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Scozia, gli indipendentisti tornano a farsi sentire

Scozia

Dopo la sconfitta nel referendum del 2014, la causa indipendentista scozzese sembrava destinata a essere accantonata. La Brexit poi ha riacceso lo spirito di chi sogna di dissolvere i legami col Regno Unito. Adesso a Edimburgo prevarrà il pragmatismo scozzese o la voglia di indipendenza?

Dopo la netta sconfitta nel referendum del 2014, la causa indipendentista scozzese sembrava destinata a essere accantonata per decenni. La Brexit ha invece riacceso lo spirito di chi sogna di dissolvere i legami col Regno Unito, mentre la pandemia di Covid-19 ha definitivamente affossato l’immagine già opaca di Boris Johnson in Scozia. A Edimburgo prevarrà il pragmatismo scozzese o la voglia di indipendenza?

UNA GENERAZIONE FA

Nella notte di Edimburgo del 18 settembre 2014, di fronte alla vittoria netta del No all’indipendenza della Scozia, Alex Salmond, allora leader dello Scottish National Party (SNP) e del Governo scozzese, nel presentare le proprie dimissioni dichiarò che quella era un’occasione che capitava una volta in una generazione. Ciò che Salmond non poteva immaginare era quanto sarebbe successo nei sei anni successivi. Il voto sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la sincopata successione tra Theresa May e Boris Johnson a Downing Street e infine la pandemia di Covid-19. La Scozia rappresenta una delle regioni maggiormente europeiste, come dimostrano i dati del referendum Brexit del 23 giugno 2016. Una delle carte vincenti della campagna unionista del 2014 fu proprio quella di legare la permanenza della Scozia nel Regno Unito alla permanenza nella UE. Ora, però, gli scenari sono stravolti e Brexit impone anche alla Scozia di abbandonare l’Unione Europea. Un corto circuito politico, economico e istituzionale dall’impatto devastante. Unito al susseguirsi di Governi Tories, mai troppo amati in Scozia dai tempi della Thatcher, e in particolare al travolgente successo di Boris Johnson pochi mesi fa, ciò ha creato una miscela sociale e politica ideale per far attecchire nuovamente quel sentimento che ha atteso molto meno di una generazione per palesarsi nuovamente.

DUE PAESI, DUE LEADERSHIP

Mentre Nicola Sturgeon, erede di Salmond a Holyrood (sede del Parlamento scozzese), intensificava le richieste a Westminster per concedere un secondo referendum, si è abbattuta sul Regno Unito la pandemia di Covid-19. La scelta di Boris Johnson di ignorare i segnali di allarme ed evitare misure drastiche, ha innescato la miccia delle tensioni sull’asse Londra-Edimburgo. E così, mentre Downing Street invitava alla normalità, la Sturgeon imponeva la serrata più o meno totale della Scozia. Solo più tardi Johnson ha compreso la portata degli eventi e si è adeguato alle misure già implementate nel resto d’Europa. Troppo tardi però per la Scozia. In base alla devolution voluta dall’esecutivo laburista di Tony Blair, il Governo scozzese ha importanti margini di autonomia nelle politiche sanitarie e di polizia. Ciò ha consentito alla Sturgeon di imporre misure drastiche limitando così la diffusione del contagio, proprio mentre l’Inghilterra sprofondava nel dramma. Una situazione che ha concesso alla leader del SNP di consolidarsi come politico affidabile e serio, a detrimento di un Johnson ormai apertamente sfiduciato agli occhi dei cittadini scozzesi. Il risultato viene testimoniato dai sondaggi, che per la prima volta vedono consolidarsi una solida maggioranza d’opinione a favore dell’indipendenza, 54%, con punte del 70% tra i più giovani. L’elettorato che nel 2014 votò per lo status quo per non perdere la cittadinanza europea, avrebbe ormai traslocato nel campo indipendentista, secondo i sondaggi.

CRISI COSTITUZIONALE

C’è una data cerchiata in rosso a Edimburgo: maggio 2021. Si terranno allora le elezioni per il rinnovo del Parlamento scozzese. Oggi i sondaggi prevedono una maggioranza senza precedenti per lo SNP, circa 74 seggi su 129. Con simili numeri, la pressione politica dal fronte indipendentista si farebbe insostenibile per Londra. Continuare a negare il referendum rischierebbe di aprire una crisi costituzionale senza precedenti. Il recente viaggio in Scozia di Johnson doveva servire a ricordare al popolo scozzese i benefici dell’appartenenza al Regno Unito. La pandemia ha invece mostrato, secondo i fautori dell’indipendenza, che chi siede al comando ora a Westminster non ha né la capacità né la tempra per tenere assieme il Regno. Londra risponde ricordando i legami storici, culturali ma soprattutto economici, sottolineando la portata degli investimenti per rispondere alla crisi. L’impressione però è che serva molto altro per invertire questa narrazione. Il vento che gonfia le vele dell’indipendenza trae linfa vitale dal trauma Brexit, dall’abbandono politicamente cruento dell’Unione Europea per volontà inglese, sostengono a Edimburgo, non britannica. Ma l’indipendenza costa, molto. Con il crollo del prezzo del petrolio, una contrazione prevista del tasso di crescita circa il doppio di quella media britannica (14% contro 8,6%) e una disoccupazione più alta (4,1% contro 3,9%), i fondamentali economici di Edimburgo traballano. Ottenere l’indipendenza vorrebbe dire far fronte a costi enormi nel breve-medio periodo, potenzialmente spaventosi con la recessione alle porte. Molti, a Londra, ritengono che alla fine prevarrà il pragmatismo tipicamente scozzese e che la questione verrà rinviata a tempi migliori. Il tempo in cui gli scozzesi erano pronti a battersi da poeti guerrieri, come in Braveheart, o delle trame sanguinarie di Macbeth appartiene alla storia e alla letteratura. Ma il vento indipendentista soffia impetuoso come mai prima d’ora e la battaglia politica per tenere unito un Regno che dura dal 1707 sembra solo agli inizi.

Articolo pubblicato su ilcaffegeopolitico.net

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