Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
L’ACCORDO ISRAELE-LIBANO RISCHIA DI SPACCARE IL PAESE DEI CEDRI
L’accordo mediato dagli Stati Uniti tra Israele e Libano firmato a Washington il mese scorso e presentato come un passo verso la pace sta scavando divisioni profonde nel Paese dei cedri e fa temere una paralisi politica o addirittura un ritorno alla guerra civile. Come sottolinea l’Associated Press, il patto prevede il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano e, in prospettiva, un accordo di pace tra due nazioni tecnicamente ancora in guerra. Ma la condizione è chiara: il ritiro completo delle forze di Tel Aviv dal Libano avverrà solo dopo il disarmo di Hezbollah. Una clausola che ha fatto infuriare il gruppo sciita filo-iraniano, che ha risposto con proteste, blocchi stradali e minacce. I sostenitori di Hezbollah accusano il governo di aver accettato un’occupazione israeliana a tempo indeterminato, mentre il premier Nawaf Salam difende l’intesa come un modo per ripristinare la sovranità statale su tutto il territorio.
L’atmosfera è tesissima: un deputato di Hezbollah ha avvertito che imporre il disarmo significherebbe spingere il Paese verso la guerra civile, riportando alla memoria i traumi del 1975-1990 e gli scontri del 2008. La frattura riflette la spaccatura storica libanese: da una parte il fronte filo-occidentale, dall’altra il campo iraniano guidato da Hezbollah. Quest’ultimo ha legato la fine dei combattimenti al più ampio negoziato Usa-Iran, mentre il governo ha cercato di tenere separate le due partite. Dopo il cessate il fuoco firmato da Usa e Iran lo scorso 17 giugno, sembrava che Hezbollah avesse segnato un punto; poi l’accordo del 26 giugno ha ribaltato le cose, legando esplicitamente il ritiro israeliano al suo disarmo. Sul terreno ci sono due “zone pilota” dove l’esercito libanese dovrebbe subentrare ad Hezbollah, ma al momento tutto è bloccato: non ci sono tempi certi, né istruzioni operative chiare. Parlamentari e costituzionalisti sottolineano peraltro che l’accordo deve ancora superare i necessari passaggi istituzionali come l’approvazione a maggioranza qualificata del Consiglio dei Ministri ed un eventuale voto parlamentare. Il potente speaker del Parlamento Nabih Berri, alleato di Hezbollah, ha già detto che l’accordo “non passerà in questa forma”.
OPERAZIONI DI INFLUENZA CONTRO I DATA CENTER: COME CINA, RUSSIA E IRAN SFRUTTANO LE PAURE AMERICANE
La Cina, la Russia e l’Iran starebbero sfruttando le crescenti proteste negli Stati Uniti contro i data center per l’intelligenza artificiale con un chiaro obiettivo: trasformare un malcontento reale in una frattura interna che rallenti lo sviluppo tecnologico americano. Come riporta il New York Times, un quotidiano di Stato cinese ha pubblicato l’immagine satellitare di un data center in Virginia accompagnata da un articolo in inglese che parla di minaccia per la salute fisica e finanziaria degli americani. Un fumetto falso, generato con ChatGPT da operatori cinesi, è circolato su X accusando i data center di far esplodere le bollette elettriche. Un video russo ha messo in dubbio la fattibilità di un data center americano in Armenia, sottolineando l’instabilità della rete elettrica.
Secondo un’analisi di Alethea, queste campagne, composte da centinaia di articoli e post usciti tra gennaio e giugno di quest’anno, sfruttano un’opposizione diffusa tra l’opinione pubblica statunitense: un sondaggio Gallup dello scorso maggio mostra che il 71% degli americani non vuole un data center vicino a casa. Gli esperti dicono che gli avversari stranieri non creano il dibattito, ma lo amplificano per alimentare le divisioni in seno alla popolazione statunitense. Pechino nega tutto, ma alcuni leader repubblicani come il senatore Tom Cotton sono convinti che si tratti di propaganda mirata a frenare la leadership americana nell’intelligenza artificiale. OpenAI ha smascherato alcuni account cinesi che usavano la sua piattaforma per campagne occulte. Altri soggetti hanno persino sfruttato il tema con account falsi registrati in Bangladesh, postando contenuti provocatori pensati per scatenare rabbia.
REVOCATA LA SOSPENSIONE AL COMITATO OLIMPICO RUSSO: STRADA APERTA PER LOS ANGELES 2028
Il Comitato Olimpico Internazionale (IOC) ha deciso martedì scorso di revocare provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo (ROC), aprendo così alla possibilità che gli atleti russi possano partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Come ricorda Politico, gli sportivi russi erano stati esclusi dalle competizioni a squadre ufficiali nel febbraio 2022, mentre la sospensione del ROC era arrivata nell’ottobre 2023. La nuova mossa arriva dopo che il ROC ha confermato di aver eliminato dal suo organico le organizzazioni sportive regionali dei territori ucraini occupati e si è impegnato a non svolgere più attività in quelle aree.
L’IOC ha tenuto a precisare che la sua posizione sull’invasione russa dell’Ucraina non è cambiata: restano ferme la condanna della guerra di Putin e la solidarietà con la comunità olimpica ucraina. Il Comitato continuerà inoltre a monitorare la situazione e si riserva di intervenire di nuovo se necessario. Bandiera, colori e inno russo restano comunque esclusi, così come i funzionari governativi russi dagli eventi IOC, e non si terranno gare olimpiche in Russia.
La notizia ha ovviamente fatto piacere a Mosca. Il ministro dello Sport russo Mikhail Degtyarev ha parlato di “segnale chiaro” che lo sport deve restare fuori dalla politica e ha elogiato gli sforzi legali e diplomatici fatti dal suo Paese per raggiungere questo obiettivo. Secondo Degtyarev, ora le federazioni internazionali avranno via libera per reintegrare gli atleti russi in tempo per le qualificazioni alle Olimpiadi. Il contesto resta comunque teso: lo scorso febbraio la delegazione paralimpica ucraina aveva boicottato la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina proprio per protestare contro la presenza alla competizione di atleti russi e bielorussi.

