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Meloni Trump

Mai stati MAGA? Cosa dicevano Meloni e FdI su Trump

Carlo Fidanza di Fratelli d’Italia sostiene che Donald Trump non sia mai stato un modello per il suo partito. Ah, no? Il fact-checking sulle dichiarazioni di Giorgia Meloni e FdI sul rapporto col tycoon, tra sovranismo italiano e americano

“Mai stato un nostro faro”, dice Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, nell’intervista oggi al Corriere della Sera sulla batosta di Donald Trump nelle midterm americane.

Si potrebbe obiettare, come giustamente fa la giornalista Virginia Piccolillo, che uno dei due vicepremier, peraltro segretario del partito più moderato della coalizione, è andato letteralmente col cappello (Maga) in mano alla riunione del sedicente Board of Peace. Proprio Antonio Tajani peraltro ieri ha detto: “Mai stati trumpiani. Neanche Meloni è una Maga”. Ma allargare le verifiche ai colleghi della maggioranza sarebbe impresa ardua, basti pensare alla lunga lista di endorsement e messaggi d’amore transatlantici inviati dall’altro leader, Matteo Salvini.

Circoscriviamo allora il campo alla sola premier e alla sua forza politica. Davvero, come dice Fidanza, Trump non è mai stato un modello? Davvero dire che la leadership italiana spingeva per il Nobel al tycoon è “una fake news”?

2020, MELONI E TRUMP: “È LA RICETTA CHE VOGLIAMO PORTARE IN ITALIA”

Iniziamo da qui: 6 febbraio 2020. Giorgia Meloni è all’opposizione del Governo Conte II e sta iniziando la sua scalata nei consensi, che la porteranno a prendersi la leadership del centrodestra, scalzando Salvini, che invece l’anno dopo entrerà nel Governo Draghi. Per farlo le serve accreditarsi anche sul piano internazionale. Si reca quindi a Washington per partecipare al National Prayer Breakfast, l’evento annuale che riunisce politici, religiosi, businessman e rappresentanti da tutto il mondo. È l’unica leader italiana presente.

L’Agi riporta diversi estratti del suo discorso: non pronuncia la parola “modello” in riferimento  a Trump, ma la sintesi è inevitabile. Tant’è che anche il Giornale titola così. Ecco le dichiarazioni: “L’orgoglio dell’identità, nelle altre Nazioni del mondo, sta dando ottimi frutti e ottimi risultati. È la ricetta che vogliamo portare in Italia, dove anche noi vogliamo difendere i nostri prodotti, le nostre aziende, i nostri confini e le nostre famiglie”. E ancora: “Dio, Patria, Famiglia nel discorso del presidente Trump al National Prayer Breakfast sono parole che in Italia suonerebbero quasi eversive. E invece negli Stati Uniti chi le pronuncia con orgoglio si trova in questo momento al governo e il suo lavoro sta dando risposte importanti”.

COME È EVOLUTO IL RAPPORTO TRA MELONI E TRUMP

Nel 2021 la leader di FdI condanna l’assalto a Capitol Hill, ma non prende le distanze da Trump (la sua posizione è sintetizzata nella lettera che scrisse allora al Corriere della Sera). L’anno dopo Trump annuncia di volersi ricandidare: l’occasione è la CPAC in Florida, la convention annuale dei conservatori americani. Tra i presenti c’è proprio Fidanza, che per l’occasione firma un intervento pubblicato dalla Stampa, dove mette nero su bianco: “Ad unire noi di Fratelli d’Italia e loro [i Maga, ndr] c’è non soltanto una consonanza di valori ma anche la necessità di una nuova agenda transatlantica”. E infatti l’anno dopo alla CPAC la delegazione di FdI è ancora più corposa.

Col ritorno di Trump alla Casa Bianca, – Meloni era l’unica leader europea presente al giuramento – la vicinanza non è più solo politica, ma diplomatica e istituzionale. Un’ottima base per giustificare i rapporti tra i due, ora avvinti nell’incrollabile alleanza Italia-Stati Uniti.

Nel 2025, in visita alla Casa Bianca, la presidente del Consiglio declina il celebre slogan trumpiano così: “L’obiettivo, per me, è fare di nuovo grande l’Occidente. E penso che possiamo farlo insieme”. Trump risponde “We can”. Sempre allo Studio Ovale: “Entrambi condividiamo un’altra battaglia, che è quella contro l’ideologia woke e DEI, che vorrebbe cancellare la nostra storia. So che condividiamo molte cose nella lotta all’immigrazione illegale e nella lotta contro le droghe sintetiche”.

In mezzo, a onor del vero, tante dichiarazioni in cui precisa che l’interesse nazionale è la priorità, il tratto comune. Ergo: tra nazioni non sempre si può essere d’accordo. È il sovranismo, bellezza.

A maggio – siamo in piena tempesta dazi – traccia il suo confine: “lealtà ma senza subalternità”. Poi ringrazia per l’attenzione al Columbus Day. Sono i giorni in cui JD Vance la definisce “una costruttrice di ponti tra Europa e Usa”. A giugno, ai 25 anni di Libero, Meloni dice: “Io penso che Trump sia coraggioso, schietto, determinato, che difende i suoi interessi nazionali”. E subito dopo si paragona a lui: “Io mi considero coraggiosa, schietta e determinata e difendo gli interessi nazionali, direi che ci capiamo bene anche quando non siamo d’accordo”. A ottobre definisce il piano di Trump per Gaza “una luce di pace che squarcia le tenebre della guerra”. Giorni dopo torna sul punto e accredita a Trump quello che a suo modo di vedere è “un suo indiscutibile successo”.

2026, L’ANNO DELLA ROTTURA

E veniamo al 2026, l’anno della rottura. Il 23 gennaio, a margine del vertice intergovernativo Italia-Germania a Roma con il cancelliere Friedrich Merz, la presidente del Consiglio dichiara, testuale: “Spero che un giorno potremo dare un premio Nobel per la pace a Donald Trump e confido che possa da questo punto di vista fare la differenza sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremmo candidare Donald Trump al Nobel per la Pace”.

Abbiamo scelto la versione lunga del video, quella pubblicata dall’account GiorgiaMeloniTv, che reca come copy: “Sinistra e Grillini manipolano questo video dicendo che Giorgia propone Nobel a Trump. Giudicate voi”. In effetti, Giorgia Meloni non ha mai proposto Donald Trump per il Nobel. Si augurava soltanto che potesse averlo.

Questo fino a gennaio. Ad aprile, dopo l’attacco del tycoon al Papa, per la prima volta la premier dissente apertamente, definendo “inaccettabili” le parole di Trump, il quale rimbalza l’appellativo su Meloni. A giugno lo scontro divampa. Nella telefonata col compianto inviato di La7 Daniele Compatangelo, il presidente USA spara ad alzo zero sulla premier italiana, dicendo che ha pietito una fotografia con lui. “Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate – risponde Meloni. “Sono francamente allibita […]. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io, e l’Italia, non imploriamo mai”.


E ancora, il giorno dopo: “Presidente Trump, questi costanti, non provocati attacchi sono senza senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto.. […] In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua”.

 I TENTATIVI DI RICUCIRE

Non mancano, nei mesi successivi, tentativi di ricucitura: a luglio, al vertice Nato di Ankara, Trump alterna qualche parola conciliante a nuove critiche; in agosto Meloni ammette che i due non si parlano da settimane. In autunno si attivano i canali diplomatici, con il lavoro dell’ambasciatore americano in Italia Tilman Fertitta e del segretario di Stato Marco Rubio.

Trump torna a definire “molto buoni” i rapporti con la premier italiana e la elogia dopo un’intesa raggiunta in videoconferenza al G7. Ma la ricucitura resta incompleta: nessun nuovo faccia a faccia, mentre salta anche l’ipotesi di una missione di Meloni a Washington per il gala della National Italian American Foundation. Si arriva così alle midterm del 3 novembre e al tracollo di Trump.

COSA DICONO GLI ALTRI MEMBRI DI FDI SU TRUMP

Si potrebbe poi allargare il discorso a tutto il partito, ma anche qui  si rischia di perdere la bussola. Segnaliamo alcune di uscite particolarmente rilevanti nell’uno e nell’altro senso: l’intervista di Arianna Meloni al Messaggero del dicembre 2025, in cui FdI figura addirittura come precursore della linea Maga: “Donald Trump critica l’Europa? Noi certe cose le dicevamo da molto prima che arrivasse Trump. Quelle critiche che ha fatto in maniera colorita le facevamo noi molto prima di lui”. Frattanto, Giovanni Donzelli s’incarica di rimarcare (non è l’unica volta) “il ruolo di ponte tra Europa e Usa” della premier. Le due sponde dell’Atlantico, del resto, “hanno gli stessi valori di fondo”.

Ma esistono anche esempi opposti. A giugno 2025, Ignazio La Russa lo dice chiaramente a La Stampa: “No, Trump non è un modello. È il Capo di un Paese con cui l’Italia ha da sempre avuto ottimi rapporti e con cui vuole e deve continuare ad avere ottimi rapporti. E quindi va rispettato in quanto leader di un Paese amico”. Per Francesco Filini, deputato e coordinatore dell’ufficio studi del partito, “Io sono di FdI, un modello nuovo di destra. Trump è un’altra cosa rispetto a noi. Non confondiamo le mele con le pere”. E ancora: “Non è un modello della nostra destra”.

Sul punto si sono espressi anche l’eurodeputato e co-presidente di ECR Nicola Procaccini, che, interrogato sul ruolo delle fondazioni americane in Italia, negava a Report il progetto di importare il modello Maga. Per il segretario generale di Ecr Antonio Giordano, nel 2024, Trump non è l’unico riferimento, “Ci sono anche Modi e Milei”.

Per chiudere il cerchio riportiamo lo stesso Fidanza, gennaio 2025: “Alla sinistra spesso sfugge ciò che ai conservatori è molto chiaro: in politica estera ognuno difende il proprio interesse nazionale. Trump quello americano e Giorgia Meloni quello italiano. Le decadenti élite europee dovrebbero mettere da parte la spocchia verso Trump e cogliere questa occasione per cambiare rotta, ora o mai più”.

Insomma, ce n’è per ogni. Una tavolozza variopinta, con tutte le variazioni possibili sul tema, intorno a un unico punto comune: Maga e FdI hanno un’agenda sovranista. Per questo, sono destinati a convergere in alcuni momenti, e in altri a confliggere drammaticamente. In questi casi il vecchio trucco della politica italiana è dare un colpo al cerchio e uno alla botte, sperando che alla fine non si rompano entrambi. Una specialità nazionale, per la quale, in questo sì, non servono modelli da importare.

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