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Russia, cosa cambia con la riforma della cittadinanza

Russia

Il pacchetto di misure approvate dal Parlamento prevede una consistente semplificazione delle procedure di ottenimento della cittadinanza russa. L’approfondimento di Matteo Urbinati per il Cesi

Il 17 aprile 2020 la Duma ha approvato la riforma della legge sulla cittadinanza, semplificando la legislazione precedente e permettendo una disciplina meno stringente. Le misure su cui il Parlamento è stato chiamato a deliberare rappresentano materia sensibile per la Federazione. Infatti, il pacchetto di misure, arricchito di alcuni emendamenti, è uno strumento operativo che si inserisce in una strategia più ampia implementata per contrastare l’inesorabile calo demografico del Paese. La questione si inscrive in annose vicende da sempre centrali nel dibattito pubblico dell’ex Unione Sovietica. Sono anni che la classe dirigente russa conduce programmi di implementazione di decreti ed ordini esecutivi presidenziali per far fronte ai problemi socio-economici che la Russia dovrà affrontare nel futuro più imminente, tra i quali l’impatto e la gestione dell’innalzamento dell’età media della popolazione ed il declino demografico.

Il pacchetto di misure approvate dal Parlamento prevede una consistente semplificazione delle procedure di ottenimento della cittadinanza russa. Le disposizioni permetteranno a cittadini di Bielorussia, Kazakistan, Moldavia e Ucraina in possesso di un valido permesso di residenza sul suolo russo di richiedere la cittadinanza russa senza perdere quella originaria. Diventando cittadini della Federazione, si potrà accedere alla pienezza dei servizi sanitari e ad altri diritti appartenenti ai soli autoctoni. Anche i cittadini di Paesi terzi diversi da quelli menzionati potranno usufruire del nuovo regime legislativo, previo l’ottenimento della certificazione federale di conoscenza della lingua e della cultura russe.

Inoltre, le disposizioni prevedono l’assunzione della cittadinanza per tutti quelli che hanno un genitore o un coniuge russo e che risiedano sul territorio della Federazione da almeno 5 anni, favorendo così molte famiglie formate da matrimoni misti. Infine, la durata media delle procedure è stata ridotta dai 6 ai 3 mesi.

In questo modo, si allargano a dismisura le possibilità di ottenere la doppia cittadini da parte dei cittadini delle ex repubbliche sovietiche.

Nelle intenzioni di Mosca c’è il desiderio di portare a termine un meccanismo di integrazione che richiami cittadini da altri Paesi e regolarizzi la situazione di molti immigrati sul proprio territorio.

Le misure adottate cercano di assorbire immigrati e coppie miste per regolarizzarli e permettere che costruiscano un futuro in Russia, essendo questa entrata da diversi decenni in un ciclo di invecchiamento demografico che mina il suo già fragile equilibrio socio-economico. L’obiettivo del Cremlino è quello di garantire la cittadinanza ad un numero compreso tra i 5 e i 10 milioni di immigrati entro il 2025.

Molti di questi immigrati provengono dai cosiddetti Stan-countries, dove le condizioni di vita sono generalmente peggiori che in Russia. Per essi, Mosca rappresenta il luogo dove trovare un impiego migliore e costruire una famiglia. La creazione di condizioni favorevoli per gli immigrati, tra le quali la facilitazione nell’ottenimento della cittadinanza, può attrarre lavoratori dai Paesi limitrofi e sopperire parzialmente alla perdita demografica. Le ragioni che spingono Mosca a regolarizzare gli immigrati non rientrano esclusivamente nell’ambito delle politiche demografiche, ma si rivolgono a ragioni di sicurezza interna e di natura fiscale. Infatti, un’immigrazione non controllata danneggia il mercato del lavoro mediante il meccanismo del dumping salariale, favorisce i traffici clandestini di esseri umani e le organizzazioni criminali ed alimenta la disgregazione sociale con annessi fenomeni di razzismo e disordine pubblico. I controlli alle frontiere e le politiche di integrazione, unitamente al consolidamento di un modello lavorativo differenziato, cercano di attirare non soltanto immigrati con competenze in settori ad alta intensità di lavoro, ma anche manodopera qualificata per aumentare il valore della produzione marginale. La produttività di questa manodopera, una volta regolarizzata e garantita dalla legge, potrà alimentare un gettito fiscale nelle casse dello Stato. Inoltre, il Cremlino mira a trattenere in Russia le rimesse, generalmente trasferite fuori dal territorio della Federazione dai lavoratori transfrontalieri.

Il trend demografico negativo causa notevoli danni all’economia e al mercato del lavoro. Secondo il Rosstat, infatti, nel 2018 il numero delle morti ha superato quello delle nascite di 90.600 unità rispetto al 2017. Un report della Banca Mondiale fornisce delle previsioni sull’aumento dell’età media lavorativa in Russia, che crescerà del 14% entro i prossimi 35 anni. L’invecchiamento della popolazione, peggiorato dal fenomeno del braindraining (fuga di cervelli), e la riduzione considerevole dei nuovi nati correlata a bassi tassi di fertilità comporta un decremento della produttività di anno in anno con gravi conseguenze sui gettiti fiscali, sul sistema pensionistico e sulla sanità pubblica.

Stime particolarmente preoccupanti prevedono una diminuzione della popolazione entro il 2035 dell’1.7%, pari a 2.5 milioni di persone, e un drammatico calo dell’8% entro il 2050. Inoltre, ogni anno lascia la Russia un numero approssimativo di 370.000 persone, soprattutto giovani in cerca di opportunità nei Paesi del Nord Europa e incredibilmente anche nello storico nemico della madrepatria, gli Stati Uniti d’America.

Come se non bastasse, oltre al declino demografico e la crisi economica ora acuita dalla pandemia del Covid-19, la popolazione nutre sempre maggiore risentimento nei confronti della classe dirigente e dell’establishment di potere. Alcune rilevazioni del Gallup Institute informano che almeno il 20% dei russi vorrebbe lasciare il Paese, ovvero una persona su cinque, ovviamente in diversi volumi in relazione all’età, al grado d’istruzione e al contesto territoriale di appartenenza. Per quanto concerne i più giovani, con un tasso d’istruzione elevato e inseriti nel dinamico ambiente urbano delle metropoli, le stime riportano che il 44% vorrebbe lasciare la Russia. Tutte queste fragilità strutturali inducono la classe dirigente ad implementare le politiche volte ad incentivare l’immigrazione e il numero di nuovi nati sul suolo russo per renderli una risorsa strategica nelle mani di Mosca.

Oltre alla dimensione domestica, la riforma della cittadinanza possiede un riflesso molto importante nella politica estera russa, soprattutto nei confronti dei Paesi ex-sovietici. Infatti, la maggiore flessibilità nella concessione del doppio passaporto, potrebbe diventare uno strumento incisivo nella conduzione delle attività di guerra ibrida. Riconoscere lo status di cittadino russo alle minoranze russe delle repubbliche ex-sovietiche comporta un diritto e un dovere da parte della Federazione nel tutelare i loro diritti anche all’estero. In questo modo, Mosca potrebbe aumentare gli strumenti di pressione e influenza nelle società e nelle istituzioni di quei Paesi. Queste tecniche, definite anche Lawfare, sono state utilizzate in circostanze come la guerra in Georgia nel 2008 e l’annessione della Crimea nel 2014.

Tuttavia, la portata di tali azioni appare limitata a Paesi dove la minoranza russa è consistente e dove le condizioni economiche e sociali sono deficitarie rispetto a quelle moscovite. Di conseguenza, simili attività potrebbero avere effetti minori in contesti come i Paesi baltici.

 

Articolo pubblicato su cesi-italia.org

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