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La rete digitale non dà la felicità, anzi rende tristi. I dati di Onu, Oms e Censis

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La connessione innesca la depressione o la felicità? L’analisi di Emmanuela Banfo per Affarinternazionali 

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità nel mondo, nel 2030 la prima. Lo sostengono le ultime previsioni dell’Oms. Il World Happiness Report delle Nazioni Unite del 2019 nella classifica dei Paesi più felici tra i 156 esaminati, conferma al primo posto la Finlandia, al 7/o, ma al vertice tra gli extra-europei, il Canada, al 18/o gli Usa e al 47/o l’ Italia, ultimo il Burundi. Gli indicatori principali che decidono la graduatoria sono il reddito, la salute, il sostegno sociale, la libertà, la fiducia. E il livello di connessione ha qualcosa a che vedere con tutto ciò.

I DATI DELLA FELICITÀ INTERSECATI CON QUELLI DELLA TECNOLOGIA DIGITALE

I recenti dati del Censis individuano nell’incertezza lo stato d’animo dominante tra gli italiani. Sono tre dati quelli dell’Oms, delle Nazioni Unite  e del Censis che s’intersecano con un quarto: la diffusione delle tecnologie digitali.

Entro il 2020 saranno 660 milioni gli africani dotati di smarthphone. Secondo il Pew Research Center 2019, il 71% degli italiani possiede uno smartphone: sono il 95% in Corea del Sud, l’80% negli  Stati Uniti e in Israele, Olanda, Svezia, Australia; in Europa, il 78% in Germania, il 76% nel Regno Unito, il 75% in Francia, l’80%  in Spagna.

L’osservatorio Digital 2019 stima ad oggi a 3,5 miliardi gli utenti social nel mondo, pari al 45%. Ne esce un collage fotografico dell’umanità giunta quasi al termine del primo ventennio del nuovo secolo che darebbe ragione a Geert  Lovink, ricercatore delle comunità virtuali: le nuove tecnologie non danno la felicità, al contrario rendono tristi, depressi.

COLPA DELLA RETE DIGITALE CHE NON PORTA ALLA FELICITÀ

Nella sua teoria, in Italia tradotta “Nichilismo digitale”, ma in originale “sad for design”, Lovink non esita a vedere la rete digitale come una gabbia claustrofobica, portatrice di illusioni e, insieme, di frustrazioni. L’alienazione di marxiana memoria è passata dal mondo della produzione a quello della grande comunicazione di massa di cui le vittime sono i protagonisti.

Giova a qualcuno creare una terra di infelici, tristi, depressi, demotivati? Sì, se questo è costruito sulla spasmodica ricerca di gratificazione sociale. Dal palco del Festival della Tecnologia, al Politecnico di Torino, Lovink ha puntato il dito contro i padroni del web, della grandi piattaforme che incamerano miliardi di dati, di profili personali dei quali finiscono per avere il controllo.

Attraverso i “like” gli utenti del web trovano soddisfazione al bisogno di protagonismo, di ricevere conferme alle proprie opinioni, ai propri stati d’animo, ma l’ansia da prestazione che ne deriva finisce nel patologico. Analoga è la tecnica di diffusione virale dei “meme” che appare nella forma ludica, di gioco divertente, ma è sempre più spesso portatrice di rabbia, di scontento.

ININTERROTTAMENTE CONNESSI, ININTERROTTAMENTE “CARICHI”

Tutto questo non è semplicemente un effetto collaterale del sistema: essere ininterrottamente connessi equivale ad essere ininterrottamente sotto carica e quindi a rischio di implosione. Se il problema fosse unicamente in questi termini forse sarebbe sufficiente l’educazione, a scuola e in famiglia, per evitare l’esaurimento nervoso da stress digitale.

Ma quando Lovink dice che “i motori di ricerca sono diventati parte dell’inconscio collettivo”, che Internet, wikipedia piuttosto che i social, sono parte integrante delle nostre giornate, delle nostre vite, intende evidenziare come “le politiche che le governano siano finite sullo sfondo. Diamo tutto per scontato e nessuno ormai le mette in discussione. Sono diventate sovrastruttura dell’inconscio”.

UN OBIETTIVO POLITICO CERCATO

Se della macchina, che pur utilizziamo tutti i giorni fino al punto da diventare parte di noi stessi, non solo non conosciamo chi la produce, per quali scopi, ma neppure come funziona, quali sono i meccanismi che la presiedono, come è stata programmata, quella macchina, prima o poi,  prende il sopravvento sul suo consumatore che ne resta sopraffatto e subordinato, controllabile e manovrabile. Non si tratta di un casuale effetto collaterale, ma di un obiettivo politico cercato.

Il ragionamento di Lovink non sfocia nel moralismo, ma in un richiamo forte alla ragione critica, iniziando a porci domande su come si muove il “capitalismo della sorveglianza”. Senza accorgercene siamo diventati oggetti passivi e non soggetti attivi come inizialmente il mondo di Internet ci aveva fatto credere.

Non tutti la pensano come Lovink. Gli ottimisti del web sostengono non sia vero che la rete ci vuole tristi in modo da soggiogarci, da stimolare continue aspettative che il mercato è pronto a soddisfare, se pur momentaneamente, per poi creare nuovi bisogni nell’eterno gioco della frustrazione. Le tecnologie digitali favoriscono l’interconnessione, l’inclusione, la condivisione. Opportunamente utilizzate potrebbero contribuire a un nuovo umanesimo.

In Finlandia è di moda connettersi, ma con l’ambiente, la natura, attraverso il digitale intelligente, a misura di persona. Secondo il Global Wellness Summit, raduno dei guru dell’economia del benessere che a ottobre  si è tenuto a Singapore e nel 2020 si svolgerà a Tel Aviv, nel 2019 la reperibilità totale, garantita h24 da smartphone e tablet, ha raggiunto il suo picco massimo e si prospetta – secondo gli osservatori mondiali – un futuro di maggior equilibrio.

Lo Scrooge del XXI secolo, fanatico dell’iperconnessione, potrebbe spegnere il cellulare, almeno a Natale, e non spiare il suo impiegato Bob attraverso Facebook.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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