Petrolio. Tutte le previsioni degli esperti

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Flessione dell’offerta, aumento della domanda, scarsi investimenti e difficoltà di produzione: ecco perché il prezzo del petrolio è destinato a salire


Il prezzo del petrolio potrebbe presto salire, più di quanto il mercato si aspetti. E a fare da catalizzatore, almeno in queste ore, è il rifiuto di Arabia Saudita e Russia di aumentare la produzione di greggio, come richiesto da Donald Trump. A lungo andare, invece, a far lievitare i costi sarà l’aumento della domanda a fronte di una riduzione dell’offerta, causa (anche)gli scarsi investimenti negli anni passati.

LE STIME DI MORGAN STANLEY

Che il prezzo del greggio fosse destinato a salire lo aveva già affermato, nei primi mesi del 2018, Morgan Stanley: secondo l’analista Martijn Rats, a capo del team di ricerca europea su petrolio e gas, a spingere i prezzi al barile è la qualità della materia prima. Se è vero che gli Usa aumentano la loro produzione, è anche vero che il risultato è lo shale oil, ovvero petrolio super leggero (con il fracking le molecole più grandi si perdono e lo shale ha una natura super leggera). Non vi è un vero aumento della produzione di greggio tradizionale e questo, a lungo andare, peserà sui mercati.

Così come peseranno le sanzioni a Teheran imposte dagli Usa. Lo scorso maggio Washington aveva annunciato il ritiro “unilaterale” dallo storico accordo sul nucleare iraniano siglato nell’estate 2015, promettendo dure sanzioni. La prima ondata di sanzioni ha introdotto il divieto per Teheran di usare il dollaro americano, vieta le importazioni di materie prime come l’oro e alimenti tipici. Colpito dalla prima tranche anche il settore automobilistico e quello dell’aviazione.

La prossima ondata coinvolgerà il settore bancario, energetico e petrolchimico: Teheran spedisce circa 2,5 milioni di barili al giorno, una cifra importante, la cui mancanza a partire da novembre avrebbe importanti conseguenze nel mercato. E ancora: a questo si aggiunge la previsione di un declino della produzione superiore ai pronostici in altri paesi come Libia and Angola, con l’effetto che il mercato petrolifero potrebbe soffrire di un deficit di offerta pari a circa 600 mila barili nella seconda metà dell’anno.

Il risultato? Il prezzo del Brent potrebbe salire fino a 85 dollari entro il 2018.

LE PREVISIONI DI BANK OF AMERICA MERRILL LYNCH

Dello stesso avviso è Bank of America Merrill Lynch, secondo cui però un rialzo del Brent sopra gli 80 dollari bisognerà attendere il 2019, il Wti invece dovrebbe salire a 71 dollari al barile.

Ad incidere sulla questione prezzo sarà il deficit di Teheran, ma a lungo andare a dominare il mercato sarà l’aumento della domanda da parte dei Paesi emergenti. Il deficit, secondo gli analisti della Bnaca, sarà di 400 mila barili al giorno, che porteranno il Brent a sfiorare i 95 dollari a barile nella seconda metà del 2019.

UN NUOVO CRASH?

Sempre Bank of America Merrill Lynch non esclude che si possa verificare, nuovamente, quanto accaduto nel 2008: un aumento consistente dei prezzi e un crollo di questi non appena il focus, come spiega Milano Finanza, passerà dall’afferta alla domanda.

DESCALZI: PREZZO DESTINATO A SALIRE, POCHI INVESTIMENTI IN PASSATO

Anche Claudio Descalzi, ad di Eni  sostiene che il prezzo sia destinato ad una rapida ascesa, dal momento che “negli ultimi quattro anni il mondo dell’energia non ha investito come avrebbe dovuto” nel settore.
“Credo purtroppo che il prezzo salirà”, ha spiegato ieri Descalzi, che spera il costo al barile non superi gli 80 dollari. “Aumentare la produzione è difficile per chiunque, anche per gli Usa, visti i mancati investimenti”.

ARABIA SAUDITA E RUSSIA NON AUMENTANO PRODUZIONE

Intanto, nelle scorse ore, l’Arabia Saudita leader dell’Opec e il suo maggiore alleato al di fuori del Cartello, la Russia, hanno escluso qualsiasi ulteriore aumento della produzione di greggio. La richiesta di cifre più alte arrivava da Donald Trump, che ha l’obiettivo di spingere al ribasso i prezzi del petrolio, raffreddando il mercato.

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