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Ucraina, quattro mesi di conflitto. Che si è deciso al Consiglio europeo?

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I Graffi di Damato

Ce ne sarebbero, anzi ce ne sono di fatti per lasciare se non tutte, buona parte delle prime pagine dei giornali alla guerra russa d’invasione dell’Ucraina, pur a quattro mesi ormai dal suo inizio, che risale al 24 febbraio. Oggi siamo appunto al 24 giugno. Ce ne sono di fatti -insito- per non cadere nell’assuefazione, ch’è la tentazione più pericolosa anche per l’informazione.

Il Consiglio europeo, collegato col presidente Zelensky, ha appena rafforzato non solo simbolicamente le difese dell’Ucraina riconoscendole con procedura d’urgenza lo stato di paese candidato all’adesione all’Unione. Che, diversamente dai desideri e dalle profezie di Medvedev, o come diavolo si chiama questo fanatico antioccidentale, esiste ancora e non è prossima alla dissoluzione, come accadde invece all’Unione Sovietica nel secolo scorso.

L’Unione Europea non è la Nato, con le sue strutture militari e l’obbligo di intervento per un Paese aggredito dell’alleanza, ma è qualcosa che un pò gli assomiglia, specie fino a quando esisterà -a dispetto anche questa volta delle attese del Cremlino- quello che in questi giorni chiamiamo “euroatlantismo”. Non a caso in coincidenza con le procedure accelerate di adesione dell’Ucraina all’Unione, oltre Atlantico appunto, il presidente americano Joe Biden ha deciso di fare arrivare a Zelensky i tanto e tanti richiesti lanciarazzi Himars, che daranno filo da torcere ai missili e alle truppe russe. Curiosamente il Riformista del mio amico Piero Sansonetti ha visto e indicato in questa decisione di Biden un atto quasi ostile all’Europa, una sfida, un “me ne infischio”. A me, che sarò ingenuo a dispetto dell’età abbastanza avanzata, comunque superiore a quella di Piero, quella del presidente americano mi è sembrata una decisione complementare al sostegno dell’Unione Europea all’Ucraina. Che deve essere aiutata se non a vincere del tutto la guerra, almeno ad arrivare nelle migliori condizioni possibili alle trattative di pace, se e quando al Cremlino si rassegneranno ad ammettere che ne è arrivato “il momento”, sinora negato da Putin a chi lo chiama al telefono, compreso il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

In attesa di questo benedetto “momento” Putin e i suoi generali e gerarchi- tanto simili purtroppo, sotto molti aspetti, a quelli che ubbidivano agli ordini di Stalin all’epoca del “Cremlino di merda” evocato di recente da Alessandro Sallusti protestando contro chi ne contemplava la bellezza architettonica e lo zampino italiano- continuano a incenerire il territorio ucraino che vogliono annettersi e a macellare gente, procurandosi un odio non meno feroce del loro.

Eppure, nonostante questi fatti, lo spazio dei giornali dedicato alla guerra in Ucraina va riducendosi. Vi contribuisce paradossalmente, con la scissione inferta al MoVimento 5 Stelle portandosi via una sessantina di parlamentari e togliendogli il primo posto nella graduatoria dei partiti rappresentati nelle Camere elette nel 2018, anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che ha lasciato la casa grillina perché infestata da troppi -a cominciare dal presidente Giuseppe Conte- solidali solo a parole con l’Ucraina aggredita, ma sotto sotto -e neppure tanto- infastiditi dalla sua capacità e volontà di resistenza alla Russia, e perciò smaniosi di disvincolarsi. O, come dice il ministro degli Esteri, di ”disallinearsi” dall’euroatlantismo già ricordato. Che il presidente del Consiglio italiano ha indossato, secondo le caricature degli avversari, come una divisa militare.

La scissione di Di Maio ha acceso le polveri della politica interna e posto un bel po’ di problemi imbarazzanti a tutti, compreso o a cominciare da Grillo. Che avvertendo la sua stessa “biodegradabilità” preferisce distrarsi sul proprio blog con altri argomenti o progetti, ma sempre di sfondo un po’ o un po’troppo antiamericano. Oggi, per esempio, plaude alla moneta digitale unica proposta per l’America Latina da Lula nella speranza di bruciacchiare il dollaro.

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