Dal mondo

Usa, la radicalizzazione del partito repubblicano con Trump

Trump

L’analisi di Riccardo Alcaro, coordinatore della ricerca e responsabile del Programma Attori globali dello Iai per Affarinternazionali

Le proteste seguite alla morte di George Floyd mettono in risalto linee di faglia razziali, sociali ed economiche che attraversano la società americana. Questi squilibri alimentano un dibattito politico che è andato sempre più polarizzandosi e che durante la presidenza di Donald Trump si è ulteriormente invelenito. Tutto questo ha significative implicazioni per la politica estera americana, visto che influenza tanto le scelte internazionali dell’amministrazione in carica quanto la percezione degli Stati Uniti di altri Paesi.

LA POLARIZZAZIONE DELLA POLITICA USA

La polarizzazione della politica Usa progressivamente emersa dagli anni 1990 è il risultato di un movimento diseguale tra il polo progressista e quello conservatore. Mentre lo slittamento a sinistra del primo è stato graduale e limitato, il secondo si è invece radicalizzato. Ciò ha facilitato la rapida politicizzazione di questioni internazionali in precedenza relativamente non controverse.

L’avversione spesso viscerale del Partito Repubblicano ai due presidenti democratici del post-Guerra fredda, Bill Clinton e Barack Obama, ha investito anche la base ideologica della loro politica estera, l’internazionalismo liberale nel cui solco – con tutte le differenze – si erano pur mosse le amministrazioni Usa nel dopoguerra.

L’impegno americano in trattati e organizzazioni internazionali ne è risultato gravemente indebolito. Già con George W. Bush gli Stati Uniti cominciano a uscire da accordi in materia di controllo degli armamenti (il Trattato Abm con la Russia che vietava lo sviluppo di difese antibalistiche, l’Accordo quadro con la Corea del Nord, la mancata ratifica del Trattato Start II sulla riduzione delle testate atomiche schierate), sul clima (il Protocollo di Kyoto), sul diritto penale internazionale (la Corte penale internazionale), ed entrano ripetutamente in contrasto con le Nazioni Unite, in particolare sull’invasione dell’Iraq. Salvo eccezioni isolate, l’opposizione dei Repubblicani è sufficiente a ridurre considerevolmente, e spesso a bloccarlo del tutto, la ratifica dei trattati internazionali, per cui è necessaria una maggioranza di due terzi (quindi tendenzialmente bipartisan) del Senato.

Il fallimentare intervento militare in Iraq e la Grande Recessione del 2008-9 erodono ulteriormente il residuo sostegno dei conservatori a una politica di pieno coinvolgimento negli affari mondiali, anche se declinata in chiave unilaterale. In reazione, emerge un discorso nazionalista con chiare venature xenofobe che fonde insieme opposizione a immigrazione, multiculturalismo, apertura dei mercati e globalizzazione all’avversione per l’internazionalismo liberale, multilaterale o unilaterale che sia.

LE CONSEGUENZE DI TRUMP

Questo discorso riesce ad affermarsi su vasta scala perché i Repubblicani vi attingono indistintamente durante la presidenza Obama, proseguendo una strategia di opposizione frontale al presidente se non di vera e propria delegittimazione. La polarizzazione cavalcata dai Repubblicani crea così le condizioni per una “acquisizione ostile” dello stesso Partito Repubblicano da parte di un candidato ultra-nazionalista e populista, Donald Trump.

L’ultra-nazionalismo di Trump si traduce in una politica estera fortemente antagonistica nei confronti di chiunque, rivale o amico, minacci non soltanto la supremazia militare ed economica degli Stati Uniti, ma anche la loro libertà d’azione. Il disimpegno americano dall’ordine multilaterale subisce così una brusca accelerazione. Le vittime più illustri includono l’accordo di Parigi sul clima, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’accordo nucleare con l’Iran, il Trattato Inf sui missili balistici a medio raggio, l’accordo Open Skies (che consente la ricognizione aerea dei paesi membri come misura di confidence-building) e l’Unesco. A questi potrebbe aggiungersi il trattato russo-americano New Start sulla riduzione delle testate nucleare negoziato da Obama. Nel frattempo, l’amministrazione Trump blocca i lavori dell’Organizzazione mondiale del commercio, mette in discussione il valore strategico della Nato e critica aspramente l’Unione Europa, sostenendo apertamente la Brexit.

POPULISMO E POLITICA ESTERA

La natura populista della presidenza Trump non è meno gravida di conseguenze. La delegittimazione dell’avversario, interno o estero, è strutturale alla natura del potere carismatico di Trump e pertanto funzionale al mantenimento del suo consenso. Questo facilita ipersemplificazioni per cui Paesi stranieri – tanto i rivali come la Cina quanto gli alleati come la Germania – sono costruiti discorsivamente come i responsabili di problemi interni che affliggono gli Stati Uniti e intaccano la popolarità del presidente.

Non è un caso che la risposta automatica alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia di Covid-19 è stato l’inasprimento dell’antagonismo con la Cina. Un’altra conseguenza è la progressiva demolizione del ruolo apolitico della diplomazia americana, per cui l’azione internazionale degli Stati Uniti diventa riconducibile sempre più a motivazioni di opportunità partigiana piuttosto che a considerazioni strutturali sugli interessi nazionali di lungo periodo. Un esempio è l’ex ambasciatore Usa a Berlino, Richard Grenell, che ha fatto da cassa da risonanza alle accuse che Trump periodicamente rivolge al governo di Angela Merkel e infine facilitato la  riduzione di un terzo del contingente USA in Germania, una decisione che avvelena le relazioni con il principale paese europeo e indebolisce la coesione della Nato.

Il combinato di nazionalismo e populismo dell’amministrazione Trump ha ridotto massicciamente la capacità americana di esercitare una leadership organizzando un consenso internazionale intorno a valori o interessi condivisi. Questo non ha intaccato la potenza americana, che resta intatta sul piano militare e in crescita su quello finanziario, ma ne ha ridotto l’influenza. Direttamente e indirettamente, questo è il risultato della radicalizzazione del Partito Repubblicano, la vera origine della polarizzazione della politica americana di oggi e delle sue nefaste conseguenze sul prestigio e l’autorità dell’America nel mondo.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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