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“Occidentali bastardi”. Ma Medvedev per Salvini non era uomo di pace?

Dmitry Medvedev

I Graffi di Damato

Temo per quell’energumeno di Dmitry Medvedev, il numero 2 di Putin forse aspirante alla successione, naturale o forzata che possa rivelarsi, che noi occidentali gli sopravviveremo, per quanto “bastardi”, “imbranati” e “degenerati”, come ci ha appena definiti in sintonia con quello che dice, addirittura pregando, il Patriarca di Mosca Kirill sino a far bestemmiare Papa Francesco a Roma. Gli sopravviveremo come, bene o male, ad altri inquilini del Cremlino e a quei fanatici che non a torto Antonio Polito ha ricordato oggi sul Corriere della Sera commentando proprio l’odio di Medvedev: quel “gruppo di ragazzi arabi” che 21 anni fa “si imbarcò su quattro aerei di linea negli Stati Uniti, convinti di poterci distruggere perché abbiamo paura della morte, mentre loro, gli attentatori delle Torri gemelle, la desideravano fino al martirio”.

E pensare che 21 anni fa, appunto, proprio vedendo in televisione quelle due torri di New York che bruciavano come fiammiferi nella famosa rappresentazione scritta all’istante da una testimone eccezionale come Oriana Fallaci, avevo quasi rimpianto la Mosca sovietica. Dove- pensai- nessuno avrebbe mai permesso che dal Medio Oriente e dintorni potesse partire un ordine bestiale come fu quello di Osama Bin Laden. Non ci crederete, ma lo stesso pensiero mi è venuto leggendo l’esplosione d’odio, o d’ambizione a succedere a Putin, di quel Medvedev scambiato non più tardi di venerdì scorso in Italia per “un uomo di pace” da Matteo Salvini, come gli ha rinfacciato oggi Il Foglio in prima pagina.

Questi post-sovietici sono decisamente peggiori dei loro fratelli maggiori, padri o nonni. Il Cremlino è forse diventato davvero quel “palazzo di merda” gridato in diretta televisiva domenica sera da Alessandro Sallusti ritirandosi dalla trasmissione de la 7 organizzata attorno ad una trasferta di fine stagione di Massimo Giletti a Mosca. Che voleva essere un surrogato di quella tentata da Salvini in versione pacifista d’intesa con l’ambasciatore russo a Roma e naufragata per le proteste anche dei suoi amici di partito, pazienti con lui non sino al suicidio politico.

Nonostante la scadenza politica più attuale delle elezioni amministrative e dei referendum di domenica prossima sulla giustizia, sono curioso -credo come tanti altri- di vedere come Salvini e il ritrovato socio gialloverde Giuseppe Conte, di cui il “capitano” leghista tra il 2018 e il 2019 fu vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, avranno la forza e il coraggio di tirare davvero un’imboscata parlamentare il 21 giugno a Mario Draghi e al governo sulla guerra in Ucraina, contro altri aiuti militari al Paese aggredito e invaso dalla Russia della coppia Putin-Medvedev: un’aggressione che Mattarella e Draghi sono tornati a denunciare ieri ricevendo, tra Quirinale e Palazzo Chigi, la presidente della Georgia Salomè Zourabilichvili.

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