Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
OLTRECONFINE: CARNEY DEFINISCE IL REFERENDUM SULL’ALBERTA UN “BLUFF PERICOLOSO” COME LA BREXIT
Il premier canadese Mark Carney ha definito molto rischiosa la proposta della premier dell’Alberta, Danielle Smith, di tenere un referendum in ottobre sul percorso verso la secessione. “Molti lo presentano come l’inizio di una trattativa, ma per tanti può diventare l’inizio di una vera separazione”, ha avvertito il premier, con parole riportate da Politico. Carney parla con cognizione di causa: da governatore della Bank of England ha vissuto in prima persona il caos seguito al voto Brexit del 2016. I britannici pensavano di esprimere un voto “soft”, negoziabile, e invece dieci anni dopo il Paese sta ancora cercando di rimediare alle conseguenze.
Il premier ha sottolineato che questa questione non era nel programma elettorale dell’ultimo voto provinciale in Alberta e non faceva parte della piattaforma del governo Smith. Per questo ha annunciato che si impegnerà personalmente nella campagna per l’unità canadese, ricordando i vantaggi concreti di restare insieme: un grande mercato nazionale, accordi commerciali con un miliardo e mezzo di persone nel mondo, ma soprattutto il senso di solidarietà che caratterizza il Canada. “I canadesi si prendono cura gli uni degli altri, sia nei programmi sociali sia tra province diverse”.
Parallelamente, Carney sta lavorando per ricucire i rapporti con l’Alberta attraverso un memorandum d’intesa per un nuovo oleodotto verso la British Columbia. L’intesa rientra nella sua strategia di grandi progetti nazionali, ma gli è valsa dure critiche da ambientalisti, gruppi indigeni e dal governo della British Columbia, che lo accusano di aver sacrificato la sua credibilità sul clima. Anche Pierre Poilievre e i Conservatori hanno promesso di fare campagna per l’unità, con Poilievre che si definisce “federalista canadese convinto, orgoglioso albertano e orgoglioso canadese”. I sondaggi citati dai Liberali dell’Alberta danno ai separatisti un sostegno tra il 26 e il 28%, segno che si tratta di un’agenda sostenuta da una minoranza. La questione rischia di dominare le ultime settimane di lavori parlamentari prima della pausa estiva.
NEL DESERTO CINESE SORGE UN VASTO COMPLESSO PER GARANTIRE IL CONTRATTACCO NUCLEARE
In un remoto deserto della Cina, racconta Reuters, sta prendendo forma un vasto complesso militare che, secondo analisti della sicurezza, è stato concepito per garantire che nessun attacco americano preventivo possa neutralizzare del tutto la capacità di Pechino di rispondere con armi nucleari. Immagini satellitari rivelano una rete estesa di oltre ottanta piattaforme di lancio, bunker, nodi di comunicazione e sistemi di difesa aerea dislocati intorno ai silos più strategici, quelli che ospitano i missili a più lunga gittata. Al centro di tutto ci sono due grandi strutture ottagonali, realizzate negli ultimi sei anni, collegate da una ragnatela di strade sterrate e condotte che si allungano per migliaia di chilometri quadrati nel deserto. Nelle immagini recenti si distinguono veicoli militari pesanti, tende, postazioni di lancio mimetizzate e infrastrutture per la guerra elettronica e le comunicazioni. L’obiettivo è rafforzare in modo significativo la “second-strike capability”: la certezza di poter colpire gli Stati Uniti anche dopo aver subito un primo attacco. Pur mantenendo ufficialmente la dottrina del “no first use”, la Cina sta accelerando come mai prima l’espansione del suo arsenale nucleare, proprio mentre le tensioni su Taiwan si fanno più acute.
Xi Jinping ha avvertito di recente Donald Trump che una cattiva gestione della questione taiwanese potrebbe portare i due paesi in un “luogo pericoloso”. Gli esperti, tra cui Alexander Neill, Hans Kristensen e Tong Zhao, descrivono un’espansione imponente e diversificata del deterrente nucleare cinese, una delle più rapide al mondo. Pechino è in traiettoria per raggiungere le mille testate entro il 2030. A differenza di Stati Uniti e Russia, che puntano soprattutto sul numero elevato di silos ultra-fortificati, la Cina sta investendo massicciamente in mobilità, difesa integrata e comunicazioni ridondanti in un ambiente estremo. Si tratta di uno sforzo straordinario, mai visto prima su questa scala: un segnale evidente di come la competizione nucleare tra Washington e Pechino si stia rapidamente intensificando.
IL GUATEMALA AUTORIZZA OPERAZIONI MILITARI CONGIUNTE CON GLI USA CONTRO I NARCOS
Come scrive il New York Times, il Guatemala ha accettato di lanciare operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul proprio territorio per colpire i gruppi del narcotraffico. Secondo fonti informate sui colloqui, il presidente Bernardo Arévalo ha dato il via libera durante una telefonata con il segretario alla Guerra Pete Hegseth. Gli attacchi aerei e altre azioni militari potrebbero iniziare già nelle prossime settimane.
Si tratta del secondo Paese della regione, dopo l’Ecuador, a permettere interventi armati statunitensi dentro i propri confini. Arévalo ha formalmente chiesto collaborazione per operazioni guidate dalle forze di sicurezza guatemalteche, come confermato dal suo ufficio. I due hanno parlato per definire i dettagli dell’accordo, che per ora non è stato annunciato pubblicamente. L’amministrazione Trump sta facendo pressione anche sull’Honduras e usa questo Paese insieme al Guatemala come leva per convincere il Messico ad accettare operazioni simili. La presidente Claudia Sheinbaum però ha finora respinto nettamente la richiesta di truppe americane e attacchi con droni sul suolo messicano.
La strategia di Washington è chiara: normalizzare la presenza militare statunitense in tutta l’America Latina per guadagnare terreno nei confronti del Messico. A spingere con forza in questa direzione sono soprattutto Stephen Miller e Joseph M. Humire, alto funzionario del Pentagono per l’emisfero occidentale. Nelle riunioni periodiche alla Casa Bianca dedicate ai risultati ottenuti viene spesso sottolineato il bilancio delle imbarcazioni colpite in mare. Quasi venti Paesi latinoamericani hanno già aderito alla Coalizione contro i Cartelli delle Americhe, creata quest’anno dall’amministrazione Trump.
A marzo, durante un incontro in Florida con leader conservatori della regione, Trump aveva promesso di “eradicare” i cartelli e aveva detto testualmente che gli Stati Uniti li stanno “massacrando” ovunque possibile, chiedendo ai governi locali di indicare i bersagli. Il Pentagono ha intensificato la propria presenza nella regione come non si vedeva da decenni, designando oltre una dozzina di gruppi come organizzazioni terroristiche straniere. Negli ultimi mesi ha colpito decine di imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale – l’attuale bilancio è di 59 attacchi, con almeno 196 morti secondo il New York Times – anche se le prove che si trattasse di trafficanti sono state finora limitate. Molti esperti sottolineano i rischi legali di questa svolta: si sta passando da un approccio tradizionale di polizia, basato su arresti e intelligence della DEA, a una vera e propria logica di guerra. Critici come l’ex avvocato del Dipartimento di Stato Brian Finucane parlano di possibili “uccisioni premeditate” fuori da un conflitto armato, con responsabilità penali che potrebbero ricadere anche sui militari di grado inferiore.
Nonostante molti cittadini latinoamericani chiedano maggiore durezza contro la violenza legata alla droga, resta forte la diffidenza verso un ritorno dell’interventismo americano. In Ecuador, una delle operazioni congiunte ha colpito per errore un allevamento di bestiame invece di un obiettivo legato al narcotraffico. Il Guatemala, che già l’anno scorso aveva accettato di gestire deportati dagli Stati Uniti, sembra aver scelto di accontentare il vicino potente per rafforzare l’alleanza.


