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Che cosa ha detto e fatto il governo sul caso Battisti

governo gialloverde

I Graffi di Damato

Diavolo di un uomo, Matteo Salvini riesce a farsi male da solo. Quella frase –“Dovrà marcire in galera fino all’ultimo giorno”- gridata, col solito giubbotto della Polizia addosso, contro Cesare Battisti appena sbarcato dall’aereo che lo riportava in Italia dalla Bolivia per scontare i due ergastoli comminatigli dai tribunali per quattro omicidi, ne ha distrutto di un colpo la credibilità istituzionale di ministro della Repubblica. Che ha giurato al Quirinale davanti al capo dello Stato, firmandone poi il verbale, di “osservare lealmente la Costituzione”. Eppure essa dice all’articolo 27, fra l’altro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Non possono chiaramente stare insieme queste parole della Costituzione e quelle che il ministro dell’Interno, nonché vice presidente del Consiglio, ha pronunciato sul pur ergastolano, ormai, Battisti chiuso giustamente nel carcere di Oristano.

ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE

Salvini ha compiuto un attentato, fortunatamente solo verbale sinora, alla Costituzione italiana. E per fortuna, non tanto di Battisti quanto della stessa Costituzione, egli è soltanto -si fa per dire- ministro dell’Interno e non anche della Giustizia, che è chiamato ad occuparsi delle carceri più di lui. E avrebbe fatto bene il guardasigilli Alfonso Bonafede a tirargli il giubbotto, e forse anche qualche altra cosa, sentendolo parlare in quel modo all’aeroporto di Ciampino. Dove entrambi si erano recati per accogliere festosamente quanto meno gli uomini che avevano catturato o contribuito alla cattura del latitante.

Nonostante i reati per i quali è stato condannato e quella odiosa spavalderia con la quale ha goduto per quasi quarant’anni della troppo generosa e avventata ospitalità altrui, Battisti è un imputato da “rieducare”, come prescrive appunto la Costituzione, e non da lasciar “marcire” in galera. Questo, pur in un Paese ormai sgangherato culturalmente e politicamente come il nostro, può sfuggire all’ultimo manettaro incontrato per strada, e che magari avrebbe preferito la pena di morte all’ergastolo per Battisti, ma non a un ministro dell’Interno fra le cui aspirazioni c’è anche quella di guidare un giorno il governo. E spero che gli basti il governo.

L’AUTORETE DI SALVINI

Solo Salvini, con la sua irruenza, poteva fare il miracolo di un’autorete del genere. Che è in fondo quella, contestatagli da Francesco Merlo su Repubblica, di essersi messo in qualche modo alla pari con Battisti. “Sono solidali -ha commentato l’editorialista- di ghigno e di gugno. Cesare Battisti che si atteggia a vittima e Matteo Salvini che si atteggia a boia. Solo loro due sono convinti -poveracci- che sia stata arrestata la sinistra”.

Già, la sinistra. Salvini ci ha messo anche questo nell’auspicare che il detenuto ora marcisca in galera, pagando così anche il fatto di essersi arruolato fra i comunisti, pure i non “combattenti”, è parso di capire, dopo avere scoperto quelli in arme fra altre sbarre, quando era solo un criminale comune. Eppure, a parte il contributo obbiettivo e anche di sangue – ricordo Guido Rossa a Genova nel 1979- che va riconosciuto ai comunisti nella lotta al terrorismo in Italia, senza lasciarsi condizionare dal famoso “album di famiglia” onestamente ammesso da Rossana Rossanda sul manifesto, mi sembrava di aver letto da qualche parte che a Salvini da giovane la sinistra non dispiacesse.

 

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