Ventitré anni di ingerenze, sequestri e sanzioni: breve storia della sfida tra Stati Uniti e Venezuela prima della cattura di Maduro
Dall’elezione di Hugo Chávez in poi, il Venezuela si è spesso dovuto difendere dagli attacchi degli Stati Uniti, da sempre bramosi di controllarne le immense risorse petrolifere. Se letta nell’arco degli ultimi due decenni, quella di Maduro è dunque la cronaca di una deposizione annunciata: ecco cos’ha spinto Washington al blitz del 3 gennaio
LA SVOLTA DI HUGO CHÁVEZ
Tutto inizia nel 1998 con l’elezione di Hugo Chávez, che avvia una politica di bolivarismo e riforme socialiste, segnando il distacco dalle politiche filo-USA che avevano caratterizzato gli anni Novanta, quando il Venezuela era ancora un partner relativamente stabile per gli USA, soprattutto nel settore energetico.
IL GOLPE DEL 2002
Nei primi anni Duemila piovono critiche dall’amministrazione Bush per l’orientamento apertamente antiamericano impresso al Paese e per lo spostamento del Venezuela al fianco di Cuba e Iran.
Nel 2002 El Comandante annuncia il licenziamento di 18.000 dipendenti pubblici a reti unificate. La Confindustria locale (Fedecamaras) e la Confederación de trabajadores de Venezuela reagiscono indicendo uno sciopero e una mobilitazione di massa a Caracas. Le proteste degenerano nella violenza, con scontri tra manifestanti e sostenitori di Chávez e decine di morti.
Intanto Chávez viene arrestato dai militari fedeli all’opposizione e Pedro Carmona, leader della Confindustria (Fedecamaras), viene nominato presidente ad interim. Carmona scioglie l’Assemblea Nazionale e sospende la costituzione, gesto che viene però percepito come un colpo di stato ancora più radicale e su cui si allunga l’ombra di Washington, che formalmente nega qualsiasi coinvolgimento.
In due giorni Chávez viene rimesso in libertà con il favore del popolo e di ampi settori dell’esercito, reprime le proteste e si riprende la guida del Paese.
LA NAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE PETROLIFERE
Negli anni successivi il generale espropria 76 imprese private che forniscono servizi petroliferi nella Costa Oriental del Lago, tra cui i giganti del settore ExxonMobil e ConocoPhillips.
I contratti con le società americane vengono convertiti in “contratti di servizio”: le compagnie operano il giacimento, ma è la Petróleos de Venezuela (PDVSA) a mantenere la proprietà totale del petrolio estratto.
La nazionalizzazione genera disinvestimento nella ricerca tecnologica e fuga del personale qualificato in forza alle aziende occidentali, portando a un calo marcato della produttività – dai circa 3 milioni di barili di petrolio giornalieri dell’era pre-Chavez al crollo verticale sotto il milione dopo il 2019 – che aggrava la situazione economica del Paese, sempre più dipendente dal settore petrolifero.
OBAMA E MADURO
Nel frattempo, dal 2013, con la dipartita di Chávez, inizia l’era Maduro e il confronto politico tra Washington e Caracas s’inasprisce.
Il presidente Usa Obama critica il deterioramento democratico nel Paese sudamericano, spingendosi a definire il Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense. Tra il 2016 e il 2017 Washington vara una serie di sanzioni contro funzionari venezuelani, congelando beni negli USA e vietando l’ingresso nel paese a chi viola i diritti umani.
Intanto la produzione riprende parzialmente grazie agli investimenti della China Concord e al contributo di Chevron, unico attore statunitense ammesso nel Paese. La produzione passa dai 400.000 a 900.000 barili al giorno.
IL RICONOSCMENTO DI GUAIDÒ
Con l’avvio della prima presidenza Trump, il governo USA impone sanzioni economiche severe, soprattutto sul petrolio e sulla finanza, per ridurre le risorse del governo Maduro.
In questa fase, Washington punta sul leader dell’opposizione Juan Guaidó per dare la spallata definitiva al regime, ma il tentativo, improvvisato e mal gestito dell’autoproclamato presidente, oltre a polarizzare ancora maggiormente lo scontro tra le parti, finisce per rafforzare Maduro. Nonostante il sostegno diplomatico e politico degli Stati Uniti e di diversi paesi alleati dell’America Latina e dell’Europa, Guaidó non riesce a consolidare il potere: le forze armate restano fedeli a Maduro, e la popolazione, stremata dalla crisi economica, non riesce a mobilitarsi in modo decisivo.
LA GUERRA IBRIDA
Le sanzioni sul petrolio, pur colpendo duramente le finanze dello Stato, non riescono a far collassare il governo, anche perché Maduro rafforza le alleanze internazionali con Russia, Cina e Iran, ricevendo supporto economico, tecnico e militare per aggirare l’isolamento.
Nel frattempo, la strategia USA di pressione multilaterale produce effetti limitati: malgrado una profonda crisi economica, Maduro mantiene il controllo delle istituzioni chiave e consolida il suo potere interno, trasformando la polarizzazione politica in una duratura guerra ibrida tra Caracas e Washington, funzionale all’inasprimento autoritario.
UNA STORIA DI EMBARGHI
Il rapporto tra Usa e Venezuela è anche una storia di embarghi. A fine 2024, la produzione era crollata del 25% nella Fascia dell’Orinoco per un totale di 500mila barili. Mentre Caracas denunciava “atti di pirateria“, con il timido sostegno di Mosca e Pechino, gli Usa promettevano più sequestri fino a quando “il regime non restituirà tutti gli asset rubati”.
L’ultimo episodio risale al 10 dicembre scorso, quando Washington ha ordinato il sequestro un paio di imbarcazioni al largo del Venezuela, con la presa della Skipper – non sottoposta a sanzioni – e la persecuzione della Bella 1. Il resto è storia di quest giorni.


