L’intervista al prof. Kerry Brown apparsa sul nuovo numero del quadrimestrale d Start Magazine (anno X, n.3 marzo-giugno 2026).
Il dominio cinese non si allenta ma Pechino non rappresenta una minaccia immediata per l’Ue e gli Stati Uniti. La Cina non è un Paese imperialista e continuerà a mantenere un atteggiamento prudente per non entrare in conflitto con gli Usa per il controllo del commercio marittimo o per la Groenlandia.
Tuttavia, un intervento statunitense a Taiwan potrebbe scatenare una guerra e una spaccatura globale tra alleati della Cina e degli Stati Uniti, con enormi problemi economici: è la lucida analisi di uno dei maggiori esperti di Cina e Taiwan, il professor Kerry Brown.
In questa intervista esclusiva il direttore del Lau China Institute al King’s College di Londra ed ex segretario presso l’ambasciata britannica a Pechino accende un faro sulle mire della Cina e sulla strategia del Dragone per estendere il suo dominio dall’Artico al Mediterraneo.
Alcuni sostengono che l’atteggiamento aggressivo di Trump ha cambiato l’ordine globale. Pensa che questo atteggiamento aiuti o danneggi i piani cinesi di espansione in Europa e nel Mar Mediterraneo?
Penso che questo cambiamento di atteggiamento probabilmente aiuti la Cina, perché sta creando tra gli alleati americani la sensazione di dover diversificare. Gran Bretagna, Germania e Francia stanno organizzando visite in Cina. Il primo ministro britannico, per esempio, è stato in Cina a febbraio. È un duplice segnale. Le persone si rendono conto di aver bisogno di un rapporto più complesso con Pechino e che l’America non è un alleato affidabile in ogni circostanza. Per la Cina questa è un’opportunità, vedremo se vorrà sfruttarla.
Per quanto riguarda le aziende cinesi che investono in Italia e Europa in infrastrutture come il Pireo, si tratta solo di affari oppure è un modo per la Cina di acquisire influenza sul trasporto marittimo e sul commercio globale?
La Cina vuole proteggere i propri interessi e anche guadagnare. Quindi, penso che i suoi investimenti siano finalizzati a fare profitto perché le rotte commerciali sono importanti per la sua economia. Non credo che la Cina stia cercando di costringere l’Europa ad agire in un certo modo, piuttosto sta cercando di ottenere i migliori vantaggi per sé stessa, come fanno tutti gli Stati. Il porto del Pireo è piuttosto trafficato e la Cina si sta rivelando un gestore relativamente stabile. Non esistono segnali evidenti che stia cercando di controllarlo per fini diversi dal business.
La situazione cambierebbe radicalmente se Pechino controllasse porti strategici in tutta Europa. Penso però che avremmo un problema anche se a possederli fossero gli americani. Infatti, anche gli Stati Uniti agiscono spesso in base ai propri interessi.
Quindi, non si tratta di un’operazione per rovesciare in qualche modo il dominio statunitense nel commercio e nel trasporto marittimo?
Potrebbe essere un tentativo di rendere l’America meno dominante, perché gli Stati Uniti possono usare quel dominio contro la Cina. Pechino mira ad avere flessibilità e a non essere controllata. Tuttavia, non credo che agirebbe allo stesso modo se non percepisse che l’America stesse cercando di controllarla.
In che modo la scienza e la ricerca in Cina hanno sviluppato la cosiddetta Via Polare della Seta nell’Artico, tornata recentemente al centro dell’attenzione?
La Cina ha sicuramente interesse nell’Artico, così come tutti i principali attori mondiali. Tuttavia, non credo che la Cina sia un Paese colonizzatore o imperialista. Non credo neanche che sia coinvolta in Groenlandia in modo così intenso come alcuni negli Stati Uniti, e altrove, sospettano. Sicuramente nell’area ha interessi strategici in termini di materie prime, risorse, accesso equo e rotte di navigazione. Tuttavia, non è un attore principale del Consiglio Artico e non sarà protagonista in Groenlandia, nonostante quanto affermino gli Stati Uniti. Credo che ora la Cina sarà prudente sulla Groenlandia, perché è consapevole che gli Usa sono molto interessati e sensibili al tema. Infatti, Pechino non vuole provocare o irritare gli Stati Uniti senza motivo. Se gli Stati Uniti fossero più attivi nella regione asiatica, ad esempio a Taiwan e in altri contesti simili, allora la Cina reagirebbe con forza, ma non farebbe lo stesso per la Groenlandia, l’Artico o l’Antartide.
Quindi la Cina non è una minaccia?
La Cina è sicuramente un concorrente. Riguardo il rischio che possa rappresentare una minaccia, è importante sottolineare che ha enormi problemi interni: ambientali, demografici, economici. La sua economia ha performance discrete, ma deve scontare anche problemi strutturali enormi. Il giorno in cui risolverà questi problemi interni dovremo iniziare davvero a preoccuparci. Non credo però che accadrà in questo secolo.
In un recente articolo su Nature ha scritto che molti decisori politici occidentali sono molto concentrati sull’idea che la Cina rubi proprietà intellettuale, ma che potrebbe accadere il contrario. In quali settori i Paesi occidentali mantengono ancora una leadership chiara?
La Cina sta sviluppando tecnologie importanti nel calcolo quantistico, nell’Intelligenza artificiale, nella Sanità e nelle Scienze della Vita. In passato era la Cina a cercare di “rubare” idee e tecnologie dall’Occidente, oggi è il contrario. Le dinamiche sono cambiate molto rapidamente e in modo drastico. Di conseguenza, dobbiamo trovare un modo per accedere alla tecnologia cinese attraverso accordi di trasferimento tecnologico o altri mezzi legali. Il fatto che la Cina possieda ciò di cui avremo bisogno diventerà un problema sempre più rilevante, perché Pechino continua ad essere un passo avanti nella ricerca. La soluzione è modificare le nostre politiche, passando da un approccio difensivo a uno proattivo, oltre a capire come avere accesso alle sue innovazioni.
Perché il mondo dovrebbe preoccuparsi di Taiwan?
Perché parliamo di 23 milioni di persone che vivono in una democrazia che rischiano di finire sotto il controllo di un Paese molto più grande, che però non è una democrazia. Dovremmo preoccuparci anche perché Taiwan produce semiconduttori di ultima generazione.
L’economia e la tecnologia globali dipendono da questi semiconduttori e Taiwan è uno dei pochissimi luoghi al mondo in cui questo avviene. Inoltre, si trova al centro di un’enorme rotta commerciale globale: se questa venisse compromessa, l’economia mondiale subirebbe un colpo enorme, con una possibile perdita del 40% del Pil globale.
Come possiamo occuparci di Taiwan?
Non possiamo essere troppo ottimisti sulla risoluzione del problema. È improbabile che la Cina rinunci alle sue rivendicazioni su Taiwan. Quindi, dobbiamo convivere con questa realtà e mantenere lo status quo. Attualmente, Taiwan ha un’indipendenza di fatto, anche se non dichiarata, e la Cina continua a rivendicarla senza agire militarmente. Una situazione che si protrarrà probabilmente finché il mondo sarà disposto a intervenire se Taiwan fosse minacciata.
Tuttavia, non sappiamo quale sarà la posizione degli Stati Uniti. Trump ha detto che non ci saranno problemi mentre sarà presidente, ma cambia idea di continuo. L’unica soluzione è far capire alla Cina e agli altri Paesi che un eventuale conflitto a Taiwan sarebbe una catastrofe molto peggiore della guerra tra Russia e Ucraina. Infatti, cambierebbe radicalmente il mondo perché porterebbe a uno scontro diretto tra Cina e Stati Uniti. Così facendo creerebbe una divisione globale tra alleati della Cina e alleati degli Stati Uniti e causerebbe enormi problemi economici.
È una prospettiva molto spaventosa. Nel lungo periodo, l’unica soluzione potrebbe essere un cambiamento del concetto di sovranità, magari verso una federazione più flessibile.
Qual è il ruolo del Giappone in questo scenario? Cosa intendeva il primo ministro Sanae Takaichi quando parlava dello scenario peggiore?
In realtà, nessuno sa esattamente a cosa si riferisse. Quando le è stato chiesto di chiarire, ha detto che non intendeva un attacco giapponese. Il Paese ospita circa 50.000 militari americani ed è un alleato fondamentale degli Stati Uniti. Attualmente, è in corso anche una disputa territoriale con la Cina nel Mar Cinese Orientale per le isole Diaoyu/Senkaku. Certo è che da solo il Giappone non sarebbe in grado di fare molto per Taiwan, perché non può opporsi alla sua alleanza con Washington e non ha mostrato alcun segnale che voglia farlo.
Se gli Stati Uniti intervenissero, anche altri lo farebbero, altrimenti non accadrebbe nulla. La stessa Corea del Sud o il Giappone contano poco senza l’intervento americano. Al momento si prevede che gli Stati Uniti difenderebbero Taiwan, ma è meno certo rispetto al passato. La stessa politica interna taiwanese complica la questione perché ci sono opinioni molto diverse riguardo i rapporti con la Cina continentale. Il Giappone non è un fattore decisivo, ma il suo rapporto di investitore e partner della Cina è comunque molto importante.
Non si tratta certo di un rapporto facile, ma i due Paesi sono riusciti a dialogare per cinquant’anni. Basti pensare che fino ad oggi il presidente cinese Xi Jinping non ha mai fatto una visita ufficiale in Giappone.
Crediti immagine: Chatham House, London


