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Perché Erdogan è davvero un dittatore (ma non si può dire)

Erdogan Dittatore

Repressione delle opposizioni, diritti umani calpestati o negati, arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate. Cosa è successo negli ultimi anni nella Turchia di Erdogan

Erdogan non è un dittatore? Andrebbe chiesto alle migliaia di prigionieri detenuti spesso senza prove di accusa, ai giornalisti a cui viene negata la libertà di espressione, o agli attivisti politici e alle persone che scendono in piazza per manifestare, agli studenti definiti da Erdogan ‘terroristi’ perché chiedono un’università libera, alle donne che si sono viste negare il diritto di essere difese contro la violenza di genere con l’uscita dalla Convezione di Istanbul, alla comunità Lgbt definita ‘pervertita’ dal ministro dell’Interno, Suleyman Soylu.

Se non si ha l’Erdogan-pensiero nessuno si salva. Ma chi è un dittatore? “Chi governa o esercita comunque la propria autorità in modo dispotico e intransigente, senza ammettere critiche, opposizioni, discussioni o ingerenze di alcun genere […]”, così dice la Treccani per dare una definizione.

GLI ARRESTI INDISCRIMINATI

Se nei primi anni Duemila, quando Erdogan salì al potere, erano stati fatti importanti passi in avanti nel percorso di democratizzazione del Paese (basti pensare all’abolizione della pena di morte nel 2004), dopo il 2013 la Turchia ha iniziato una deriva autoritaria, culminata con gli arresti di massa dopo il tentato golpe del 2016, che Erdogan ha imputato al suo ex amico, ora acerrimo nemico, il predicatore Fetullah Gulen.

Nel tentativo di arrestare i responsabili del colpo di Stato, Erdogan ha realizzato una massiccia campagna di arresti arbitrari, sia nel settore pubblico che in quello privato, cercando tutte le persone potenzialmente collegate all’organizzazione di Gulen. “Turchia, le purghe infinite: a due anni dal golpe le carceri non bastano più”, titolava nel 2018 fa La Stampa, raccontando che “la caccia ai presunti appartenenti alla rete di Gulen va avanti senza sosta: colpiti in 170 mila”.

La repressione degli studenti del Bosforo. Foto: Mariano Giustino

LA REPRESSIONE DELL’OPPOSIZIONE

Se osserviamo cosa è successo negli ultimi anni al partito filocurdo Hdp in Turchia, possiamo avere qualche esempio di repressione delle opposizioni politiche. “Se l’Hdp dovesse essere chiuso, sarebbe l’ottavo partito filocurdo ad essere messo al bando per il suo presunto coinvolgimento in attività ‘terroristiche’. Assieme alla richiesta di dichiarare fuorilegge l’Hdp, è stata presentata anche quella del divieto di esercitare politica per suoi 687 membri”, ha scritto in più occasioni Giustino, raccontando i tentativi di Erdogan di soffocare questo partito di opposizione al suo governo.

Erdogan ha anche respinto la sentenza definitiva della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) con la quale si chiedeva l’immediata liberazione del leader curdo dell’Hdp, Selahattin Demirtaş.

LE DONNE

Dieci anni dopo essere stato il primo Paese a ratificarla, a marzo la Turchia di Erdogan ha abbandonato in piena notte per decreto presidenziale la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. “Un enorme passo indietro che compromette la protezione delle donne”, ha denunciato il Consiglio d’Europa.

Purtroppo, c’è poco da stupirsi se si pensa che già nel novembre 2019, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e a marzo 2020, per la Giornata internazionale della donna, la polizia era intervenuta con gas lacrimogeni e proiettili di plastica per disperdere migliaia di persone che stavano partecipando pacificamente a questi eventi.

Come ha scritto su L’Espresso il giornalista esperto di Turchia Mariano Giustino: “I numeri della violenza sulle donne e della violenza di genere sono agghiaccianti: dall’inizio dell’anno sono già 71 le donne uccise e nel 2020 sono state 284. Negli ultimi 18 anni, da quando l’Akp è al potere, sono state 6.732”.

La protesta delle donne in Turchia dopo l’uscita dalla Convenzione di Istanbul. Foto: Mariano Giustino

L’ACCORDO SUI MIGRANTI

In molti ricordano l’incontro tra la cancelliera tedesca Angela Merkel ed Erdogan, che a Istanbul nel marzo 2016 siglarono quello che è noto come “accordo sui migranti”, sigillando una nuova collaborazione tra Turchia e Unione europea.

6 miliardi di euro da ricevere in due tranche (2016-17 e 2018-19). L’accordo, ricorda Giustino, “mirava a prevenire i flussi di migrazione irregolare verso l’Ue in uno spirito di condivisione, applicando misure che portassero al rimpatrio in Turchia di tutti coloro giunti ​​in Grecia illegalmente e/o la cui domanda di asilo fosse giudicata inammissibile o infondata”.

Adesso Turchia e Ue stanno ancora una volta negoziando un accordo su questo tema.

Leggi anche: Draghi e sultani: cosa succede ora con Erdogan

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