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Ecco perché c’è una battaglia sulla fiscalità del tabacco riscaldato

tabacco riscaldato

Si sta consumando uno scontro sulla fiscalità dei prodotti a tabacco riscaldato, a colpi di emendamenti, lettere al Governo, proclami. L’emendamento proposto dalla senatrice Udc Paola Binetti per tagliare lo sconto fiscale del 75% di cui attualmente godono questi rispetto al tabacco tradizionale è stato accantonato in sede di modifica del decreto Cura Italia, in via di conversione al Senato.

British American Tobacco (BAT) si era detta favorevole all’ipotesi di rinunciare agli sgravi. E in una lettera inviata al ministro della Salute Roberto Speranza, al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e al segretario di Cittadinanzattiva (promotore dell’emendamento volto a trovare risorse per il sistema sanitario), si era professata pronta a dare il proprio contributo “in un momento storico in cui il paese affronta una dura battaglia contro una patologia polmonare”. L’idea di BAT di aumentare la tassazione sul tabacco riscaldato ha fatto pensare ad un gesto che puntera a sacrificare parte dei propri introiti per reperire ulteriori risorse per il sistema sanitario. Tuttavia, la quota di mercato di BAT su questo tipo di prodotto è intorno all’1% ed il suo core business resta ancorato alle sigarette tradizionali.

Le strategie in campo

Nonostante le dichiarazione di intenti, quella di BAT sembrerebbe quindi un’azione competitiva che riflette uno scontro tra diverse strategie industriali, che va avanti da ben prima del lockdown. Da anni, infatti, il settore del tabacco sta vivendo un calo del mercato delle sigarette, accelerato dall’ingresso sul mercato di nuovi prodotti, come sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato. Secondo i dati dell’ISS, infatti, in Italia 600mila fanno uso di prodotti a tabacco riscaldato, mentre altri 900mila fumano sigarette elettroniche, su un totale di 11.6 milioni di fumatori che restano principalmente consumatori di sigarette e sigarette rollate. Secondo i dati del Libro Blu dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, tali prodotti stanno contribuendo in maniera significativa a ridurre la vendita di sigarette, per la prima volta dopo anni di sostanziale stabilità del mercato.

E se in Italia è solo di recente che questi numeri cominciano ad avere un peso per le strategie di business delle principali aziende sul mercato del tabacco, ad altre latitudini il fenomeno è noto già da tempo, con dimensioni di tutto rilievo: il caso più emblematico è probabilmente quello del Giappone, dove a marzo dello scorso anno i prodotti con tabacco riscaldato sono arrivati a conquistare il 24,3 per cento dei fumatori, segnando – secondo uno studio dell’American Cancer society – un drastico calo nella vendita delle sigarette.

Come si posizionano gli operatori

Sul piatto della bilancia ci sono anche gli investimenti di tutte le principali multinazionali sull’innovazione del settore, i cui risultati segnano però alcune differenze, con Philip Morris che ha deciso di puntare decisamente sui prodotti alternativi, mentre BAT e JTI che restano ancora legate al business tradizionale.

Una differenza di approccio tutt’altro che banale, con risvolti anche produttivi, che ha generato negli ultimi mesi uno scontro senza esclusione di colpi, di cui la lettera di BAT rappresenta soltanto il tassello più recente: già durante l’ultima manovra Bat e Jti sostenevano a gran voce la necessità di alzare le tasse sui nuovi prodotti e non sulle sigarette, forse per arginare l’emorragia in corso sulle rispettive quote di mercato.

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