Fact Checking

Lotta di classe in classe. I laureati continuano a essere figli di laureati

laureati

Un figlio di genitori laureati ha il 75% di probabilità di laurearsi, se sono diplomati ce la fa 1 su 2; ma se mamma e papà hanno la terza media allora è quasi (matematicamente) impossibile arrivare a discutere la tesi…

Dimmi cos’hanno studiato mamma e papà e ti dirò cosa diventerai. Per prevederlo non serve nemmeno la sfera di cristallo, basta consultare lo studio dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche “Istruzione e mobilità intergenerazionale: un’analisi dei dati italiani” pubblicato nel nuovo numero della rivista Sinappsi e si può già dire a un bimbo di sei anni se arriverà a tagliare quel traguardo così importante oppure se è destinato a lavorare in un fast food.

LAUREATI INTRAPPOLATI NELL’ASCENSORE SOCIALE

Un figlio di genitori con la laurea ha il 75% di probabilità di laurearsi, uno proveniente da una famiglia con al massimo il diploma di scuola superiore il 48%, uno con genitori con la licenza media appena il 12%. Percentuale che scende al 6% nel caso di studenti i cui genitori non hanno conseguito alcun titolo di studio (in riferimento a una classe di individui nati tra il 1977 e il 1986). Insomma, in Italia si è di fronte a un sistema a caste: laureati che generano altri laureati. La famiglia in cui si nasce determina già la vita e la carriera dei ragazzi indipendentemente dalla loro propensione allo studio.

Il report, a differenza di altri che prendono come parametro di confronto il reddito dei genitori, si focalizza sui dati riguardanti il livello di istruzione che “forniscono informazioni altamente valide e stabili sulla scolarizzazione completata – sottolinea la ricerca – in quanto le domande inerenti all’istruzione, non essendo percepite come sensibili dai partecipanti alle indagini, hanno un’alta affidabilità e una bassa percentuale di rifiuto”.

In Italia, sottolinea in particolare lo studio INAPP (ex ISFOL), le riforme hanno sì ampliato l’accesso a tutti i livelli di istruzione, ma essendo rimaste immutate le differenze socioeconomiche e i loro effetti, dalle nuove opportunità hanno tratto vantaggio tutte le classi indistintamente, anche quelle superiori e la liberalizzazione dell’accesso all’Università avvenuta nel 1969 sembra aver favorito soprattutto i figli delle famiglie più istruite.

Se l’istruzione rappresenta una caratteristica molto importante per i laureati (o coloro che non potranno diventarlo) dato che incide su diversi aspetti della sua vita come la posizione lavorativa, le opportunità di carriera, il reddito percepito, il benessere e il prestigio goduto, è purtroppo vero che, come evidenziato dall’Ocse, in Italia, prendendo a campione gli individui con un’età compresa tra i 25 e i 64 anni, solo il 30% ha completato il livello di studi secondario, l’8% quello universitario e il 62% quello elementare e medio inferiore. Numeri che ci rendono tra i meno istruiti dei Paesi Ocse.

“Generalmente i genitori desiderano per i propri figli un tenore di vita più elevato e con esso una vita migliore di quanto non abbiano avuto loro stessi – ha sottolineato il presidente dell’INAPP,
Sebastiano Fadda – e la maggior parte delle persone aspira ad avere l’opportunità di raggiungere posizioni più elevate rispetto a quelle della famiglia di origine. Questo studio dimostra che esiste una relazione diretta tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli e che in Italia, purtroppo, “l’ascensore sociale” sembra essersi fermato. Sia per un problema legato alle risorse economiche che per un aspetto culturale”.

“Inoltre – conclude Fadda – la frontiera tecnologica relativamente arretrata su cui opera mediamente il sistema produttivo italiano fa sì che livelli di istruzione elevati non garantiscano né maggiore probabilità di occupazione, né significativi differenziali retributivi. Pertanto è necessario superare il disallineamento tra domanda e offerta di competenze e stimolare processi produttivi innovativi capaci di assorbire forza lavoro altamente qualificata per indurre anche le famiglie meno istruite a investire maggiormente nel capitale cognitivo dei figli in vista di sicuri rendimenti futuri”.

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