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Serbia-Kosovo: l’UE di nuovo alla guida dei dialoghi

fondo BEI

A vent’anni dal conflitto, le relazioni tra Serbia e Kosovo restano segnate da profonde tensioni

A oltre due decenni dal conflitto armato, tensioni profonde e questioni irrisolte continuano a definire le relazioni tra Serbia e Kosovo. Al termine delle ostilità, con la messa sotto protettorato internazionale NATO e UNMIK del territorio, la questione dello status del Kosovo è stata infatti lasciata formalmente aperta. Gli sforzi internazionali per il raggiungimento di un accordo tra le parti si sono protratti fino al 2008, quando il Kosovo ha proclamato unilateralmente la sua indipendenza senza mai raggiungere un accordo con Belgrado, che continua a considerare l’ex provincia come territorio serbo. Nel marzo 2011, con l’appoggio dell’ONU, l’Unione Europea ha dato il via a un nuovo processo di mediazione tra le parti volto a normalizzare le relazioni tra i due Paesi e avvicinare l’idea di una possibile integrazione europea. L’impegno europeo si è trascinato a lungo e con scarsi risultati, fino alla brusca interruzione del 2018, in seguito alla decisione di Pristina di imporre un dazio del 100% sulle merci provenienti dalla Serbia dopo una serie di ritorsioni diplomatiche tra le parti. Il processo a guida UE sembrava giunto al capolinea e, insieme, anche la ricerca di un compromesso.

Negli scorsi mesi l’UE ha saputo cogliere un’importante finestra di opportunità riportandosi sorprendentemente alla guida del dialogo tra Pristina e Belgrado. Il 24 luglio l’Ufficio del Procuratore del Tribunale Speciale del Kosovo (KSC) ha richiesto il rinvio a giudizio del Presidente kosovaro Thaci e di altri 9 ex membri dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) per crimini di guerra e contro l’umanità, per fatti avvenuti durante il conflitto del 1998-1999. L’annuncio delle accuse ha portato Thaci ad annullare l’incontro con il Presidente serbo Vucic alla Casa Bianca, previsto per il 27 giugno, interrompendo bruscamente l’azione moderatrice di Washington, prepotentemente entrata in scena per colmare il vuoto lasciato dall’UE dopo lo stallo dei negoziati. L’UE ha quindi cercato di riacquistare l’iniziativa persa: con il primo incontro video dal 2018, il 12 luglio è ufficialmente ripreso a ritmo serrato il processo di normalizzazione dei rapporti sotto l’egida dell’Alto Rappresentante Borrell e del Rappresentante speciale UE per il dialogo Pristina-Belgrado Lajcak. Anche il tentativo dell’Amministrazione Trump di strappare una vittoria di politica estera con un “accordo storico”, conclusosi in realtà con due separate lettere di intenti, non ha avuto successo nell’imporsi come quadro di dialogo principale e frenare l’iniziativa europea. In vista dell’incontro del 7 settembre a Bruxelles, infatti, Vucic e il premier kosovaro Hoti hanno sottoscritto il loro impegno nel continuare il percorso di allineamento all’UE, definito priorità massima, e ribadito la volontà di compiere passi avanti sotto una mediazione europea.
Nonostante il rinnovato sforzo di mediazione europea, la ricerca di un compromesso tra Pristina e Belgrado resta lunga e faticosa. Il premier kosovaro Hoti ha espresso fiducia nella ripresa dei dialoghi, ribadendo tuttavia che l’unica possibile soluzione per Pristina è il pieno riconoscimento della propria sovranità da parte serba. Dall’altra parte il Presidente serbo Vucic è sotto pressione per risolvere la questione in quanto condizione per proseguire sulla strada verso la membership europea, pur avendo più volte annunciato di essere pronto a sacrificarla in caso di mancate concessioni. A ostacolare ulteriormente la strada verso l’UE è l’impegno delle parti ad allineare le proprie posizioni con gli Stati Uniti e di aprire o spostare a Gerusalemme le proprie ambasciate in Israele, decisione che ha subito destato preoccupazione a Bruxelles. Ciò che è certo è che l’Unione, da parte sua, per mantenere la pole position conquistata dovrà essere capace di rafforzare la sua credibilità come forza stabilizzante nella regione, offrendo alle parti garanzie intermedie.

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