Dal mondo

Le ultime mosse di Trump e Netanyahu

In primo piano, nel “Taccuino Estero” di questa settimana a cura di Marco Orioles, le tensioni Usa-Cina sui diritti umani, l’assist dell’amministrazione Trump al premier israeliano Netanyahu sulle Alture del Golan, la nomina del nuovo Comandante Supremo della Nato e l’invito al Segretario Generale della Nato a parlare a Washington davanti alle camere riunite. Nella sezione “brevi dal mondo”, la minaccia russa secondo l’intelligence estone, la vittoria al primo turno della candidata progressista alle presidenziali slovacche, i sondaggi sulle imminenti elezioni in Ucraina e Indonesia, la visita nel Corno d’Africa di Emmanuel Macron. Il tweet della settimana celebra il ventennale del primo allargamento della Nato. 

 

PRIMO PIANO: STATI UNITI

 

1 – Gli Usa all’attacco della Cina sui diritti umani

Il nuovo fronte delle tensioni tra Stati Uniti e Cina è sui diritti umani. Il Dipartimento di Stato ha diffuso il “Country Reports on Human Rights Practices”, il rapporto annuale sui diritti umani nel mondo. Commentandone i risultati, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha evidenziato il pessimo stato di salute dei diritti umani in Paesi come Iran, Sud Sudan, Nicaragua e Cina. Quest’ultima però, ha sottolineato Pompeo, “quando si tratta di violazioni dei diritti umani, sta in una classe a sé stante”.

Il problema n. 1 per quanto concerne i diritti umani in Cina ha un nome preciso: Xinjiang. Nella provincia occidentale a maggioranza musulmana sta andando in scena, secondo gli Usa, la vergogna dei nostri tempi. “Oggi”, ha spiegato Pompeo, “più di un milione di uiguri, kazaki etnici e altri musulmani sono internati in campi di rieducazione concepiti per cancellare le loro identità religiose ed etniche”.

Illustrando i contenuti del rapporto, il capo del bureau dei diritti umani e della democrazia del Dipartimento di Stato, Michel Kozak, ha descritto una realtà oltre ogni immaginazione, fatta di “milioni di persone messe nei campi, torturate, abusate” e sottoposte al tentativo di “cancellare dal loro DNA la loro cultura, la loro religione e via dicendo”. “Per me”, ha rimarcato Kozak, “non si vedevano cose del genere dagli anni ‘30”.

Il rapporto mette in luce come la Cina abbia intensificato nell’anno passato la sua campagna di detenzione di massa dei membri della minoranza musulmana dello Xinjang, con un numero di persone coinvolte che, nella stima massima, potrebbe raggiungere o addirittura superare la ragguardevole soglia dei due milioni. Il rapporto sottolinea anche come i figli dei musulmani imprigionati siano posti in orfanotrofi dove sono obbligati a imparare il mandarino e a cantare slogan patriottici. I bambini sono anche sottoposti ad interrogatori sulle credenze e pratiche religiose dei loro genitori.

La situazione nello Xinjiang è “completamente inaccettabile” a detta dell’ambasciatore Usa sulla libertà religiosa, Samuel D. Brownback, per il quale sono possibili sanzioni contro funzionari cinesi in base al Global Magnitsky Act.

La Cina non ha lasciato passare molto tempo prima di reagire. Poche ore dopo la pubblicazione del rapporto il ministero degli Esteri ha rilasciato alcune dichiarazioni in cui definisce il documento pieno di “pregiudizio ideologico e accuse infondate”.

 

2 – Un aiutino a Netanyahu sulle Alture del Golan

Non è passata inosservata la sezione del rapporto sui diritti umani dedicata a Israele. Dove, per la prima volta, le Alture del Golan vengono definite come un’area “sotto il controllo israeliano” invece che “territorio occupato”.

La mossa del Dipartimento di Stato ha una portata più che simbolica, poiché sembra avallare le pretese di Israele su un’area sottratta alla Siria nella guerra del 1967 ma di cui la comunità internazionale continua a riconoscere la sovranità di Damasco.

Da tempo Israele fa azione di lobbying sui governi Usa e sul Congresso affinché sia riconosciuta la sovranità israeliana sulle Alture. E se il cambiamento di linguaggio nel rapporto sui diritti umani non equivale ad un riconoscimento, è certo un passo in quella direzione.

Secondo Axios, che cita a supporto alcuni funzionari Usa, l’americano che ha brigato dietro le quinte per il cambio di denominazione è l’ambasciatore in Israele David Friedman.

Ci sarebbe la sua regia dietro un altro passaggio significativo del rapporto sui diritti umani: quello in cui la West Bank non viene più definita “occupata” da Israele. Già l’edizione dell’ano scorso si era astenuta dall’usare nel titolo dell’apposito capitolo quell’espressione, che ricorreva però sei volte nel corpo del testo. Ma ai tempi di Barack Obama la parola “occupata” compariva ben quaranta volte.

Axios riferisce anche dell’atroce sospetto di Benny Gantz, il principale sfidante del premier israeliano Benjamin Netanyahu alle prossime elezioni, che Donald Trump intenda riconoscere la sovranità di Gerusalemme sulle Alture del Golan per favorire la rielezione del suo amico “Bibi”.

3 – Tod Wolters è il nuovo Comandante Supremo Nato

Donald Trump ha scelto l’uomo che dovrà rimpiazzare al SACEUR il generale Curtis Scaparrotti: è il generale dell’Air Force Tod Wolters.

Wolters, che al momento comanda l’aviazione americana in Europa ed Africa, è un pilota che ha volato sugli F-15, F-22 e A-10 e ha combattuto sui fronti di Desert Storm, della seconda guerra in Iraq e in Afghanistan, dove ha ricoperto il ruolo di vice comandante degli affari politico-militari.

La nomina arriva in un momento di maretta per la Nato, da tempo nell’occhio del ciclone trumpiano. La settimana scorsa la Casa Bianca è stata subissata di critiche per aver proposto quello che è stato definito negli Usa “protection racket”, ossia di far pagare agli alleati il 150% del costo dello stazionamento delle truppe americane sul loro territorio. In un’audizione alla Commissione Forze Armate del Senato avvenuta giovedì, il temporaneo n. 1 del Pentagono Patrick Shanahan ha dovuto assicurare ai senatori che la proposta di “cost-plus-50” non avrà alcun seguito.

4 – Stoltenberg parlerà alle Camere riunite

Contrariamente agli umori di Trump, la Nato gode ancora di largo consenso presso l’establishment a stelle e strisce ed è, anzi, diventata argomento con cui sfidare le posizioni eccentriche del presidente.

L’ultima provocazione al capo della Casa Bianca su questo fronte arriva da un’iniziativa della Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, che – dopo essersi consultata con il leader repubblicano al Senato Mitch McConnell, col n. 1 del partito dell’Elefante alla Camera Kevin McCarthy e con il capo dei Democratici al Senato Chuck Schumer – ha invitato a Washington il Segretario Generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, per tenere un discorso a camere riunite programmato per il prossimo 3 aprile.

L’occasione è solenne: ricorrono i settant’anni dalla fondazione dell’alleanza. Un ottimo motivo per celebrarla, ma anche per pungolarla e proteggerla dallo scetticismo del commander in chief.

“In questo momento critico per gli Stati Uniti, per la Nato e per l’Unione Europea” – recita la lettera scritta da Pelosi, anche a nome dei tre colleghi summenzionati, all’indirizzo di Stoltenberg – “il Congresso Usa e il popolo americano aspettano il vostro messaggio di amicizia e partnership, mentre lavoriamo insieme per rafforzare la nostra alleanza critica e far avanzare un futuro di pace nel mondo”.

Parlare alle camere riunite è uno dei più alti onori che la democrazia americana concede ai dignitari stranieri. Finora è successo 120 volte, in una tradizione cominciata con il discorso del re delle Hawai, David Kalakaua, nel 1874. L’ultimo a rivolgersi ad una sessione congiunta di Camera dei Rappresentanti e Senato è stato Emmanuel Macron nell’aprile 2018.

 


TWEET DELLA SETTIMANA

I vent’anni del primo allargamento della Nato: giorno di festa per Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.

 


BREVI DAL MONDO

La minaccia russa nel 2019 secondo l’intelligence estone. Quest’anno Mosca cercherà di influenzare le elezioni per l’Europarlamento, lancerà operazioni di intelligence e influenza contro l’Occidente e continuerà a preparare il Paese ad un conflitto armato con la Nato. È quanto si legge nel rapporto annuale sulla valutazione delle minacce del Servizio di Intelligence Esterna dell’Estonia. “La Russia – si legge nel rapporto, firmato dal direttore generale del Servizio, Milkk Marran – tenterà probabilmente di intervenire nelle elezioni per il Parlamento Europeo per assicurare quanti più seggi possibili alle forze politiche filo-russe o euroscettiche”. Analizzando le più recenti esercitazioni militari russe, il rapporto evidenzia che le forze armate di Mosca “si stanno addestrando per un conflitto militare esteso con la Nato”. “Se qualcosa di inatteso” – prosegue il rapporto – dovesse succedere al presidente (bielorusso) Alyaksandr Lukashenka o al suo regime, allora ci sarà un forte rischio di una rapida azione militare da parte della Russia per impedire che la Bielorussia diventi una democrazia pro-Occidente”. Nbc

Al primo turno delle presidenziali slovacche vince il candidato progressista. Con il 40,5% dei voti, l’avvocato ambientalista Zuzana Čaputová ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali in Slovacchia, superando abbondantemente il candidato del partito di governo Smer, Maroš Šefčovič, che ha raccolto il 18,7%. Alle loro spalle si sono posizionati il giudice della Corte Suprema ed ex ministro della Giustizia Stefan Harabin (14,4%) e il leader dell’estrema destra Marian Kotleba (10,6%). Čaputová e Šefčovič si sfideranno ora al secondo turno programmato il 30 marzo. Guardian

Nuovo sondaggio sulle presidenziali in Ucraina. Secondo un sondaggio SOCIS pubblicato mercoledì, l’attore comico Volodymyr Zelenskiy ha aumentato il suo vantaggio (20,7%) rispetto ai candidati rivali, il presidente uscente Petro Poroshenko (13,2%) e la leader dell’opposizione Yulia Tymoshenko (11%). Sono 39 le persone in lizza: se nessuno dovesse vincere il 50% più uno, i due candidati che raccoglieranno il maggior numero di voti passeranno al secondo turno fissato il 21 aprile. Reuters

Macron nel Corno d’Africa. Nella prima tappa del suo tour di quattro giorni, il presidente francese ha visitato l’Etiopia, dove ha firmato un accordo di cooperazione militare in base al quale la Francia aiuterà Addis Abeba a ricreare una propria marina, dopo che il Paese africano l’aveva sciolta nel 1991 a seguito della secessione dell’Eritrea. “Siamo qui in un paese amico – ha affermato Macron – dove vogliamo rafforzare la nostra storia comune e costruire una nuova pagina”. Il capo dell’Eliseo era accompagnato da una folta delegazione di uomini d’affari, incluso il chief executive di Orange, Stephane Richard, che è pronto ad approfittare della privatizzazione del settore delle tlc in Etiopia. Reuters

Elezioni in Indonesia: Jokowi in testa. Secondo un sondaggio diffuso ad un mese dalle elezioni, il presidente Joko Widodo è saldamente in testa con un vantaggio a due cifre sul suo principale sfidante, il generale in pensione Prabowo Subianto. Le elezioni del 17 aprile si configureranno come un remake di quelle del 2014, in cui l’attuale presidente prevalse su Prabowo con sei punti di margine. Vari sondaggi realizzati nelle ultime settimane attribuiscono al presidente uscente più del 50% dei consensi, contro il 30% circa del suo maggior rivale. Per evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2014, quando fu oggetto di una campagna di demonizzazione che lo accusava di non essere musulmano e di essere figlio di un cinese comunista, Jokowi ha scelto di correre assieme ad un aspirante vicepresidente musulmano, il chierico Ma’ruf Amin. Reuters

 


SEGNALAZIONI

“Il nuovo primo ministro palestinese affronterà sfide interne tutte in salita”: il PolicyWatch del Washington Institute firmato da Ghaith al-Omari.

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“Quando l’Iran va in Iraq: Il significato del viaggio di Rouhani”, il commento di Ellie Geranmayeh e Hussein Dawood sul sito dell’European Council on Foreign Relations sulla visita del presidente iraniano in Iraq.

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“Il Summit di Hanoi – abbiamo chiesto a 78 esperti cosa succederà dopo nelle relazioni Usa-Corea del Nord” – l’iniziativa tutta da leggere di The National Interest dopo il secondo summit nucleare tra Donald Trump e Kim Jong-un.

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“Il referendum di Netanyahu: cosa c’è in ballo per il primo ministro israeliano nelle elezioni anticipate” – il lungo commento del direttore di Hareetz, Aluf Benn, su “Foreign Affairs”.

 


Il “Taccuino Estero” è l’appuntamento settimanale di Policy Maker con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina. 

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