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Ponte Morandi: ecco cosa dicono sul crollo i tecnici svizzeri dell’Empa

Secondo quanto riportato dalla perizia svizzera richiesta dalla autorità giudiziaria, la causa del crollo del ponte Morandi non sarebbe riconducibile agli stralli, che si sarebbero spezzati nella loro parte meno deteriorata. 

Gli stralli del ponte Morandi di Genova, i tiranti trasversali in cemento armato destinati a rinforzare l’opera, non sarebbero la causa del crollo: erano sì corrosi, ma si sarebbero rotti nella parte “sana”. È quello che emerge dal rapporto dell’Empa, il laboratorio svizzero incaricato dall’autorità giudiziaria di esaminare i reperti provenienti da Genova.

LE DEL CROLLO DEL PONTE MORANDI DA CERCARE ALTROVE

Secondo la ricostruzione riportata dal Sole 24 Ore, che da conto dei risultati delle analisi dell’Empa, le ragioni del crollo andrebbero dunque cercate in un’altra componente, che poi avrebbe forzato lo strallo. Dal rapporto dell’Empa emerge come la parte di strallo che si è rotta mostri “evidenti differenze” rispetto al caso di un cedimento strutturale.

L’accaduto riguarda in particolare la pila 9, la cui sommità (andata distrutta nel crollo) è quella vicina più vicina alla parte dello strallo che si è rotta. Ma la pila era una delle parti meno sollecitate del viadotto: è possibile che abbia ceduto perché sbilanciata a sua volta dalla rottura di un altro elemento della struttura, origine del crollo.

STESSA CONCLUSIONE DEL MIT

La posizione del laboratorio svizzero non si discosta troppo da quella cui è giunta la commissione del Ministero dei Trasporti (qui la relazione completa), secondo cui tra le cause del crollo non vanno annoverati gli stralli. Per la commissione ispettiva del Mit “la causa primaria del crollo del ponte Morandi non va ricercata tanto nella rottura di uno o più stralli, quanto in quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone o impalcati a cassone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione presente negli elementi strutturali”.

A SOSTEGNO DELLA PERIZIA SVIZZERA

“Quello che è finora emerso dalle analisi di Zurigo sembrerebbe confermare che il cedimento degli stralli non sia la causa primaria del crollo del Ponte” aveva già convenuto in precedenza Giuseppe Mancini, coordinatore dei periti di Autostrade per l’Italia e professore ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso il Politecnico di Torino. Il professore ha poi aggiunto: “Interpretando quanto riportato nella nota del laboratorio di Zurigo, con una corrosione media del 50% della totalità della sezione resistente dei fili ci sarebbe ancora un ampio margine di capacità resistente, tale da non poterne causare la rottura”.

A dicembre anche un altro accademico, il professor Gianmichele Calvi, ordinario di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università di Pavia ed esperto internazionale di tecniche della costruzione e di ingegneria sismica, aveva sostenuto questa ipotesi: “Per arrivare a far collassare uno strallo come questo è necessario ridurre del 70% tutti i cavi che stanno al suo interno. È un numero così alto che è difficile pensare che possa essere stato questo ciò che è avvenuto perché fino a quel punto si hanno grandi spostamenti, ma l’impalcato resta in piedi”. Il professore aveva formulato questa ipotesi anche simulando le cause del crollo del Ponte Morandi grazie all’utilizzo di un innovativo software di analisi strutturale (Extreme Loading for Structures).

FORSE IMPALCATO A CASSONE LA CAUSA DEL CEDIMENTO

Come conclude oggi il Sole 24 Ore “potrebbe essere stato l’impalcato a cassone il primo a cedere, magari a causa o col concorso di un fattore esterno non dipendente da Aspi“. Tra le ipotesi era circolata anche quella della caduta sull’asfalto di una pesante bobina di metallo trasportata da un autoarticolato.

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