Avichai Mandelblit.

Già perché potrebbero essere necessari mesi prima che vengano presentate accuse formali, poiché Netanyahu dovrebbe chiedere l’immunità parlamentare alla Knesset. La commissione e il plenum della Knesset dovrebbero pronunciarsi sull’immunità del premier, ma la commissione non è stata mai convocata, non ha avuto neppure il tempo di essere formata, in quanto non è stato firmato un accordo di coalizione nel parlamento appena disciolto, per la suddivisione dei seggi in commissione.

Solo una volta formata una nuova coalizione, dopo il prossimo turno di elezioni previsto il 2 marzo, una commissione della Knesset potrà rispondere alla questione. Anche se la richiesta di immunità di Netanyahu venisse respinta, potrebbe volerci fino a maggio o a giugno dell’anno prossimo per prendere la decisione formale, e forse di più, se anche le prossime elezioni non porteranno a una coalizione. Ci potrebbero quindi volere anni, prima di vedere, eventualmente, Netanyahu in galera.

LA CARTA DELLE IMMUNITÀ E DELLE ELEZIONI

E proprio sull’immunità si è giocata l’ultima carta che poteva scongiurare le elezioni del 2 marzo. Benny Gantz, il leader del Blu e Bianco, ha cercato fino all’ultimo di ingoiare il rospo e tentare un accordo con Netanyahu. Per far approvare la cosa ai suoi, ha chiesto al premier di rinunciare all’immunità. Solo in questo caso, avrebbe permesso a Bibi di governare per primo, per poi prendere il suo posto dopo qualche mese, nel momento in cui il premier sarebbe stato chiamato a giudizio.

Ovviamente Netanyahu, forte del consenso di cui ancora giode, ha risposto picche. Consenso, già, perché nelle tre elezioni precedenti, del 17 marzo 2015, del 9 aprile e del 17 settembre 2019, i voti al Likud di Netanyahu sono sempre stati una costante.

Nella prima tornata, il Likud si era assicurato il 23,40% dei voti (985.408 suffragi); ad aprile 2018, le prime con l’incognita Blu e Bianco, il Likud aumentò i voti raggiungendo 1.140.370 suffragi (pari al 26,46%, lo 0,33% in più dei rivali debuttanti); a settembre 2018, il Likud arrivò secondo con 1.113.617 suffragi pari al 25,10% (lo 0,85% in meno del Blu e Bianco). Segno che la sua base elettorale non lo ha mai tradito, anzi.

VERSO IL 2 MARZO CON LE PRIMARIE NEL LIKUD E ALTRE INCOGNITE

Le elezioni di marzo potrebbero essere una ennesima consacrazione, semmai ce ne fosse bisogno, anche se ci sono diverse incognite. Prima fra tutte, le primarie del partito che dovrebbero essere celebrate il prossimo 26 dicembre. Fra i suoi oppositori, c’è in particolare quel Gideon Sa’ar che, con un passo indietro di Netanyahu, sarebbe riuscito a stringere un accordo con il Blu e Bianco e a scongiurare le elezioni di marzo.

Bisogna poi vedere come procede la questione giudiziaria, anche se ieri l’Alta Corte israeliana, rispondendo al ricorso di una Ong, ha ribadito la legittimità di Netanyahu a guidare il Paese come primo ministro pur essendo stato incriminato. Altra tegola è la situazione interna, con la possibile tregua con Hamas, la decisione dell’annessione dei territori in Cisgiordania e le elezioni politiche palestinesi anch’esse previste per l’anno prossimo. Senza contare le questioni di politica ed economica interna, dove i dati parlano di una economia in lieve flessione e dell’impossibilità di ridurre la povertà nel Paese, che si attesta sulle cifre dell’anno scorso.

Secondo i dati diffusi qualche giorno fa da Latet, una Ong che combatte la povertà in Israele, una famiglia su cinque, una persona su quattro e un bambino su tre, vivono in condizioni di povertà. Secondo il rapporto, in condizioni di povertà in Israele si troverebbero 530.000 famiglie, il 20,9% del numero totale, 2.306.000 persone (il 25,6% della popolazione) e, tra queste, 1.007.000 bambini.

LA PERCEZIONE DI SICUREZZA

La preoccupazione maggiore per gli israeliani è la sicurezza e da quando Netanyahu guida il governo in maniera continua, grossi problemi non ci sono stati, anzi, è aumentata la percezione di sicurezza nella popolazione. Ma la terza elezione di seguito in 11 mesi potrebbe portare a una disaffezione degli israeliani verso la loro classe politica. Dai primi sondaggi, la sfiducia degli elettori è molta e sono in tanti quelli che annunciano di non voler andare a votare.

Molti analisti imputano a una classe politica arrivista e impreparata, ma anche a una opinione pubblica indifferente e rassegnata, il fallimento della politica israeliana dimostrato dalla indizione di tre elezioni in meno di un anno. Senza contare, inoltre, che la disaffezione nella comunità araba è in aumento visto che i partiti che la rappresenta sono stati usati come merce di scambio nei primi tentativi di formare il governo.

Le elezioni del  marzo si terranno alla vigilia del Super Tuesday negli Usa, quando si potrebbero conoscere i candidati alle elezioni presidenziali statunitensi. Il destino di Netanyahu si intreccia così, di nuovo, a doppio filo, con quello del suo alleato Donald Trump.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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