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Patto di stabilità, cos’è e perché è bene venga sospeso anche nel ’22

Patto Di Stabilità

L’Italia è il primo Paese a beneficiare della sospensione del Patto di stabilità, avendo già maturato in neppure un anno di pandemia oltre 140 miliardi di nuovo debito…

 

Lo aveva preannunciato ieri il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni, che in questi mesi ha condotto una battaglia quasi a titolo personale, in silenzio ma con costanza e oggi è ufficiale: il patto di stabilità sarà mantenuto disattivato pure nel 2022. E l’Italia può tirare un enorme sospiro di sollievo (da qui infatti la premura di Gentiloni di disinnescarlo), avendo fatto spese per oltre 140-150 miliardi in undici mesi e ingigantito il debito per far fronte al Covid-19. Ma andiamo con ordine.

 

Cosa ha deciso la Commissione oggi

La Commissione europea guidata da due rigoristi, la tedesca Ursula von der Leyen e il lettone Valdis Dombrovskis ha fatto propria la richiesta dell’Italia, della Francia e dei Paesi mediterranei (ma in realtà anche Berlino, che sta abbondando col debito, spingeva silenziosamente) e raccomanda di tenere l’interruttore del Patto di Stabilità sull’off anche nel 2022.

Patto di stabilità

Non solo: visto il protrarsi della emergenza pandemica i commissari chiedono ai 27 di proseguire con il sostegno pubblico all’economia fino al 2023. “Le indicazioni preliminari suggeriscono di continuare ad applicare la clausola di salvaguardia nel 2022 e di disattivarla a partire dal 2023”, scrive Bruxelles nella sua comunicazione sull’orientamento di bilancio. Inoltre, Bruxelles mette in guardia dal ritiro prematuro del sostegno pubblico, “che dovrebbe essere mantenuto quest’anno e il prossimo”.

COS’È IL PATTO DI STABILITÀ

Al centro di tutto c’è il famigerato Stability and Growth Pact (SGP) che, per i rigoristi nordici è il solo modo per convivere con il lassismo dei Paesi mediterranei, mentre per i “no euro” meridionali (quindi anche di casa nostra) è l’emblema dei legacci di Bruxelles che, stringendo troppo i cordoni della borsa, ci affamerebbero.

Il patto di stabilità e di crescita (PSC) ha come scopo garantire che la disciplina di bilancio che i Paesi del Vecchio continente si erano dati per aderire al progetto dell’Euro continui anche dopo l’emissione della moneta unica. Costituito da una risoluzione del Consiglio europeo del 1997 e da due regolamenti del Consiglio del 7 luglio 1997 che ne precisano gli aspetti tecnici (controllo della situazione di bilancio e del coordinamento delle politiche economiche; applicazione della procedura d’intervento in caso di deficit eccessivi), modificati nel giugno del 2005, viene spesso tacciato di essere rimasto lettera morta dai rigoristi, con conseguenti gravi squilibri di bilancio in alcuni paesi dell’Ue che, proprio a causa dei loro conti in disordine, si sono ritrovati particolarmente esposti quando la crisi economica e finanziaria ha colpito nel 2008 (e sì, tra loro ci siamo anche noi).

Patto di stabilità

Dalla crisi, le regole di governance economica dell’Unione europea sono state rafforzate per mezzo di otto regolamenti comunitari e un trattato internazionale:

il «six pack» (che ha introdotto un sistema per monitorare le politiche economiche in maniera più estesa, in modo da rilevare problemi come le bolle immobiliari o la perdita della competitività a uno stadio precoce);
il «two pack» (un nuovo ciclo di monitoraggio per l’area dell’euro, che prevede la presentazione di documenti programmatici di bilancio alla Commissione europea ogni autunno da parte dei paesi dell’area euro, tranne quelli con i programmi di aggiustamento macroeconomico);
il trattato del 2012 sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance (Fiscal Compact) che introduce disposizioni fiscali più severe del PSC.
Questo insieme di misure è ormai parte integrante del semestre europeo, il meccanismo di coordinamento delle politiche economiche dell’Unione europea.

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