Dal mondo

Mosse e contromosse di Trump su Venezuela, Cina e Iran

Il Taccuino estero a cura di Marco Orioles

Trump: l’invio delle truppe Usa in Venezuela “è un’opzione”

Donald Trump scatenato sull’etere ieri, muove e sposta le truppe come se fossero birilli. Intervenendo alla trasmissione della CBS “Face the Nation”, il presidente ha affermato che gli Usa sono pronti, se necessario, a intervenire in Venezuela. “Certamente… è un’opzione”, ha affermato a tal proposito, sottolineando di aver rigettato un mese fa la richiesta di Nicolás Maduro di incontrarlo. Sulla Siria, The Donald ha detto che quando la sua amministrazione ha cominciato a occuparsene, il paese “era infestato dall’Isis. Era dappertutto. (…) E ora c’è pochissimo Isis e c’è il califfato quasi sconfitto. (…) Annunceremo in un futuro non molto distante” di aver sgominato “il 100% del califfato (…). Siamo per ora al 99%, saremo al 100”. Alla domanda della conduttrice, Margaret Brennan, su cosa succederà se le formazioni jihadiste siriane, approfittando del ritiro delle truppe americane, tornassero a costituire una minaccia, il capo della Casa Bianca ha risposto: “Sai che faremo? Se dobbiamo, torneremo. (…) Abbiamo aeroplani molto veloci, ottimi aerei cargo. Possiamo tornare molto velocemente, e non me ne sto andando. (…) Abbiamo una base in Iraq e la base è un edificio fantastico”. Non ci sono piani per ritirare i soldati Usa dall’Iraq, ha rimarcato Trump: servono per controllare l’Iran. “Abbiamo intenzione di continuare a osservare (…) E se ci sono problemi, se qualcuno cerca di fare armi nucleari o altre cose, lo sapremo prima che lo facciano”. Sui piani di ritiro dall’Afghanistan, il presidente ha detto di aver “colpito molto duramente” il paese, “e ora stiamo negoziando con i talebani. (…) Vedremo che succederà, chi lo sa”. Trump rivendica la bontà della decisione – e i motivi sottostanti – di trattare la pace con gli avversari islamisti per porre fine alla guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti nella loro storia: “Se guardiamo all’Afghanistan, entreremo presto nel nostro 19mo anno spendendo 50 miliardi di dollari all’anno”. Sulle dimissioni del Segretario alla Difesa Jim Mattis, avvenute a dicembre in polemica con la decisione del presidente di disimpegnarsi da Siria e Afghanistan, il presidente ha detto che “si è dimesso perché gli ho chiesto io di dimettersi. (…) Gli ho dato grandi budget e non ha fatto bene in Afghanistan. Non ero contento del lavoro che stava facendo in Afghanistan”

ApprofondisciPolitico, Cnn, Reuters

 


“Progressi sostanziali” nel negoziato sino-americano sul commercio: a fine mese incontro al vertice Trump-Xi

Si è concluso giovedì a Washington il nuovo round del negoziato commerciale tra Cina e Stati Uniti. Secondo il rappresentante al Commercio Usa, Robert Lighthizer, le trattative tra le due superpotenze hanno fatto registrare “progressi sostanziali”, ma la strada per siglare un accordo è ancora lunga. Rimane “molto lavoro da fare”, ha ammesso Lighthizer commentando l’esito di due due giorni di discussioni che sono state a suo dire “molto intense, dettagliate e specifiche”. Secondo Lighthizer sono stati fatti “passi in avanti” sulle questioni sollevate dagli Usa, a partire da quelle, dirimenti, sulla protezione della proprietà intellettuale e il trasferimento forzato di tecnologia. Ma non si può escludere che il 1 marzo – termine entro cui, secondo la tabella di marcia fissata da Donald Trump a dicembre, bisogna raggiungere un accordo, pena l’innalzamento dei dazi su duecento miliardi di dollari di esportazioni cinesi in America – arrivi senza che le due parti stringano un’intesa. Spetterà al presidente, a quel punto, decidere il da farsi: far scattare la tagliola dei dazi, prolungare il negoziato, o entrambe le cose. “Farà lui la decisione quando arriveremo lì”, ha spiegato Lighthizer. “La cosa più importante per ora”, conclude il rappresentante al commercio, “è continuare il lavoro”. A sorpresa, gli Stati Uniti annunciano che alla fine del mese ci sarà un incontro al vertice tra Trump e il suo collega cinese Xi Jinping, pensato per dare una chance al negoziato prima che sia troppo tardi. Lo ha comunicato il presidente Usa dal suo account Twitter: “Nessun accordo finale sarà fatto”, ha cinguettato Trump, “fino a quando io e il mio amico presidente Xi ci incontreremo nel prossimo futuro per discutere e accordarci su alcuni dei punti (…) più difficili”.  “Penso che quando io e Xi ci incontreremo”, ha affermato Trump, “ogni punto sarà concordato”. “Non abbiamo mai avuto un accordo commerciale con la Cina”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca, “e ora avremo un grande accordo commerciale con la Cina”.

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Francia, Germania e Regno Unito sfidano gli Usa sull’Iran e lanciano “Instex”

Al summit dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di Bucarest è stato annunciato il lancio di “Instex”, acronimo di “Instrument in Support of Trade Exchanges”. Si tratta di una società di diritto privato che avrà sede in Francia, sarà diretta da un banchiere tedesco e avrà un britannico alla guida del suo supervisory board: il suo scopo sarà consentire alle aziende europee di fare affari con l’Iran aggirando le sanzioni extraterritoriali americane. Pensato in origine per gestire l’export energetico dell’Iran, questo “Special Purpose Vehicle” sarà utilizzato tuttavia, almeno per il momento, solo per gli scambi umanitari (prodotti agroalimentari, farmaci, attrezzature mediche). Non sfugge a nessuno, tuttavia, la portata della mossa europea: è un “atto politico”, per dirla con le parole del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. “Lo strumento lanciato” a Bucarest, ha spiegato l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione, Federica Mogherini, “fornirà agli operatori economici la necessaria cornice per proseguire il legittimo commercio con l’Iran”. Gli Stati Uniti fanno tuttavia spallucce e, con una dichiarazione del Dipartimento di Stato, reiterano i loro argomenti: “le entità che continuano a impegnarsi in attività sanzionabili che coinvolgono l’Iran rischiano dure conseguenze che potrebbero includere la perdita dell’accesso al sistema finanziario Usa e della capacità di condurre affari con gli Stati Uniti o con aziende americane”.

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BREVI

A metà febbraio si terrà ad Astana un nuovo summit sulla Siria tra Russia, Iran e Turchia. L’annuncio è arrivato lunedì scorso dal ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. I colloqui di Astana sono un formato messo in piedi nel 2017 da Mosca, Teheran e Ankara per gestire le ultime fasi della guerra civile siriana. Oltre ai leader dei tre paesi, ad Astana sono attesi i rappresentanti del regime di Damasco e delle opposizioni, osservatori delle Nazioni Unite e della Giordania. In cima all’agenda, si presume, i passi da fare alla luce del vuoto creato dall’imminente ritiro delle truppe americane dalla Siria e la controversia tra Turchia da un lato e forze curde dall’altro. Xinhua

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Nella testimonianza resa al Senato, i capi delle agenzie di intelligence Usa hanno illustrato le principali minacce che si pongono oggi di fronte agli Stati Uniti d’America, includendovi il cyberspionaggio cinese. “Siamo (…) preoccupati della possibilità” – hanno detto Dan Coats, capo della National Intelligence, Gina Haspel, direttrice della Cia, e gli altri vertici delle agenzie di intelligence a stelle e strisce – “che l’intelligence e i servizi di sicurezza cinesi usino la tecnologia dell’informazione cinese come piattaforma per uno spionaggio sistematico a danno degli Stati Uniti e dei loro alleati”. Defense One

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Entro due settimane il califfato sarà stato definitivamente sconfitto. Lo annuncia il Segretario alla Difesa Usa ad interim, Patrick Shanahan, spiegando che le Forze Democratiche Siriane si accingono a lanciare un’offensiva risolutiva nelle ultime ridotte jihadiste nella Siria orientale. “Direi che più del 95% del territorio controllato dell’Isis è stato restituito ai siriani”, ha affermato il capo del Pentagono. “Entro un paio di settimane, sarà il 100%”. Reuters

 


SEGNALAZIONI

“Huawei è una pedina della guerra commerciale?”: il caso Huawei visto e analizzato da Robert Williams su Foreign Affairs

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Il 1 febbraio 1979 un Boeing 747 dell’Air France partito dalla Francia riportava l’ayatollah Ruhollah Khomeini in Iran, dove si sarebbe messo alla testa dei rivoluzionari che avevano appena costretto alla fuga lo Shah. Leggi la cronaca di quel giorno storico nel dispaccio originale dell’Associated Press.

 

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