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Uomini e regimi passano ma le pene restano

Italia

I Graffi di Damato

Quando ho letto sul Corriere della Sera il solito e pregevole Angelo Panebianco ammonire i pacifisti che, comunque vada a finire, anche nel modo in cui loro sognano la pace alla quale Putin continua a preferire la guerra, nulla poi tornerà come prima né in Ucraina né altrove, gli occhi sono tornati sulle immagini dell’ultimo orrore scoperto nella Mariupol conquistata dai russi, con tutti quei cadaveri abbandonati come merce avariata in un supermercato. E mi sono chiesto quante volte la mia generazione -non vado oltre- si è sentita dire che nulla sarebbe tornato come prima. Troppe volte, temo, sia per tirare un sospiro di sollievo, pensando che ormai di peggio non avremmo più potuto vedere e vivere, sia e a maggior motivo, nella logica del pessimismo della ragione, per prepararsi alla immancabile, successiva tragedia.

Anche sull’eventuale fine dell’esperienza di Putin al Cremlino auspicata dal presidente americano Joe Biden all’inizio della guerra in Ucraina, quando ne parlò in Polonia anche come di un “macellaio” sapendo ancora e solo -se non ricordo male- di Bucha, e non di Mariupol e di chissà quali altri obbrobri siamo condannati a scoprire, non mi sono mai fatto grandi illusioni. Chi potrà scommettere su una buona successione a Mosca, come un pò tutti scommettemmo prima su Gorbaciov, poi su Eltsin e infine proprio su Putin ? Ricordo ancora lo stupore, anzi l’ira dell’allora presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, di cui sono stati appena celebrati i funerali nella sua Nusco, quando l’ambasciatore italiano Sergio Romano cercò di spiegargli proprio a Mosca che riformare, modernizzare, lucidare il sovietismo per renderlo trasparente non sarebbe stato possibile. Tornato a Roma, Ciriaco non ebbe pace sino a quando non riuscì a rimuovere quell’ambasciatore, moltiplicandone le fortune economiche e pubblicistiche come pensionato, storico, editorialista e ad un certo punto, in una delle tante crisi di governo succedutesi nella seconda Repubblica, come possibile ministro degli Esteri.

Uomini e regimi passano ma le pene restano. A volte occorrono centinaia d’anni per lo sviluppo e la conclusione di una crisi. Ce lo ha appena ricordato Silvio Berlusconi in una lettera al Corriere della Sera di indignata reazione ad un articolo di Roberto Gressi sul tramonto di una Forza Italia paragonabile, secondo lui, all’impero romano declinante sotto Domiziano.

Per non farsi guastare la festa della promozione della squadra di calcio di Monza in serie A sotto la gestione sua e del senatore Adriano Galliani, Berlusconi ha preferito contare i 163 anni trascorsi fra la morte di Diocleziano e la deposizione di Romolo Augusto, cioè fra il 313 e il 476 dopo Cristo, mettendo così in cassaforte, diciamo così, il suo partito, destinato addirittura a sopravvivergli.

“In Forza Italia la linea è chiara, così come le mie indicazioni”, è il titolo apposto dal Corriere alla lettera di Berlusconi col dovuto richiamo in prima pagina; una lettera dalla quale Roberto Gressi si è difeso con poche righe molto cortesi per assicurare di avere scritto non raccogliendo pettegolezzi e altre immondizie ma semplicemente e doverosamente notizie. Fra le quali penso che possano ben essere annoverate, a meno di non declassare a pettegolezzi anche quelle, le prese di posizione pubbliche e preoccupate della ministra ed ex capogruppo di Forza Italia alla Camera Mariastella Gelmini. E ciò per non parlare dei sostanziali necrologi del partito di Berlusconi stesi ogni tanto con interviste dal già ministro e cofondatore Giuliano Urbani e dall’ex presidente del Senato Marcello Pera.

Nè credo che abbia giovato molto a Berlusconi la difesa che ne ha fatto dalle critiche e preoccupazioni della ministra Gelmini il leader legista Matteo Salvini mentre preparava il suo viaggio di pace a Mosca, da Putin, prima di rinunciarvi o di rinviarlo ad altra occasione fra il sollievo di Mario Draghi.

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