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Perché in Italia le elezioni politiche non si sono mai tenute in autunno?

Referendum Regionali Analisi

Le ultime politiche autunnali risalgono al 1919, sotto il Regno d’Italia. Per 103 anni, i politici hanno preferito evitare di tenere elezioni in autunno, come mai?

Se, dalla nascita della nostra Repubblica a oggi, le elezioni politiche non si sono mai tenute alla fine dell’estate, un motivo ci sarà. Ed effettivamente, basta scorrere a ritroso i registri, fino al 1948, per osservare come, tradizionalmente, gli italiani per il rinnovo delle Camere siano stati sempre chiamati alle urne sul finire dell’inverno e, al più tardi in primavera/inizio estate. Mai dopo la seconda metà dell’anno. Perché?

AGLI ITALIANI PIACCIONO LE ELEZIONI POLITICHE IN AUTUNNO?

Il motivo principale è probabilmente da rintracciare in un calcolo di bottega tutto interno alle segreterie dei partiti: più fa caldo e le giornale sono belle, più è difficile spingere gli italiani a recarsi ai seggi. E subito riecheggiano cupe le parole di Bettino Craxi, quando, il 9 giugno del 1991, ovvero negli ultimi scampoli della Prima Repubblica, invitava gli italiani “andare al mare”, disertando la chiamata per il referendum sulla riduzione delle preferenze per l’elezione alla Camera dei Deputati. In quell’occasione gli italiani compirono il proprio dovere civico, archiviando un’intera stagione, ma siamo sicuri che le politiche avrebbero il medesimo appeal?

Anche perché le campagne elettorali costano molto denaro e tantissima fatica: da qui il timore dei politici di scarpinare lungo tutto lo Stivale, isole comprese, per ritrovarsi a tenere comizi in assolate e deserte piazze dal forte sapore ‘dechirchiano‘. I tempi, però, sono cambiati: dal Papeete in poi s’è sdoganata la figura del politico in spiaggia. Quest’anno, infatti, quasi certamente li vedremo girare tra sdraio e ombrelloni per molestare i bagnanti con santini elettorali e richieste di selfie. Un bel contrappasso soprattutto per i leghisti, sciabattare per chilometri lungo l’arenile come novelli vu-cumprà.

LA CORSA A OSTACOLI DELLA LEGGE DI BILANCIO

Ma il vero ostacolo è la Legge di bilancio, che richiede di procedere con speditezza e soprattutto senza mancare i termini, anche con l’Ue: entro il 27 settembre occorre avere approvato la Nadef, che di fatto è il quadro della ventura finanziaria, entro il 15 ottobre bisogna inviare alla Commissione Ue il Documento programmatico di bilancio, perché lo esamini e lo validi (ci si muove infatti nella cornice comunitaria) ed entro il 31 dicembre le Camere devono approvare definitivamente la Legge di bilancio.

Pena l’esercizio provvisorio, che di fatto congela fino all’approvazione della finanziaria tutte le spese straordinarie. Nella litigiosissima Prima Repubblica cascarci era la regola, tanto che una volta Giulio Andreotti disse che costituiva un ottimo modo per risparmiare (stesso concetto venne espresso pure da Silvio Berlusconi), ora però sarebbe una tragedia, dato che siamo alle prese con le riforme per il PNRR che chiedono copertura e con le misure straordinarie per la crisi economica.

Molto dipenderà allora dal risultato che consegneranno le urne: se dalle elezioni dovesse uscire una maggioranza chiara in Parlamento, il nuovo governo potrebbe già entrare in carica entro metà novembre, e allora ci sarebbe tutto il tempo per l’esecutivo per scrivere la prossima Legge di bilancio. Se invece per avere un nuovo governo si dovessero ripetere i travagli delle ultime due elezioni (89 giorni nel 2018 e 62 nel 2013), allora il Consiglio dei ministri guidato da Mario Draghi potrebbe essere chiamato ad approvare una legge di bilancio di ordinaria amministrazione, condividendone i contenuti con le forze politiche.

 

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