J.D. Vance e Marco Rubio si contendono in silenzio l’eredità politica di Donald Trump. E il duello non si gioca solo su chi gli è più fedele, ma su chi riuscirà a sopravvivergli attraversando guerre, negoziati e contraddizioni senza restarne travolto
C’è un duello che si sta consumando dietro le quinte della Casa Bianca, quello per il futuro della presidenza americana. Trump sembra aver abbandonato le sue velleità (anticostituzionali) di un terzo mandato per mire più alte, a giudicare dalla recente iconografia messianica pubblicata su Truth, mentre nel Partito Repubblicano si muovono già gli equilibri della successione. Vance o Rubio? Chi riuscirà a cavalcare le scelte politiche di Trump — pur disapprovandole — senza bruciarsi? I sondaggi informali oscillano ma, negli ultimi tempi, Rubio sembra guadagnare terreno.
VANCE: IL PREDILETTO INCIAMPA
Fino a poco tempo fa J.D. Vance sembrava il prediletto. Nonostante la sedia vuota lasciata durante l’attacco al Venezuela e la sua cautela sull’Iran, la sua centralità nelle dinamiche dell’amministrazione lo aveva reso l’ombra perfetta di Trump. E il candidato più forte nel mondo MAGA, come dimostrato dal sondaggio della Conservative Political Action Conference 2026, dove ha ottenuto il 53% delle preferenze contro il 35% di Rubio.
Se non fosse che l’ultimo giro di uscite pubbliche del vicepresidente non è andato per il meglio. Il viaggio in Ungheria a sostegno di Viktor Orbàn non ha dato i risultati sperati e, anzi, ha visto andare in trionfo l’avversario Péter Magyar. A questo si aggiunge il caso Vaticano, ovvero la controversa affermazione di Vance “Il papa deve stare attento quando parla di teologia”, con cui il vicepresidente e’ intervenuto a favore di Trump, che ha di recente ha attaccato il Pontefice, finendo per rincarare la dose invece di raccogliere i cocci.
Vance è stato anche al centro del tentativo americano di negoziare con l’Iran, guidando personalmente la delegazione statunitense nei colloqui di Islamabad, oltre venti ore di trattative chiuse però senza un accordo. Il vicepresidente, pur percepito come una delle figure più caute dell’amministrazione, non e’ riuscito a portare a casa alcuna intesa, lasciando sul tavolo solo la conferma di una distanza siderale con Teheran.
RUBIO TRA DIPLOMAZIA, CUBA E ASCESA SILENZIOSA
Secondo il New York Times, Trump ha consultato in privato consiglieri e alleati su chi, tra i due, potrebbe essere più competitivo nel 2028. Rubio, nonostante un profilo meno identitario rispetto a Vance, starebbe guadagnando attenzione anche tra alcuni grandi donatori repubblicani, con anche l’ipotesi di un movimento di finanziatori, definito “Draft Rubio”, che potrebbe spingere la sua candidatura dopo le elezioni di midterm per il rinnovo del Congresso, in programma a novembre 2026. Come ha scritto Federico Rampini sul Corriere della Sera, il ruolo più defilato di Rubio in Iran “potrebbe giovargli in futuro nella corsa alla successione”. E il suo rafforzarsi come figura di riferimento nei tavoli diplomatici — in particolare nell’incontro avvenuto a Washington, che ha visto sedere allo stesso tavolo Israele e Libano con la promessa di nuove trattative — sembra averne accresciuto la popolarità e il peso politico.
Su Cuba, però, Rubio sta calcando la mano. L’isola vive una delle crisi economiche ed energetiche più difficili degli ultimi anni, aggravata dalla stretta delle sanzioni statunitensi e dalla riduzione delle forniture energetiche. A questo si aggiunge il reinserimento dell’isola nella lista dei Paesi sponsor del terrorismo nel gennaio 2021 ad opera di Trump — misura rimasta in vigore anche dopo il tentativo di rimozione avviato nel 2025 da Biden e poi revocato da Trump — che ha aggravato l’isolamento finanziario di Cuba, rendendola intoccabile per banche e imprese, che rischiano sanzioni, e rendendo impossibile l’accesso a credito, investimenti e transazioni internazionali.
Rubio, figlio di immigrati cubani, è da sempre tra i più solidi sostenitori di un “cambio di direzione” al governo dell’isola. Attualmente sono in corso contatti tra l’amministrazione statunitense — con Rubio al timone— e ambienti vicini a Raul Castro (fratello di Fidel Castro) che nonostante l’età continua a esercitare un ruolo decisivo dietro le quinte. In particolare, il nipote Raul Guillermo Rodriguez Castro sarebbe emerso come intermediario con Washington. Secondo il New York Times, il riemergere della famiglia Castro riflette il tentativo di governare la crisi e accompagnare una possibile transizione senza cedere il controllo reale del potere e mantenendo intatta la struttura del sistema. Insomma, un gattopardesco “bisogna che tutto cambi affinché tutto rimanga com’è”. Ed è proprio su questo equilibrio che si innesta l’amministrazione Trump, che più che abbattere il sistema sembra volerlo piegare, combinando pressione economica e dialogo con l’entourage dei Castro per pilotare un cambiamento negoziato. Con Rubio che potrebbe ritrovarsi protagonista, sul versante americano, di questa operazione.


