Dalle esercitazioni navali BRICS in Sudafrica al riconoscimento israeliano del Somaliland, fino all’uscita degli USA dagli accordi climatici ONU: Oltreconfine, la rassegna stampa internazionale di Policy Maker
OLTRECONFINE: ESERCITAZIONI NAVALI BRICS IN SUDAFRICA
Come riferisce il Financial Times, navi da guerra cinesi, russe e iraniane hanno attraccato in un porto sudafricano in vista delle esercitazioni navali congiunte “Will for Peace 2026”, in programma da venerdì scorso per una settimana intera. Si tratta di manovre dei paesi Brics Plus: Pechino e Mosca partecipano ufficialmente accanto al Sudafrica, mentre l’Iran non viene mai nominato nei comunicati ufficiali. Eppure la grande nave di supporto Makran – un ex mercantile convertito – è stata avvistata nella baia di False Bay, vicino alla base navale di Simon’s Town.
La Makran è già sotto sanzioni americane per il sospetto tentativo di consegnare imbarcazioni veloci al Venezuela. E proprio in questi giorni gli Stati Uniti hanno arrestato Nicolás Maduro – alleato prezioso di Cina e Russia in America Latina – e sequestrato una petroliera russa nell’Atlantico settentrionale. Trump, inoltre, continua a lanciare avvertimenti di un possibile intervento militare diretto in Iran se il regime userà la forza per schiacciare le proteste di piazza. Il Sudafrica non è nuovo a queste tensioni: già nel 2023, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, aveva ospitato esercitazioni con Mosca e Pechino, attirandosi le ire di Washington. Ora, con la copertura dei Brics, le manovre vengono spacciate per semplici operazioni di sicurezza marittima e protezione delle rotte commerciali. Ma la Democratic Alliance, il secondo partito politico più grande del Sudafrica dopo l’African National Congress, alza la voce: “Da club economico a blocco militare anti-occidentale, è preoccupante”.
Gli analisti locali non si stupiscono della presenza iraniana. “Pretoria vede Teheran come un alleato da tempo, i rapporti sono quasi fraterni”, spiega Frans Cronje, uno dei più noti analisti politici ed economici sudafricani. Adam Habib, accademico sudafricano, ammette i rischi di immagine nel farsi vedere con un regime autoritario, ma incolpa soprattutto Trump: “Con le sue accuse assurde di ‘genocidio’ contro i bianchi e la pretesa di vassallaggio, ha messo il Sudafrica con le spalle al muro”. In un mondo in cui la Cina vuole primeggiare, Pretoria cerca di giocare le superpotenze l’una contro l’altra. Ma con Trump non funziona la diplomazia ambivalente: “O ti sottometti o alzi la testa – conclude Habib – e l’unica carta vera che abbiamo in mano è proprio l’appartenenza ai Brics”.
ISRAELE PRIMO AL MONDO: RICONOSCIMENTO STORICO AL SOMALILAND E AMBASCIATA IN ARRIVO
Come racconta l’Associated Press, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar è atterrato martedì a Hargeisa, capitale del Somaliland, per la prima visita ufficiale di un alto esponente israeliano nel territorio separatista.
Pochi giorni dopo la decisione storica di Israele – era il 26 dicembre – di diventare il primo Paese al mondo a riconoscere ufficialmente l’indipendenza del Somaliland dalla Somalia, Saar ha promesso di aprire presto un’ambasciata e nominare un ambasciatore. “Nessuno deciderà per Israele con chi stabilire relazioni diplomatiche”, ha detto Saar, sottolineando che la mossa non è contro nessuno. Il presidente somalilandese Abdirahman Mohamed Abdullahi ha definito l’incontro “un momento storico” e un passo importante per entrambi i Paesi. Il ministro degli Esteri del Somaliland, Abdirahman Dahir Adan, ha espresso grande gratitudine: “Siamo partner naturali, entrambi circondati da vicini ostili, con interessi comuni per la sicurezza nel Mar Rosso”.
Il Somaliland, che si è auto-proclamato indipendente nel 1991 durante il caos della guerra civile somala, ha un proprio governo, moneta e relativa stabilità, ma finora nessun Paese lo aveva mai riconosciuto. La sua posizione strategica sul Golfo di Aden, di fronte allo Yemen, e il porto ambito da potenze come Etiopia ed Emirati Arabi lo rendono appetibile.
La reazione internazionale è stata durissima. La Somalia ha condannato l’”incursione non autorizzata” e l’interferenza nei suoi affari interni. L’Unione Africana, l’Egitto, oltre venti Paesi arabi e africani, più l’Organizzazione della Cooperazione Islamica hanno respinto la mossa israeliana, definendola un pericoloso precedente che minaccia la pace regionale e l’integrità territoriale somala. Alcuni hanno anche paventato legami con tentativi di spostare palestinesi da Gaza, ipotesi smentita dal Somaliland. Israele punta ora a cooperare in agricoltura, sanità, tecnologia e sicurezza. Il Somaliland spera che questa svolta apra la strada ad altri riconoscimenti. Gli Usa, per ora, continuano a riconoscere l’unità della Somalia, inclusa la regione separatista.
TRUMP SCARICA IL CLIMA MONDIALE: FUORI DA ONU, IPCC E TUTTI I FONDI VERDI
Trump ha deciso di far uscire gli Stati Uniti dall’accordo climatico più importante del mondo e da decine di altre organizzazioni internazionali. Lo riporta il Financial Times, spiegando come con un memorandum firmato lo scorso mercoledì il presidente Usa ha annunciato il ritiro dalla Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici (la UNFCCC del 1992) e da altre 65 realtà multilaterali, quasi tutte legate a clima, energie rinnovabili, sviluppo, educazione, diritti umani e democrazia. Tra queste ci sono l’IPCC (il panel scientifico sul clima), il Green Climate Fund (il più grande fondo al mondo per il clima), l’Unione internazionale per la conservazione della natura, il Fondo Onu per la popolazione e molti altri organismi delle Nazioni Unite. Il giorno dopo il Tesoro ha aggiunto che gli Usa lasceranno anche il seggio nel consiglio del Green Climate Fund.
La Casa Bianca ha spiegato la mossa in modo molto semplice: troppi soldi dei contribuenti americani buttati in strutture che spesso criticano Washington, promuovono idee contrarie ai valori americani o semplicemente sprecano risorse. L’obiettivo è chiaro: risparmiare e mettere sempre l’America al primo posto.
Le reazioni sono state durissime. Simon Stiell, numero uno del clima all’Onu, parla di “autogol clamoroso” che rende gli Stati Uniti più deboli e meno prosperi. L’europeo Wopke Hoekstra la definisce una scelta “deplorevole e sfortunata”. L’ex vicepresidente Usa Al Gore accusa l’amministrazione Trump di smontare decenni di diplomazia e di attaccare la scienza del clima. L’ex segretario di Stato John Kerry va al sodo: “Un regalo alla Cina e una scappatoia per chi inquina senza pagarne le conseguenze”. Nessun altro Paese ha seguito Trump quando, durante il suo primo mandato, uscì dall’accordo di Parigi (gli Usa poi vi rientrarono con Biden). Oggi, con gli ultimi tre anni che sono stati i più caldi di sempre e con gli eventi estremi sempre più violenti, in tanti cominciano a guardare alla Cina – primo emettitore mondiale ma anche leader assoluto delle tecnologie verdi – come al nuovo motore della lotta al riscaldamento globale.
Quanto peserà davvero questo strappo dipenderà da quanto duramente l’amministrazione giocherà nei prossimi bilanci Onu. Per ora il messaggio è fortissimo: la cooperazione climatica costruita in trent’anni perde il suo attore più pesante e storico.

