Dal mondo

Che cosa succede tra Usa, Iran e Cina

Nel secondo numero della Summer Edition del Taccuino Estero, la partita del petrolio iraniano sullo sfondo dello scontro Usa-Cina, il passaggio della portaerei Usa Ronald Reagan nel porto di Manila, le quinte colonne cinesi nei media di Taiwan. Il tweet della settimana è del neo-Segretario alla Difesa Usa Mark Esper, che durante la sua visita in Mongolia ha ricevuto in dono, come da tradizione, un cavallo. 

La partita del petrolio iraniano sullo sfondo dello scontro Usa-Cina

Gli analisti sentiti dalla CNBC ammoniscono che la “volatilità” del prezzo del petrolio “è destinata di nuovo ad innalzarsi” mentre i mercati “aspettano la risposta cinese all’ultima minaccia Usa sui dazi” (la decisione di Donald Trump di tassare al 10% le importazioni su 300 miliardi di dollari di merci cinesi) che, è il loro timore,  potrebbe materializzarsi sotto la forma “dell’acquisto di petrolio iraniano” in aperta sfida alle sanzioni americane.

L’allarme lo lancia in particolare un rapporto di Bank of America Merryl Lynch diffuso venerdì: pur “mantenendo la nostra previsione di un prezzo del Brent al barile di 60 dollari per il prossimo anno”, scrive l’istituto, “ammettiamo che una decisione cinese di riavviare gli acquisti di petrolio iraniano potrebbe far crollare i prezzi del petrolio” fino addirittura ai 20-30 dollari al barile.

Che farà dunque la Cina con il greggio di Teheran è la domanda che tutti si pongono per rispondere alla quali può essere utile guardare all’import energetico cinese dalla Repubblica Islamica. Secondo i dati raccolti da S&P Global Platts citati da CNBC, il volume complessivo di petrolio esportato dall’Iran nel mese di giugno è anzitutto crollato a 550 mila barili al giorno dagli 875 mila barili venduti a maggio (per non parlare dei 2,5 milioni toccati a giugno dell’anno scorso). Più o meno la metà di quei 550 mila barili sono stati consegnati alla Cina.

Questi dati vanno confrontati con quelli delle tre società che monitorano i movimenti dei tanker citate da Reuters in un dispaccio diffuso la settimana scorsa. Secondo le tre società, nel mese di giugno le petroliere partite dall’Iran hanno scaricato in Cina complessivamente tra 4,4 e 11 milioni di barili di petrolio, ovvero tra 142 e 360 mila barili al giorno, con un dato medio di 210 mila barili che rappresenta, sottolinea Reuters, il livello più basso in un decennio.

Per i dati del mese di luglio, ricorda l’agenzia, bisognerà aspettare l’ultima settimana di agosto, quando saranno diffusi dalla General Administration of Chinese Customs. A quel punto risulterà più chiaro cosa sta facendo Pechino dinanzi alla strategia anti-iraniana della Casa Bianca che mira, com’è noto, ad azzerare l’export energetico di Teheran.

La domanda che tutti si pongono a questo punto è se la la Cina continuerà ad importare petrolio dall’Iran come ha fatto a giugno a dispetto della scadenza, avvenuta a maggio, dell’esenzione concessale lo scorso inverno dall’amministrazione Trump che aveva consentito alla Repubblica popolare di continuare ad acquistare il greggio iraniano per pochi mesi anche se a volumi ridotti.

Poiché tutto sembra indicare che la Cina voglia proseguire su questa strada, sfidando Washington e le sue sanzioni, Reuters ha interpellato un funzionario del Dipartimento di Stato Usa, chiedendogli se l’America intendesse sanzionare Pechino. La risposta è stata negativa, con la precisazione però che gli Usa “continueranno a cercare maniere per imporre costi all’Iran nello sforzo di convincere il regime iraniano che la sua campagna di attività destabilizzanti comporta costi significativi”.

Che da Washington non siano escluse mosse a sorpresa lo conferma però, ricorda Reuters, la decisione presa il mese scorso dagli Usa di sanzionare il trader statale cinese Zhuhai Zhenrong Co per aver violato le sanzioni che colpiscono il settore petrolifero iraniano.

Non è dunque escluso un altro (l’ennesimo) braccio di ferro tra Cina e Usa. Una probabilità confermata anche dal tentativo degli ayatollah di manovrare a proprio favore le tensioni tra le due superpotenze rivali. Significative, a tal proposito, le parole con cui lo scorso 29 luglio il vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri accolse l’alto diplomatico cinese Song Tao in visita a Teheran: “Anche se siamo consapevoli che paesi amici come la Cina devono fare i conti con certe restrizioni, ci aspettiamo da loro che siano più attivi nell’acquistare petrolio iraniano”.

Mai sottovalutare però le astuzie dell’ex impero di Mezzo. Che la settimana scorsa, attraverso il proprio ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti Ni Jian, ha lanciato a Washington un segnale raccolto dai reporter di Reuters che hanno riferito come la Cina “potrebbe scortare le proprie navi commerciali nelle acque del Golfo (Persico)” aderendo così alla “proposta Usa di (mettere in piedi) una coalizione marittima per rendere sicuro” quel tratto di mare dagli attacchi dei Guardiani della Rivoluzione come quelli messi a segno nelle settimane scorse.

“La nostra posizione”, ha affermato Ni da Abu Dhabi, “è che tutte le dispute dovrebbero essere risolte con mezzi pacifici e attraverso discussioni politiche e non (con) azioni militari. (Ma se) dovesse accadere che ci fosse una situazione davvero poco sicura, prenderemo in considerazione di usare la nostra Marina per scortare le nostre navi commerciali”. “Stiamo studiando”, ha confermato successivamente il diplomatico a Reuters, “la proposta Usa”.

 


La portaerei Ronald Reagan nel porto di Manila

La portaerei Usa Ronald Reagan ha attraccato la settimana scorsa a Manila in quello che il New York Times definisce un modo eloquente di manifestare “sostegno nei confronti di un alleato alle prese con una disputa territoriale con la Cina”.

Che il governo guidato da Rodrigo Duterte abbia qualche difficoltà a districarsi nella contesa con la Repubblica Popolare sul controllo del Mar Cinese Meridionale lo confermano – sottolinea il quotidiano americano – le affermazioni di pochi giorni fa al Parlamento con cui il presidente filippino ha ammesso di essere impotente e che che, pur di non rischiare una guerra, preferirebbe negoziare con Pechino.

Ecco perciò che la comparsa della Ronald Reagan a Manila è stata pensata, scrive il NYT, per “veicolare un messaggio diverso: che le Filippine possono contare sul sostegno della potenza navale degli Stati Uniti, il loro alleato militare da decenni”.

Un messaggio che è stato rinforzato invitando a bordo un gruppo di giornalisti filippini, ai quali il comandante della Task Force 70, l’ammiraglio Karl Thomas, ha detto che la “bellezza di questa portaerei è che fornisce un sacco di sicurezza e stabilità a questa regione”.

“Ci permette”, ha chiarito Thomas, di fare in modo che “questo tipo di dispute possa essere risolta in modo pacifico”.

 


Quinte colonne cinesi nei media di Taiwan

In un paese su cui incombono le mire annessionistiche della Repubblica Popolare, un’inchiesta come quella realizzata da Reuters non può che atterrare come una bomba atomica.

Nel lungo pezzo pubblicato la settimana scorsa, l’agenzia riferisce di “aver trovato le prove che le autorità (cinesi) hanno pagato almeno cinque gruppi editoriali di Taiwan” per pubblicare servizi benevoli sulla Cina “in vari giornali e in un canale televisivo”.

Le rivelazioni dell’agenzia si basano su “interviste realizzate con dieci reporter e manager di redazione oltre che su documenti interni”, inclusi alcuni “contratti firmati dal Taiwan Affairs Office”, che è l’agenzia governativa cinese responsabile delle politiche taiwanesi.

La prassi di piazzare presso testate accondiscendenti notizie e articoli positivi sulla Cina ricostruita da Reuters durava da almeno dieci anni e si inserisce in un contesto, quello del giornalismo taiwanese, dove non è raro che quotidiani e altri organi di informazione pubblichino notizie su commissione e, dunque, dietro lauto compenso.

Il problema, in questo caso, è rappresentato dall’identità e natura dei committenti, che includono non solo il Taiwan Affairs Office ma anche svariati organismi pubblici della Cina, compresa una municipalità del Sud.

Il meccanismo funzionava così secondo Reuters: il Taiwan Affairs Office ha dato vita ad alcune entità – vengono nominate in particolare il Jiuzhou Culture Communication Center e il Publishing Exchange Center Across the Taiwan Strait – che gestivano i rapporti con gli uffici vendite delle testate giornalistiche, commissionando articoli su specifici argomenti e negoziandone persino la lunghezza.

Ottenere una copertura generosa e non ostile dei propri affari sui giornali di Taiwan non sarebbe l’unico risultato incassato dalla Repubblica Popolare con questi sforzi. Come hanno confessato a Reuters alcuni reporter e redattori, è diventato comune per nelle redazioni autocensurarsi quando si tratta di affrontare argomenti “sensibili” per la Cina come, per citare l’esempio più eclatante, gli anniversari della strage di Piazza Tienanmen che – osservano amareggiati i giornalisti – “non vengono più coperti”.

 


TWEET DELLA SETTIMANA

Il nuovo Segretario alla Difesa Usa Mark Esper è stato in visita mercoledì e giovedì in Mongolia dove, durante una cerimonia in suo onore presso il Ministero della Difesa, ha ricevuto in dono un cavallo. Onorando la regola che voleva fosse lui a dare il nome al cavallo ispirandosi ad un personaggio importante, il capo del Pentagono lo ha battezzato “Marshall”, dal cognome del generale che guidò l’esercito a stelle e strisce durante la seconda guerra mondiale. Come ricordano Associated Press Reuters, la settimana precedente il governo mongolo aveva donato un cavallo al figlio tredicenne di Donald Trump, Barron, che ha scelto il nome “Victory”. Le agenzie rammentano inoltre che anche il predecessore di Esper, Chuck Hagel, ricevette in dono un cavallo – che chiamò Shamrock – durante la sua visita in Mongolia nel 2014, e altrettanto accadde nel 2005 a Donald Rumsfeld, che scelse il nome Montana.

 


Il Taccuino Estero è l’appuntamento settimanale di Policy Maker a cura di Marco Orioles con i grandi eventi e i protagonisti della politica internazionale, online ogni lunedì mattina.

Nel mese di agosto, il Taccuino non va in ferie ma esce in edizione ridotta.

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