Dal mondo

Ue, torna l’asse franco-tedesco con il Recovery Fund?

asse franco tedesco

L’analisi di Federico Niglia, docente di Storia delle relazioni internazionali nell’Università per Stranieri di Perugia, per Affarinternazionali, sull’iniziativa congiunta franco-tedesca che conferma la centralità di Parigi e Berlino

La risposta all’emergenza Covid-19 passa anche per strade già conosciute: l’iniziativa congiunta franco-tedesca per un Recovery Fund europeo conferma la centralità dei due Paesi promotori nel processo di rilancio dell’Unione europea. Il progetto franco-tedesco riporta al centro l’Unione: pur rappresentando – almeno nelle intenzioni iniziali – uno strumento operativo solo nel breve periodo, il fondo pone al centro il bilancio settennale dell’Unione. Da anni il rafforzamento del bilancio viene individuato come uno dei principali mezzi per un’Unione più efficace ma anche più coesa.

Il duo Angela Merkel-Emmanuel Macron ha avanzato una proposta che replica la tattica diplomatica utilizzata questo periodo dall’Unione europea: quella di presentare un progetto che contenga proposte diverse che possono essere utilizzate da ciascuno Stato per mostrare ai propri cittadini di aver ottenuto quello che voleva o di non aver ceduto su aspetti fondamentali. Mentre olandesi ed austriaci sono stati rassicurati (ma ancora non del tutto) sull’esistenza di una qualche forma di condizionalità e sulla portata temporalmente circoscritta del programma, italiani, spagnoli ed altri Paesi mediterranei hanno incassato la promessa di essere tra i beneficiari netti, nonché l’intenzione di accrescere la convergenza nel campo dell’armonizzazione tributaria.

L’annuncio del piano presentato in videoconferenza da Berlino e Parigi ha suscitato reazioni diverse e ha riproposto, come in vari momenti nel passato, l’immagine di un asse franco-tedesco come motore dell’Europa. L’immagine dell’asse viene evocata soprattutto da coloro che da tale intesa privilegiata si sentono esclusi: l’Italia, ad esempio, è uno di quei Paesi maggiormente insofferenti rispetto a quella che sentono come il dominio dell’Europa carolingia. Come in passato, anche quest’iniziativa ha suscitato diversi malumori, alimentati dalla scelta apparentemente discutibile di avanzare questa proposta fuori dal Consiglio.

DUE PAESI IN TRANSIZIONE

Sarebbe però esagerato vedere in questo progetto il frutto di un vero e proprio asse tra Parigi e Berlino, tra l’altro animato da ambizioni egemoniche. La realtà è che il presunto asse appare particolarmente problematico e squilibrato a causa delle dinamiche interne che caratterizzano i due Paesi, in particolare la Francia. Il partito di Macron ha infatti di recente incassato una scissione a sinistra che, pur non risultando particolarmente rilevante in termini numerici, rende il suo partito meno trasversale e maggiormente dipendente dalla corrente di centro-destra. L’idea iniziale della République en Marche di scardinare la dialettica destra-sinistra in nome di un progetto nuovo e comune si consuma, mentre il partito perde la componente della sinistra-ecologista e si attesta (almeno per il momento) su posizioni più conservatrici. Pure la Germania vive un momento di transizione: anche se la successione ad Angela Merkel è congelata e la linea tenuta dal governo ha ottenuto un’approvazione crescente, non si può dimenticare che anche a Berlino gli equilibri politici sono dinamici.

Oltre ad essere entrambi due Paesi in transizione, Francia e Germania sono due realtà con differenze sostanziali, con due modelli di leadership che non coincidono: per questi motivi l’idea di ridurre tutto all’immagine monolitica dell’asse Parigi-Berlino appare, per quanto retoricamente attraente, quanto meno riduttiva.

UN’UE DI SOLUZIONI CONCRETE

Una cosa però unisce i due Paesi, e cioè la convinzione che l’Unione europea possa uscire dalla crisi solo con un approfondimento del processo di integrazione che sia, al contempo, l’occasione per una riconnessione tra Unione e cittadini europei. Abbandonati i progetti monnettiani di un’Europa integrata ma non spiegata, il progetto disegnato va nella direzione di un’Europa capace di intervenire per soddisfare i bisogni più pressanti dei suoi cittadini, definendo al contempo un sistema partecipativo che dovrebbe contrastare sia il populismo emergente all’interno dei Paesi membri sia le tendenze al free riding di alcuni degli Stati.

Come ogni progetto che si fonda sulla partecipazione popolare, anche l’Ue richiede però solidità della leadership e questo riporta l’attenzione sui due Paesi promotori. Sebbene sia da attendersi un progressivo coinvolgimento degli altri Stati membri nello sviluppo del fondo per la ripresa, la spinta propulsiva di Francia e Germania rimane una componente fondamentale. Per questo motivo ogni esitazione o disponibilità condizionata dai promotori – questo spiega l’importanza e i rischi derivanti dalla recente pronuncia della Corte costituzionale tedesca – rischia di minare le basi dell’ennesimo rilancio della costruzione europea.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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