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Uniformare servizi per l’infanzia tra Nord e Sud. Il ministero per la Famiglia sul report Istat

asili nido

Il ministro per la famiglia Elena Bonetti: “Su asili nido disuguaglianze inaccettabili”. Cosa è emerso dal report dell’Istat e l’Università Ca’ Foscari

Sui servizi educativi per l’infanzia “non possiamo fare parti uguali tra disuguali. Ci sono disuguaglianze sociali e territoriali evidenti che non possiamo più accettare cosi come sono. Come governo, il primo impegno è uniformare quei servizi, che devono essere funzionali e calibrati sulle esperienze territoriali”. Lo ha dichiarato oggi la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti, durante un webinar per presentare il Rapporto Istat- Ca’ Foscari sui servizi educativi per l’infanzia in Italia.

COSA È EMERSO DAL REPORT ISTAT

L’Italia mostra carenze strutturali nella disponibilità di servizi educativi per la prima infanzia rispetto al potenziale bacino di utenza (bambini di età inferiore a 3 anni) e una distribuzione profondamente disomogenea sul territorio nazionale. È quello che emerge dal Rapporto sui servizi educativi per l’infanzia in Italia, realizzato dall’Istat per il dipartimento per le Politiche della Famiglia insieme all’Università Ca’ Foscari. I posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici e privati corrispondono mediamente al 12,3% del bacino potenziale di utenza al Sud e al 13,5% di quello delle Isole, contro una media nazionale del 24,7%.

Una dotazione ben al di sotto dell’obiettivo del 33% fissato per il 2010 dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002 per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro.

ACCESSO AL NIDO FAVORITO DAL REDDITO ALTO

I costi degli asili nido contribuiscono a selezionare i bambini che accedono al servizio dal punto di vista del reddito familiare. Dal rapporto risulta infatti, che il reddito netto delle famiglie che usufruiscono del nido risulta mediamente più alto di quello delle famiglie con figli di età compresa fra 0 e 2 anni che non frequentano il nido: 40.092 euro annui contro 34.572 euro.

Ordinando la popolazione in cinque gruppi per livello crescente di reddito, l’utilizzo del nido risulta decisamente più basso per il primo gruppo, composto dalle famiglie più povere, al cui interno solo il 13,4% dei bambini fruisce del servizio. Tale valore sale al 23,5% nel secondo quinto, cresce in misura molto più contenuta nel terzo (24,8%) e nel quarto gruppo (25,9%) e di nuovo in misura più consistente nella fascia più alta di reddito (31,2%).

I FATTORI CHE CONCORRONO A RIDURRE L’UTILIZZO DEI SERVIZI PER L’INFANZIA

Le percentuali di utilizzo del nido risultano decisamente sotto la media in corrispondenza delle principali condizioni di disagio, come la grave deprivazione materiale (13,7%), il rischio di povertà (14,2%) e la bassa intensità lavorativa (15,5%) mentre nelle famiglie che non presentano alcuna condizione di disagio la quota è del 26,2%. Altri fattori tendono a ridurre l’utilizzo dei servizi educativi per la prima infanzia tra le famiglie con minori disponibilità economiche.Il ricorso al nido d’infanzia riguarda ad esempio i bimbi di genitori che lavorano in sette casi su 10 nel triennio 2017-2019, anche per i criteri di priorità definiti dai Comuni. Criteri spesso orientati soprattutto alla funzione di conciliazione: danno la precedenza a coppie in cui entrambi i genitori lavorano escludendo presumibilmente nuclei familiari che, invece, potrebbero trarne grandi benefici anche per l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro.

 

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