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Manifestazione per la pace: le sparate di Conte, gli equilibrismi di Letta

Pace Simbolo Fiori

Come si sono divisi (non solo a parole) M5s e Pd sulla manifestazione a Roma per la pace. I Graffi di Damato

Diversamene dal Messaggero, che ha portato nel titolo di prima pagina gli insulti subiti da Enrico Letta partecipando al corteo romano per la pace, o di Libero, che ha sparato come un proiettile quell’”assassino” gridato al segretario del Pd, convinto che occorra ancora aiutare militarmente gli ucraini nella resistenza all’invasione russa, la Repubblica ha minimizzato riferendo di “qualche piccola contestazione” nel richiamo della cronaca della manifestazione.

“Letta -racconta Concetto Vecchio all’interno- entra nel corteo alle 15,15, all’inizio di via Merulana. Scambia qualche parola con il leader della Cgil Landini. Solo due signori rompono il clima di civile convivenza: “Guerrafondaio! Servo degli americani”, gli dicono”. Lo stesso Letta, intervistato da Roberta D’Angelo per Avvenireha detto: “E’ stato giusto esserci, anche a costo di subire piccole contestazioni. Sono molto contento di essere andato personalmente, contento che c’era tanto Pd, contento di come è andata, perché è stata una grande manifestazione con parole giuste”: quelle evidentemente pronunciate in Piazza San Giovanni da Landini e dall’ex ministro Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio.

Richiesto di un eventuale incontro con Giuseppe Conte, nel corteo sin dalla partenza dalla ex Piazza Esedra, Letta ha risposto: “Eravamo in punti diversi e non ci siamo incrociati, come con tanti altri”. Sentite invece la reazione del presidente del Movimento 5 Stelle ad analoga richiesta nel racconto del già citato Concetto Vecchio, di Repubblica: “Con Letta vi siete incontrati? chiediamo a Conte, alle prese con gli ultimi selfie. “No”, dice con esibita fierezza”. Ripeto: con esibita fierezza.

Ecco, qui c’è tutto il senso della manifestazione di ieri a Roma, o di quel “corteo a caccia di sogni”, come l’ha definito sulla Stampa il buon Domenico Quirico. All’insaputa o a dispetto di gran parte di quei centomila che sono sfilati per le strade della Capitale pensando alla pace in Ucraina, si è giocato un altro passaggio della gara fra il pur dimissionario segretario del Pd e Giuseppe Conte su chi debba essere considerato il capo dell’opposizione o, più specificamente, della sinistra. L’impressione è che anche questo passaggio sia stato vinto da Conte, per quanto dalle urne del 25 settembre il Pd sia uscito con più voti e parlamentari del movimento grillino.

La posizione di Enrico Letta sulla guerra in Ucraina, più che a quella di Conte -smanioso di votare in Parlamento contro il decreto del governo in cantiere per l’invio di altre armi all’Ucraina per sostenerne le ragioni in vista di un negoziato di pace con Mosca, se e quando potrà aprirsi- è vicina a quella di Carlo Calenda, Matteo Renzi, Letizia Moratti e gli altri che hanno organizzato e partecipato ieri ad un’altra manifestazione per la pace a Milano. Dove invece il Pd è stato rappresentato più modestamente, direi senza volere offendere l’interessato, dall’indipendente Carlo Cottarelli eletto senatore nelle liste lombarde del Nazareno.

“Milano, soltanto un migliaio di persone con Calenda, Renzi, Moratti e Cottarelli. Tutti gli altri erano già partiti per il fronte ucraino”, dice sarcasticamente in prima pagina “la cattiveria” del Fatto Quotidiano. Il cui direttore Marco Travaglio, soddisfatto del “pieno di applausi” fatto da Conte a Roma, ha scritto di Enrico Letta schieratissimo con gli ucraini contro Putin: “Quando la pianteranno anche gli americani, lui continuerà da solo. Come Hiroo Onoda, il soldato giapponese arrestato nel 1974 nella giungla filippina perché non voleva credere che la guerra fosse finita da 29 anni”. L’alternativa quindi alla quale sarebbe destinato il segretario del Pd è fra un carcere e un manicomio, da riaprire apposta per lui in Italia.

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