Dal mondo

Quante sono davvero le varianti del Covid?

varianti del covid

Si fa un gran parlare delle varianti inglese e brasiliane del Covid, ma quante sono realmente?

Pare impossibile, ma dopo circa un anno di pandemia gli scienziati faticano ancora a comprendere quanto velocemente stia mutando il Covid-19 perché ancora non esiste una anagrafe mondiale, e quindi comune, delle sue variazioni. A seconda del Paese, infatti, le varianti vengono battezzate in modo difforme e questo impedisce di comprendere se ci siano più nomi per lo stesso ceppo o se persino la sua capacità di modificarsi venga sottostimata.

varianti del Covid

«Siamo tutti confusi dai diversi nomi delle varianti», ha dovuto ammettere Maria Van Kerkhove, coordinatrice del gruppo tecnico Covid-19 dell’Organizzazione mondiale della Sanità durante un incontro avvenuto lo scorso 12 gennaio e di cui viene fatta menzione su Nature finalizzato proprio per evitare altra confusione sulle sigle che continuano a cambiare a seconda delle banche dati in cui sono classificati i nuovi ceppi adottare criteri più omogenei.

Leggi anche: Covid-19, l’Australia resterà chiusa per tutto il 2021?

Il virologo statunitense Anthony Fauci, super consulente di Donald Trump e direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseas, si è detto molto preoccupato del proliferare di tutte queste varianti del Covid: “Quella inglese è una mutazione più contagiosa che porterà più infezioni, più ricoveri e più decessi”, ha spiegato, in collegamento con ‘Che tempo che fa’, su Raitre . E ha aggiunto: sul fronte del vaccino “siamo nella gamma di protezione, ma il problema delle mutazioni è da prendere seriamente in considerazione”.

QUANTE VARIANTI DI COVID CONOSCIAMO?

Soltanto la variante inglese del Covid-19 risponde oggi ad almeno quatto nomi: Variant Under Investigation 202012/01 (abbreviato VUI 202012/01) poi cambiato in Variant of Concern 202012/01 (o VOC 202012/01) mentre per alcuni è B.1.1.7 e per altri 20I/501Y.V1. Ma arriva a sei se si considerano i media, che universalmente la chiamano variante inglese, mentre quelli inglesi l’hanno battezzata “variante del Kent”. Anche la variante sudamericana e le due sudafricane risponderebbero a una pluralità di sigle su cui c’è disaccordo. «Serve un sistema più semplice per chiamare le varianti preoccupanti», ha detto  Oliver Pybus, dell’Università di Oxford, che ha lavorato al sistema di nomenclatura che descrive la relazione tra i vari rami del virus SarsCov2 e i loro discendenti evolutivi, lo stesso che ha portato al nome B.1.1.7.

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L’OMS suggerisce di abbandonare dalla nomenclatura il posto in cui viene rilevata per prima una nuova variante del Covid: soprattutto dove c’è poca libertà di informazione e la scienza dipende strettamente da scelte politiche una tale stimmate rischia di scoraggiare l’individuazione dei nuovi ceppi. Un altro suggerimento che prende piede sempre all’interno dell’OMS è dare un nome alle varianti preoccupanti sulla base delle mutazioni che contengono, in modo da far avere un nome simile alle varianti che contengono mutazioni simili. Altri scienziati pensano che sarebbe più opportuno che il nuovo sistema di nomenclatura rifletta anche il grado di pericolosità della variante del Covid stessa: una sorta di pagella sulla sua gravità, sulla rapidità con cui si diffonde e sui danni che provoca all’organismo che la ospita.

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